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lunedì 11 luglio 2016

TATUAGGI GIAPPONESI



I tatuaggi giapponesi sono davvero amatissimi e molto usati anche dalle donne per abbellire la loro pelle.
Curati e raffinati, i tatuaggi giapponesi sono davvero amatissimi dai cultori delle tradizioni orientali ma anche da chi ama abbellire la propria pelle. Molto comuni sono i fiori di ciliegio, tatuaggi con fiori di loto, fiori di acero, carpe e geishe, che sono un po’ di simboli del Giappone. Va sottolineato che però in Giappone i tatuaggi sono legati anche alle mafie e per questo non vengono sempre visti di buon occhio. Anche oggi in Giappone vige il divieto di mostrare tatuaggi in luoghi come bagni pubblici, terme, centri benessere . I tatuaggi giapponesi tradizionali sono eccessivi e puntano, nell’arco di una vita a coprire tutto il corpo: questi capolavori che possono richiedere da 1-5 anni per essere completati, hanno il prezzo esorbitante di circa 25.000 euro. Un disegno però deve essere coerente: mai mescolare fiori diversi, carpe e geishe senza attenersi al preciso significato originale di questi disegni, perchè sarebbe un errore imperdonabile.

I significati di questi tatuaggi dunque devono essere analizzati tenendo conto della peculiarità di questa cultura che è profondamente diversa dalla nostra.

I tatuaggi giapponesi hanno una storia lunga e ricca. Le prime prove di questi tatuaggi si possono trovare in delle statue trovate in delle tombe risalenti a 5000 anni fa. Inoltre, testi del 3° secolo DC, parlano di uomini giapponesi che decorano i loro volti ed i loro corpi con dei tatuaggi. Secoli dopo, principalmente a causa della forte influenza culturale della Cina, il tatuaggio è diventato un tabù, ed è stato in gran parte riservato ai reietti e criminali. La parte integrante del tatuaggio tradizionale giapponese era un elaborato sistema di simboli che sono stati utilizzati per raccontare storie con immagini specifiche che dovevano rivelare il carattere dell’individuo.

Il fascino dei tatuaggi tradizionali giapponesi sta nella capacità dei disegni di evolversi, da piccoli tatuaggi singoli e separati, a grandi tatuaggi che possono abbracciare l’intero braccio come una manica.

Amatissimo il fiore di ciliegio che è il fiore nazionale del Giappone, e che simboleggia la gioventù e la bellezza, la fama e la ricchezza.
Diversamente dal suo significato occidentale, il crisantemo è simbolo di longevità e rappresenta forza e determinazione. Molto comune anche il fiore di loto, uno dei simboli più classici della religione buddista, rappresenta la purezza dell’essere umano. Questi tatuaggi fioriti sono davvero meravigliosi ma richiedono anche molto spazio sul corpo: spesso infatti occupano tutta la spalla e parte del braccio o in alternativa l’intera schiena. Bellissime anche le carpe koi, pesci coloratissimi e tipici del Giappone che sono simbolo di perseveranza e coraggio.

Nella cultura europea, complice la mitologia scandinava, draghi e dragoni non godono di una buona reputazione.

Si tratta, almeno nella nostra cultura, di animali particolarmente feroci, estremamente potenti e che mettono questo potere al servizio del male. Nella cultura giapponese invece draghi e dragoni rivestono un ruolo diametralmente opposto: animali forti è longevi, longevità che è causa prima della loro estrema saggezza.

Ed è questo il significato più profondo dei tatuaggi che rappresentano dei draghi e dei dragoni. Sono animali millenari che portano con loro la saggezza che il tatuato vuole assumere con un tatuaggio che li rappresenta.

Le carpe che conosciamo in Occidente, almeno quelle appartenenti alla razza giapponese, sono immaginate come animali particolarmente colorati, caso che però non è quello dei tatuaggi tradizionali giapponesi. I colori più utilizzati sono il bianco, l’oro, il giallo, l’arancio, il bianco e il blu insieme, che rappresentano nelle diverse combinazioni diversi tipi di buoni auspici per chi porta il tatuaggio.
È con le tigri che nella cultura giapponese si fonde con quella cinese.
Le tigri rappresentano forza coraggio e longevità, tutte qualità che il tatuato desidererebbe raggiungere successivamente al tatuaggio.



Le tigri sono uno degli quattro animali sacri, simbolo del Nord e che rappresentano inoltre l’autunno e il controllo dei venti, particolarmente importante per un popolo che si affida al mare come principale mezzo di sostentamento.

Anche i leoni sono animali particolarmente importanti per la cultura giapponese.

La religione shintoista, religione particolarmente diffusa in Giappone, ha un leone protettore che ha una testa rossa e che tiene lontani gli spiriti maligni, portando ricchezza e salute.

Nonostante non si tratti di un animale appartenente originariamente alla cultura giapponese, la fenice è entrata grazie al contatto con la cultura occidentale e nordafricana anche della tradizione giapponese.

Siamo davanti ad un uccello leggendario, capace di rinascere dalle proprie ceneri e per questo non soltanto simbolo di longevità e immortalità, ma anche e soprattutto di rinascita, rinascita spirituale e fisica.

Gli Oni sono spiriti che vivono in gruppo e al quale appartengono anche divinità come quella del vento e quella del fulmine. Questi spiriti vengono tatuati perché non hanno solo significato maligno, ma perché possono diventare in alcuni casi dei protettori benevolenti, protettori che si rifanno e sono ammirati da figure monastiche molto popolari nella cultura giapponese più tradizionale.

Chi si tatua uno di questi demoni cerca come nella tradizione apotropaica europea, protezione dagli stessi.

Il teschio, che nella cultura europea rappresenta in genere rabbia, paura, pericolo, o morte, nella cultura giapponese non rappresenta nessuna di queste cose.

Nella cultura giapponese il teschio vuol dire innanzitutto cambiamento o celebrazione di una grande vita.

Nella nostra cultura una testa mozzata è un simbolo particolarmente macabro.

Anche qui ci troviamo ad un cambio di paradigma nella cultura giapponese: la testa mozzata può infatti simboleggiare non solo un avviso ai nemici, ma anche la volontà di accettare il proprio fato con onore, accettazione che è alla base della cultura samurai.

Non sono rituali macabri dunque ma anche un elemento del cerchio della vita, ad esempio a simboleggiare quando una testa viene tagliata dal corpo di un nemico con estremo rispetto, tipico della tradizione guerriera Giapponese.

Nella nostra cultura, intrisa di simbologia ebraica e cristiana, il serpente ha una pessima reputazione. Ci troviamo davanti infatti all’animale che nell’Eden aveva offerto la mela, animale  da sempre simbolo di Satana, il tentatore per eccellenza.

Per i giapponesi invece il serpente sta a significare acutezza e attenzione al dettaglio, capacità di affilare la propria mente e diventare monaci, guru, personaggi filosofici o religiosi.

Non solo però un simbolo meditativo, il serpente in Giappone è anche riconosciuto come animale con una velocità particolarmente elevata nel prendere decisioni ed agire, uno degli animali più temibili dell’intera fauna.

Il fiore di loto è un fiore intriso di simbologia in praticamente tutte le religioni asiatiche, specialmente quelle che partono dall’India.

Il loto è da sempre simbolo di un risveglio, il significato della vita stessa. Nella tradizione giapponese è spesso anzi spessissimo raffigurato in compagnia di un Koi, la carpa giapponese.

La maschera Hannya è una maschera del teatro tradizionale kabuki che raffigura una donna che per un amore non corrisposto si è vendicata del suo “non amante” e si è lasciata così consumare dalla rabbia .Questa maschera non ha un significato malevolo, anzi, tutto il contrario. Questo tipo di tatuaggio si dice che allontani gli spiriti maligni e che porti buona fortuna alle persone che li indossano sulla loro pelle.



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domenica 20 marzo 2016

TATUAGGI CELTICI



C’è una tradizione tribale anche e in Europa, e prende le forme e i significati dei tatuaggi celtici, spariti dalla circolazione per secoli e tornati ora di moda, grazie ad una aumentata consapevolezza di chi può vantare origini celtiche.

Così come i Pitti, che abitavano l’odierna Scozia, anche i Celti utilizzavano il tatuaggio per incutere timore nell’avversario.

Si tatuavano sul petto, orgogliosamente nudo durante la battaglia, e facevano bella mostra di disegni in realtà molto articolati e in grado di spaventare anche il più duro degli avversari.

Una volta si facevano ricavando inchiostro dalle piante, raccogliendo le foglie e facendole bollire, creando un prodotto particolarmente denso, che poi veniva inserito sotto pelle grazie a degli aghi rudimentali.

Ci sono tanti motivi ricorrenti nella cultura celtica, ognuno con un proprio significato ed una propria specificità.

Triskelion è un simbolo costituito da tre gambe (il nome, in greco, vuol dire proprio “con tre gambe”) e significa progresso umano e competizione.

Triquetra è un simbolo con tre punte, che assomiglia vagamente ad un fiore. Ha profondi significati spirituali di legame con gli spiriti, con la natura e con il cosmo. E’ forse quello che più simboleggia il legame particolare dei Celti con il mondo che li circonda.

La tripla spirale è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un simbolo principalmente femminile. Vuol dire infatti verginità, maternità e saggezza nella cura degli affari della famiglia. Possono farselo anche gli uomini, tenendo conto però del suo significato originario.

Tre raggi: un altro simbolo molto caratteristico di questa cultura. Il primo raggio sta a rappresentare il potere maschile, il terzo quello femminile, mentre quello al centro simboleggia l’equilibrio dei due.

La spirale simboleggia l’energia che irradia il mondo. Significa crescita, nascita e aumento della consapevolezza. Un tatuaggio praticamente perfetto per ogni occasione.



Croce celtica è un simbolo che è diventato parte della mitologia fascista europea, ma che nel suo significato originale sta a significare il passaggio da inferno a paradiso, con il cerchio che invece rappresenta l’amore eterno, infinito e spirituale.

I disegni di tatuaggi celtici hanno di solito un complesso intreccio di linee che rappresentano nodi, labirinti, spirali e varie figure. Questi intrecci di nodi, in generale, non hanno né inizio né fine, sembrando una rete continua che non comincia né finisce mai. I disegni più diffusi nell'ambito dei tatuaggi celtici sono di solito i nodi, le croci, i trifogli, i cuori e gli alberi. I tatuaggi con disegni di nodi celtici possono essere perfetti sia per disegni singoli sia per formare una composizione più grande. Il significato simbolico di questi nodi non è completamente chiaro, alcune persone attribuiscono loro semplicemente dei poteri magici e significati mistici. Ad esempio, un tipo di nodo è il "nodo celtico dell'amore", che simboleggia la costanza di due persone innamorate e l'unione delle loro anime e attaccamento reciproco.

L'albero della vita celtico è di solito uno dei disegni di tatuaggi celtici più grandi. Se è vero che non è un disegno celtico tradizionale, questo disegno è apparso per la prima volta nel cosiddetto Libro di Kells, un manoscritto illustrato creato da monaci celti quando la cultura celtica era già ben insediata. Quest'albero può simboleggiare l'albero del giardino dell'Eden o l'Axis Mundi, la linea che collega l'inframondo, il mondo e il cielo. Altri disegni di tatuaggi celtici comuni sono quelli che contengono animali, ad esempio cani, che indicano la lealtà e la buona fortuna, aquile, cavalli, animali sacri per le persone di questa cultura, corvi, associati alla morte, orsi, che rappresentavano il potere, o animali mitologici come i dragoni, che erano associati ai concetti di potere e magia.

Questo tipo di tatuaggi, nella maggior parte dei casi, si realizza utilizzando solo inchiostro nero e con vari effetti di ombreggiatura. Vengono utilizzati normalmente in parti del corpo come braccia e schiena per ragazzi e ragazze.



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domenica 3 gennaio 2016

TATUAGGI DELLA MORTE




La morte può essere raffigurata in moltissimi modi. È un elemento che ha sempre richiamato la nostra attenzione: chi di noi non si è mai domandato come sarebbe morto e cosa ci fosse dopo la morte. Perciò, anche se non è molto popolare, ha un significato di trascendenza notevole. Ci sono individui che si tatuano la morte perché sono attratti dal suo fascino, mentre altri lo fanno per ricordarsi di qualcosa inevitabile che capita a tutti noi; è qualcosa di ossessivo che fa riferimento all'importanza di saper vivere appieno ogni giorno della nostra vita.

Alcuni disegni sono molto ricorrenti, come la figura di uno scheletro con una tunica nera che gli copre anche la testa e con in mano una falce. Un'altra maniera di rappresentarla può essere mediante un teschio, al quale è possibile aggiungere dettagli colorati, come gli occhi rossi. Come possiamo prevedere, i colori predominanti sono il nero ed il grigio, ma ciò non esclude la possibilità di includere dei pezzi colorati, in modo da dare un tocco di originalità al tattoo.

In conclusione, se si desidera avere un disegno abbastanza emblematico, ma che abbia soprattutto un forte impatto e non lasci indifferente l'osservatore, si può scegliere fra quelli menzionati anteriormente. Anche se, come abbiamo già detto, il nero ed il grigio saranno i colori predominanti, è una buona idea inserire delle tonalità che contrastino con questi colori spenti, dando una maggiore creatività e dinamicità alla composizione.

I teschi e altri disegni sono anche tatuati con disegni differenti per rappresentare la morte o il pericolo.

Il simbolo della Santa Muerte tatuato sulla pelle è solitamente collegato ai criminali messicani. Le autorità statunitensi hanno deciso infatti di costringere, una volta giunti alla frontiera, tutti i cittadini messicani a spogliarsi per controllare i loro tatuaggi. Ed in caso di tatuaggi ‘da narcos’, hanno deciso di non consegnare il visto per entrare negli Stati Uniti.

Il “mito della Santa Muerte” è racchiuso fra illusione e realtà: si tramanda di padre in figlio e narra dell’apparizione di una santa, “con il viso della morte”, ad un uomo povero. Con questa immagine nasce il culto “popolare” della Santa Muerte.

Il culto è praticato soprattutto nel quartiere di Tepito, a Città del Messico e fino al 2002 non aveva una sua Chiesa ufficiale.

E’ proprio la ‘clandestinità’ di questo culto ad aver fatto concentrare attorno alla figura della Santa Muerte l’aura di “protettrice dei criminali”. Una credenza che nessuno si è mai preoccupato di  smentire.

E così la santa è diventata la “Santa dei Narcos”.

Al contrario, invece, questa figura, ascoltando le testimonianze e i racconti della gente di Tepito, altro non sarebbe che “una presenza benevola, un angelo di luce che protegge i più deboli”. In origine raffigurata come statua e per mezzo della pittura, oggi la rappresentazione iconografica più frequente della Santa Muerte è sottoforma di tatuaggio, incisa sulla pelle. Come simbolo perenne di devozione.

Generalmente viene rappresentata come una versione femminile del Tristo Mietitore: uno scheletro incappucciato, vestito con un mantello. “La Santissima” può essere raffigurata in due modi: nella versione classica, dove essa tiene in mano una bilancia (simbolo di giustizia e vendetta), una falce (che simboleggia il suo ruolo come mietitrice di anime) e a volte un globo (che indica il dominio del mondo) e nella versione esoterica, dove invece, possiamo trovare nelle sue mani una clessidra ed una marionetta, rispettivamente simboli del tempo e della vita umana. La Corona sulla sua testa ha un significato ben preciso: esplicare il concetto secondo il quale la Morte ha potere su tutto e tutti. Alla Santa vengono anche, più raramente, associati un gufo o una civetta, simboleggianti la saggezza e il potere occulto.

Il mantello con cappuccio con cui viene solitamente raffigurata, può essere di diversi colori: ad esempio, una raffigurazione con il mantello bianco servirà per riti di benedizione e protezione, una con il mantello rosso influirà sulle questioni amorose e una col mantello nero sarà in grado di rimuovere negatività e malocchio. Il mantello multicolore è considerato un feticcio molto potente. Santa Muerte risponde alle preghiere dei seguaci esaudendo i loro desideri e garantendo al fedele una “giusta morte”.

La Santa Muerte è inoltre spesso rappresentata dai tatuatori con un viso di donna, truccato con merletti, tondi, righe, foglie e fiori, cuori, ragnatele e diamanti.



La morte personificata è una figura esistente fin dall'antichità nella mitologia e nella cultura popolare, con una vaga forma umana o come personaggio fittizio. La raffigurazione che più si è diffusa nell'immaginario collettivo è quella di uno scheletro che brandisce una falce, a volte vestito da un saio nero, una tunica o da un mantello di colore nero munito di cappuccio.

La figura della morte è nota a molti con il nome di Tristo Mietitore o Sinistro Mietitore e Cupo Mietitore (in inglese Grim Reaper). La personificazione della morte viene generalmente associata all'idea di un'entità neutra, ossia né buona né cattiva. Suo unico compito sarebbe quello di accompagnare nel trapasso le anime degli esseri umani al regno dei morti.
Nella mitologia greca, Thanatos è la personificazione della morte. Dal suo nome deriva la tanatofobia, la paura della morte. Secondo Esiodo, è figlio di Nyx (la Notte), che l'aveva concepito senza l'aiuto di nessun altro dio. Omero ne fa il fratello gemello di Hypnos, la personificazione del sonno.

Nemico implacabile del genere umano, odioso anche agli immortali, ha fissato il suo soggiorno nel Tartaro o dinanzi alla porta degli inferi. È in questi luoghi che Eracle ha combattuto con Thanatos sconfiggendolo e legandolo con una catena di diamanti per tenerlo prigioniero sino a che non ottenne la restituzione di Alcesti, che ricondusse trionfalmente a casa.

Ateniesi e Spartani lo onoravano di un culto particolare, ma non si sa nulla sul tipo di culto che gli rendevano.

Thanatos aveva un cuore di ferro e delle viscere di bronzo. I greci lo rappresentavano sotto la figura di un bambino nero con piedi torti. A volte i suoi piedi, senza essere difformi, sono soltanto incrociati, simbolo dell'imbarazzo dei corpi che si trovano nella tomba. Altre volte era rappresentato come un giovane o un vecchio barbuto con le ali. Nelle antiche sculture viene rappresentato anche con un viso dimagrito, gli occhi chiusi, coperto da un velo, e mentre tiene una falce in mano. Questo attributo sembra significare che la vita viene raccolta come il grano. Gli attributi comuni tra Thanatos e la madre Nyx (la Notte) sono le ali e una torcia spenta e rovesciata. I Romani lo chiamavano Mors, e se lo raffiguravano come un Genio alato e silenzioso e gli alzarono anche degli altari.

Nell'Induismo Yama è la divinità preposta al controllo e al trapasso delle anime da un mondo all'altro. È figlio di Surya (dio del Sole) e di Saranyu, viene chiamato anche Dharma (Giustizia, poiché ha il compito di giudicare le destinazioni delle anime) e Kala (Tempo, Yama è identificato con il tempo poiché è quest'ultimo a decretare il momento della morte). La sua tradizionale iconografia è quella di un uomo che cavalca un bufalo nero, vestito di rosso con gli occhi di fuoco e la pelle verde.

Nel Buddhismo è rappresentato come un essere irato, dalla pelle di colore nero-blu, vestito di pelli animali e adorno di teschi e ossa. Nella rappresentazione iconografica del Sasara Yama stringe a sé la ruota dell'esistenza. Nel buddhismo Vajrayana la morte viene considerata uno degli otto dharmapada, un difensore del Dharma. Sempre nel buddhismo Vajrayana esiste anche Yamantaka, il Distruttore della morte, che assume su di sé le sembianze di Yama, compreso il volto di bufalo tratto dal suo veicolo nell'iconografia induista, a significare il superamento di ogni dualità.

Nella Bibbia il quarto cavaliere dell'Apocalisse è rappresentato con l'inferno che lo segue. Nell'Antico Testamento il cosiddetto "Angelo del Signore" colpisce 185.000 nell'accampamento Assiro (II Re 19:35), nel libro dell'Esodo 12:23, il Signore "percuote" ogni primogenito d'Egitto ma non fa passare lo "sterminatore" nelle case in cui c'è un segno di sangue sulla porta. Sempre l'Angelo Sterminatore causa una pestilenza in Israele finché il Signore non gli ordina di "ritirare la mano" (II Sam 24:16; I Cronache 21:15). Re Davide vede l'Angelo della Morte descrivendolo "stava tra terra e cielo con la spada sguainata in mano, tesa verso Gerusalemme"(I Cronache 21:16). Nel suo libro, Giobbe usa il termine "distruttore" e in Proverbi si fa riferimento alla morte (Prov. 16:14). Di solito Azrael è riconosciuto come Angelo della Morte. Il "memitim" è un tipo di angelo biblico associato con la mediazione oltre la vita dei morenti (Libro di Giobbe 33:22). Ci sono alcuni dibattiti religiosi tra gli studiosi per quanto riguarda l'esatta natura del memitim.

Secondo il Midrash, l'angelo della Morte fu creato da Dio nel primo giorno. Egli abita nei cieli e possiede dodici ali. È rappresentato come un essere ricoperto da occhi che tiene in mano una spada da cui gocciola fiele. Quando un uomo sta per morire, l'Angelo fa cadere una goccia di fiele in bocca all'uomo e questo ne causa la morte: l'uomo comincia a decomporsi e il suo viso diventa giallo. L'espressione "avere il gusto della morte" è derivata dalla credenza che la morte fosse causata da una goccia di fiele. Dopo la morte dell'uomo l'anima esce dalla bocca (o dalla gola) e la sua voce giunge fino alla fine del mondo.

Proprio per questo l'Angelo sta sulla testa del morente, per impedire all'anima di fuggire. Nella tradizione ebraica, l'angelo è rappresentato come un brutale macellaio che uccide tramite la sua goccia di fiele, usando la sua spada (o un coltello) o con un laccio (che simboleggia la morte per soffocamento). Infatti le pratiche di esecuzione capitale nella cultura ebraica venivano eseguite tramite la combustione (il versare un liquido incandescente nella gola del condannato—pratica che ricorda la goccia di fiele), la macellazione (o decapitazione) e il soffocamento. Inoltre l'Angelo possiede un mantello nero che gli permette di trasformarsi in tutto ciò che vuole per meglio assolvere il suo compito, di solito si trasforma in mendicante o studioso.

Secondo la tradizione vi sono sei angeli della morte:

Gabriele, che ha il compito di prendere le anime dei re.
Kapziel, che prende le anime dei giovani.
Mashbir, che prende le anime degli animali.
Mashhit, che prende le anime dei bambini.
Hemah, che estende il suo potere sull'uomo e sulla bestia.



L'angelo della Morte, a causa delle sue frequenti rappresentazioni di mostro vestito di nero o di impietoso ed iniquo omicida, è stato spesso associato al diavolo. Persino nella genesi quando Eva, durante il suo colloquio col serpente, associa la morte al peccato originale (Gen. 3:3).

Nel Nuovo Testamento la morte è citata solo qualche volta e affrontata con un atteggiamento notevolmente positivo. Basti pensare a Cristo che risorge dai morti, alle numerose allusioni della vittoria sulla morte e alla scomparsa di paura della morte. La morte, quindi, mantiene la sua accezione negativa (Ap.6:8) ma assume il ruolo di vinta e non di vincitrice. Prima, infatti, la condizione umana sia buona che cattiva aveva conclusione nella morte, ora la morte è solo un "periodo transitorio", una sorta di lungo sonno. La morte non è eterna e da essa si può risuscitare.

Nella tradizione ci sono due Angeli della Morte: Michele, che è buono, e Samaele, che è malvagio.

Azrael, uno dei quattro Arcangeli principali nella teologia islamica, appare come la personificazione della Morte nella tradizione islamica.

Nella mitologia giapponese la morte è impersonata da Enma, anche conosciuto come Enma Ou e Enma Daiou. Enma comanda lo Yomi (gli Inferi), il che lo rende simile ad Ade, e decide se i morti devono andare in paradiso o all'inferno.

I testi religiosi, in particolare il Kojiki, parlano del Takama no Hara (Pianura degli Alti Cieli, paragonabile al concetto occidentale di paradiso) e dello Yomi no Kuni (o Terra di Yomo, paragonabile al concetto occidentale di inferno), una terra dei morti in cui regna un Re demoniaco, Enma, che ha il compito di giudicare i morti che sono condotti innanzi a lui. Tuttavia non è così facile giungere al suo cospetto, infatti per accedere alla vita ultraterrena, bisogna superare le varie prove della vita. Il rimpianto per il mancato conseguimento di una o più prove condanna l’anima dell’individuo ad un vagare senza meta sulla terra anche se è stato destinato al Takama no Hara.

Un culto più recente è quello degli shinigami, gli dei della morte.

Le antiche tribù slave vedevano la morte come una bellissima donna vestita di bianco che teneva in mano un ramoscello di sempreverde. Il tocco di questo ramoscello avrebbe significato la morte immediata di una persona. Questa iconografia è sopravvissuta fino al Medio Evo fino a quando non è stata sostituita dallo scheletro con la falce.

I lituani chiamarono la morte Giltinè dalla parola "gilti" (pungere). Giltinè è stata rappresentata come una vecchia donna vestita di blu con una lingua velenosa e mortale. La leggenda vuole che prima Giltinè fosse una bellissima giovane trasformata in un essere mostruoso quando fu chiusa in una bara per sette anni. La dea della Morte era la sorella della dea della Vita, Laima, che rappresenta inoltre il legame tra inizio e fine. Dopo i lituani adottarono come immagine della morte lo scheletro con la falce.

La morte personificata è un soggetto frequente nella cultura popolare, dal teatro al cinema, dai fumetti ai romanzi ai videogiochi. Tra le apparizioni letterarie più consistenti si ricordano quelle nei romanzi comici di Terry Pratchett (specie quelli del Ciclo di Morte).

La Morte è un personaggio secondario della serie televisiva I Griffin.

Nella seconda stagione di American Horror Story, Asylum, compare la Morte come angelo saggio e giusto, interpretato da Frances Conroy.




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lunedì 28 dicembre 2015

TRUCCO INDIANO



Occhi da cerbiatta, occhi da pesce -non è un insulto ma un grande complimento, si intende occhi allungati dalla forma a pesce, come quelli della dea Minakshi (min=pesce, akshi=occhi). Occhi grandi, scuri, profondi e sottolineati da ciglia folte e ricurve: così sono gli occhi che piacciono agli indiani e che, effettivamente, si incontrano ogni giorno per strada. Ci sono, per fortuna, anche i trucchi. L’India ne usa uno da secoli: il kajal, una passata e lo sguardo ammaliante e caldo sarà vostro.
Esistono numerosi kajal o kohl in commercio in India, in polvere da inumidire, della consistenza di una crema in piccole scatole, a forma conica o in matita. Ma, sostengono le donne indiane, non c’è nulla di meglio del kajal fatto in casa. Una ricetta semplice, senza piombo o altre sostanze chimiche spesso presenti nei prodotti sul mercato. Le donne indiane apportano varianti per ottenere kajal più profumati e curativi. Si ritiene infatti che il kohl protegga gli occhi dal sole e dalle malattie, e che abbia il potere di allontanare le energie negative e il malocchio. I bambini indiani hanno spesso gli occhi cerchiati di nero e una macchia sul volto, qualche mamma sostiene che sia per bellezza, altre che sia per scaramanzia: sciupando la perfezione naturale si allontana l’invidia che attira il malocchio. Quasi tutte preferiscono affidarsi alla tradizione e preparare a casa il kajal per i figli, ecco come:

Ingredienti:
Olio di ricino (o sesamo) per il lumino; ghee o olio di mandorla; un piatto metallico (meglio se di ottone); lampada di argilla.
Opzionale: Pasta di sandalo o estratto di pianta dalle proprietà curative (in India spesso l’astolnia)

Il kajal si ottiene annerendo una superficie metallica su una lampada a olio (solitamente olio di ricino).
Per ottenere un kohl dalle proprietà rinfrescanti e curative immergete un quadrato (10 cm circa di lato) di mussolina naturale in pasta di sandalo e/o essenze di piante curative (quelle usate in India sono  difficilmente reperibili in Italia). Lasciate asciugare per un giorno intero in ombra, quindi arrotolate la stoffa a formare lo stoppino per la lampada.
Accendete la lampada a olio sotto un piatto di ottone, posto su un piedistallo per consentire la circolazione dell’aria. Lasciate bruciare completamente lo stoppino. Il fumo nero si deposita sulla superficie metallica. Togliete dal fuoco e, quando si è raffreddato, grattate via il nero con un cucchiaino depositandolo in un contenitore metallico. Aggiungete alcune gocce di ghee o olio di mandorla e mischiate fino a ottenere una pasta morbida e densa: il kajal è pronto all’uso.
Le indiane lo applicano con la punta del dito, tracciando una linea spessa che tende ad allargarsi con il passare del tempo.
Conservate lontano da fonti di calore per un periodo non troppo lungo.


La storia del Make Up parte già dall’antichità.

L’India, già dall’antichità, è stata sempre caratterizzata per i suoi colori accentuati e per le sue stravaganti decorazioni corporee: khol, kajal ed henné hanno caratterizzato la storia del make up femminile.

Oggi come allora, le donne dedicano molto tempo alla cura del corpo. In India, il corpo è una parte fondamentale dell’uomo, per questo viene curato e coccolato con oli profumati, bagni caldi e massaggi terapeutici, sia dagli uomini che dalle donne. Inoltre, il trucco è qualcosa che fa parte delle abitudini sia maschili che femminili. Non è affatto raro incontrare uomini indiani con il viso decorato e truccato, in maniera simile a quello delle donne.

Il make up indiano rimane comunque una prerogativa di alcune donne, non tutte. Moltissime indiane non si truccano, ma si decorano il viso utilizzando il tilak, cioè il rituale simbolo tondeggiante posto in fronte, creato anticamente con una polvere rossa, che oggi viene semplicemente attaccato come adesivo.

Il giorno delle nozze, il tilak viene disegnato dal marito stesso, che utilizza il rosso per segnare la sua sposa, in mezzo ai capelli.

I cosmetici indiani sono molto diversi dai nostri cosmetici occidentali. In comune abbiamo l’uso e la tipologia di rossetto, molto utilizzato durante le feste e tendenzialmente dia colori che vanno dal rosso al rosa.

Dato il colore particolarmente scuro di pelle, le donne indiane raramente usano fondotinta o cipria. Gli occhi vengono invece curati e decorati, grazie al khol. La decorazione, che consiste nella sottolineatura del contorno occhi, con piccoli disegni che possono terminare la riga finale, viene fatta anche sui bambini.

Molta cura viene dedicata anche ai capelli: solitamente lunghi, questi vengono legati con eleganti trecce ed ornati di perline colorate. I capelli sono una parte fondamentale del corpo, per gli indiani, tanto che, in caso di disgrazie, essi vengono completamente rasati, come simbolo di lutto.



Queste sono le caratteristiche di base del trucco indiano, rimasto invariato per secoli.

Difficilmente il make up dell’India può essere influenzato dalle tendenze occidentali. Forse, le uniche eccezioni che si possono trovare sono all’interno delle grandi città o nei quartieri più industrializzati.

Secondo la cultura indiana, niente e' concluso o completo o semplicemente bello se non provvisto dei giusti ornamenti. Per questo, la donna indiana appare sempre riccamente adornata da gioielli ed esibisce un make-up all’apparenza piuttosto pesante. Senza contare poi che ogni oggetto e cosmetico ha spesso anche un valore magico o scaramantico. L’insieme degli ornamenti di una donna prende il nome di Solah Shringar, ed e' composto in totale da 16 elementi , numero che indica anche l’eta' della maturazione di una ragazza e della sua perfezione secondo la tradizione Hindu.
Il classico puntino rosso, chiamato tika che di solito si porta sulla fronte, e' uno di questi. Storicamente nasce con lo scopo di comunicare la condizione di non vedovanza, e viene quindi praticato sia alle donne sposate che alle nubili. Si effettua al centro della fronte, dove secondo antiche credenze sarebbe situato il terzo occhio. Il Sindoor, al contrario, e' un pigmento in polvere, rosso, che si applica al centro dei capelli e ha valore di appartenenza a un uomo e quindi e' utilizzato solo dalle donne sposate. Il Kajal (solfuro di antimonio), che qui da noi sta a indicare sia il cosmetico vero e proprio che il bastoncino o la matita che serve per applicarlo, ha la funzione di allontanare gli influssi negativi. Il ruolo propiziatorio di cui si ritiene sia investito fa si che esso venga applicato sia a donne che a uomini oltre che ai bambini molto piccoli.
Passando ai gioielli, il Mang Tikka e' un pendente con catenella che si aggancia alla sommita' del capo e cade al centro della fronte. Ad usarlo di solito sono le ragazze fidanzate, poiche' esso poggia sul Chakra che rappresenta l'unione. Il tipico anello al naso si chiama Nath. Fondamentale tra i gioielli da sposa il suo valore poggia sulla credenza che vuole il naso strettamente collegato agli organi genitali femminili. Non per niente la rimozione dell’anellino indica la prima notte di nozze. L’Haar e' invece il girocollo, cui puo' essere appeso un amuleto, un mantra o un incantesimo al suo interno.
Con altri ornamenti indica le donne sposate. Gli orecchini si chiamano Karn phool, e solitamente ricoprono l'intera superficie disponibile. Esibire grandi orecchini e' molto importante per una donna, primo perche' l’allungamento dei lobi, che ne deriva, rappresenta la sua saggezza e il livello di spirituualita' raggiunto, secondo perche' si crede che la perforazione dei lobi temperi il carattere. Non c'e' un numero di orecchini prescritto ma si predilige l'abbondanza. Anche i disegni applicati con l’Henne' hanno un significato particolare: essi sono considerati altamente propizi per una sposa e a volte includono, tra gli arabeschi, il nome del fidanzato; una volta soli lo sposo dovra' riuscire a trovarlo. I Braccialetti costituiscono uno degli ornamenti piu' antichi e amati della civilta' indiana. Anche questi sono simbolo di matrimonio anche se naturalmente essi sono indossati anche dalle ragazze nubili, ma senza la valenza che rappresenta per la donna sposata. Si portano da 8 a 12 bracciali per polso. Alla morte del marito, le donne indiane li spezzano e non li indosseranno mai piu'. I Bazubandh sono i bracciali da schiava, a fascia, portati al braccio a pressione o legati. A seconda della comunita' di appartenenza e del suo stato civile le donne possono indossarne uno solo o ricoprire l'intero braccio dalla spalla al gomito. Una curiosita' e' che l'ascella femminile rappresenta una zona molto erotica nella donna e di conseguenza e' sempre coperta. L’Arsi e' l’anello da pollice con specchio. Si indossa da sposa e nelle occasioni speciali. Ha forma rotondeggiante, a volte a cuore, con al centro uno specchietto nascosto, che permette alla ragazza di controllare il proprio aspetto di nascosto. Con il termine Keshpasharachna si indica l'acconciatura dei capelli. I capelli sciolti indicano un atteggiamento irrispettuoso delle tradizioni e sono visti come una sfrontatezza. Unti con oli profumati e intrecciati, vengono adornati, specie al sud, con ghirlande di fiori profumati. L’acconciatura preferita e' quella che li vuole raccolti in tre parti, come per una treccia, rappresentando l'unione della trimurti Brhama Shiva e Vishnu, così come la confluenza dei tre fiumi sacri Gange, Yamuna e Saraswati. Elemento immancabile per ogni donna e' la Kamarband: la cintura. Essa si appoggia sui fianchi per tenere le pieghe della sari e sottolineare la curva dei fianchi. Spesso la cintura ha un piccolo aggancio per le chiavi e viene offerta alla sposa dalla suocera che le attribuisce così il ruolo di nuova padrona di casa. Le Payal e i Bichua sono le cavigliere e gli anelli per i piedi. Spesso le cavigliere hanno grossi sonagli, per allontanare i serpenti, ma anche per poter essere facilmente rintracciabili. Concludiamo con l’Itra: profumo. Ogni donna in India profuma il suo corpo con decine di tipi di essenze. Ne esistono, infatti, di adatte a diverse ore del giorno, a diversi tipi di abbigliamento, a seconda del tipo di fisico e di carattere oltre che per ogni stagione.



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