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mercoledì 27 gennaio 2016

TATUARSI IN COPPIA



I tatuaggi per coppie di fidanzati sono diventati di gran moda negli ultimi anni, spinti anche dalle solite celebrità da gossip, che hanno pensato bene di sfoderare immagini e frasi coordinate. Un modo creativo per suggellare un amore e inciderlo per sempre sulla propria pelle. Le idee per chi voglia realizzare un tatuaggio di coppia non mancano di certo, dall’inevitabile frase d’amore ai simboli orientali, passando per il classico cuoricino. L’unica avvertenza, per ogni uomo che si rispetti, è non cadere nel patetico o ridicolo con orsetti e dichiarazioni troppo zuccherose. Per il resto tutto è concesso.
Con un tatuaggio coordinato sul corpo di lui e di lei, la coppia diventa unita da un simbolo di amore eterno, nella speranza che il rapporto non finisca in maniera brusca e ci si ritrovi, alla fine, con un tatuaggio imbarazzante da nascondere alle future partner.Le parti del corpo esposte quelle predilette per un tattoo del genere, dalle mani all’avambraccio, dalle caviglie alla nuca.
L’esperimento più azzardato è quello di chi si è fatto tatuare una fede nuziale, per siglare l’unione ancora prima del matrimonio vero e proprio. L’effetto non è dei migliori, a livello estetico, ma in fondo è il simbolo quello che conta.

Parlando di disegni, tra i tatuaggi che vanno per la maggiore tra coppie troviamo il classico cuore diviso a metà (una parte sul braccio di lui e un’altra su quello di lei), in modo che solo l’unione tra le due potrà dare senso compiuto al tutto. C’è anche chi predilisce il simbolo del lucchetto e della chiave, a simboleggiare un sentimento che può essere svelato solo a chi possiede la combinazione giusta. Ancora, c’è la versione del cuore con la freccia di Cupido: lei di solito ha un cuore tatuato e lui una freccia in volo, pronta a colpire e segnare per sempre il rapporto di coppia.
Per chi preferisce le forme astratte, poi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il tatuaggio astratto preferito dalle coppie è quello dell’infinito matematico, simbolo di eternità e di completezza in sé e per sé. Oppure c’è il dualismo Yin e Yang, il nero e bianco della filosofia cinese usato per indicare gli opposti che si attraggono. I più fantasiosi, infine, si rivolgono alla cultura di massa e cercano disegni unici ma anche divertenti: ci sono Topolino e Minnie, uno di fronte all’altro, che si lanciano un bacio, c’è Zelda (protagonista del famoso videogioco) impegnato a conquistare i cuoricini e ci sono Peter Pan e Campanellino in posa romantica.
Il disegno è il soggetto preferito da chi deve realizzare un tatuaggio di coppia, perché più semplice e più ricco di significato, ma anche le frasi non sono da sottovalutare. Di solito, se si escludono le classe ‘I love him – I love her’ oppure ‘Lo – ve’, per suggellare l’amore con una citazione sulla propria pelle si scelgono frasi famose, la prima parte tatuata su di lei e il completamento su di lui. I versi d’amore dei grandi autori del passato, come William Shakespeare, Emily Dickinson o Oscar Wilde, sono quelli più gettonati, ma non mancano le citazioni bibliche, le frasi scritte in lingue straniere (arabo e cinese, soprattutto), i proverbi antichi e dichiarazioni d’amore inventate al momento.
Quale che sia la vostra idea, l’importante è stupire trovando un simbolo che abbia un reale significato per entrambi. Così che, ogni volta che guarderete il tatuaggio, il vostro amore si rinnoverà, anche se siete a chilometri di distanza.



Di fatto non c’è un tipo di tatuaggio prestabilito per gli innamorati, ma si può scegliere fra una grande varietà di possibilità, dove l’unico limite è l’immaginazione. In questo senso possiamo affermare che la maggior parte delle coppie non cerca semplicemente un simbolo romantico, ma qualcosa dove la creatività gioca un ruolo importante.

Tatuarsi lo stesso simbolo: dai simboli più originali come cuori, baci, labbra, fino a qualsiasi altro simbolo che abbia un significato speciale per la coppia. Questi sono soliti essere rappresentati in modo identico nella stessa zona del corpo, oppure si disegna metà simbolo su ogni membro della coppia, in modo che si completi quando questi sono uniti. Oppure, un’altra maniera è attraverso due oggetti differenti che se messi in relazione simboleggiano l’amore, come, per esempio, una chiave ed una serratura...

Tatuarsi frasi d’amore: sono senza dubbio uno fra i tipi di tatuaggi per coppie più popolari, consistono nel tatuarsi delle frasi di amore e libertà che normalmente si possono vedere divise in due parti, una per innamorato. Anche se, possiamo dire che queste frasi non sono solo per le coppie, ma anche per una persona che cerca una buona espressione per mostrare affetto in generale.

Tatuarsi anelli o fedi: anche questi sono molto popolari e normalmente non consistono semplicemente nel rappresentare degli anelli tradizionali, ma delle vere e proprie fedi o anelli di qualsiasi forma, dove la creatività non ha limiti. Per esempio attraverso frasi che simulano la forma dell’anello o mediante qualsiasi altro disegno o simbolo.

Tatuarsi addosso il nome dell’amato? Una moda che non passa mai. Ma forse un po’ rischiosa: noi non ve lo auguriamo, ma se l’unione finisse bisognerebbe ricorrere a una cover up, ossia un tatuaggio che copra quello precedente (e che è solitamente assai più grosso di questo), o alla rimozione. Meglio l’iniziale, con qualche decoro, più semplice da trasformare in qualcosa d’altro.

Per chi ama i tatuaggi a base di frasi e scritte, anche un verso di una poesia o la canzone d’amore preferita si prestano a essere spunti per un tattoo di coppia. Da avere uguale, o da dividere in due: perché la frase si completi solo con l’altro, proprio come sentiamo di completarci noi.



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sabato 19 dicembre 2015

I TATUAGGI DELLE MAFIE



Il linguaggio dei simboli disegnati sulla pelle ha, ancora adesso, una straordinaria importanza.

Secondo le stime fatte dal criminologo russo Arkady G. Bronnikov, tra la metà degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, su 35 milioni di detenuti nelle carceri dell’ex Unione sovietica l’85% era tatuato. Sul proprio corpo, ogni vory ha scritto la sua personale storia criminale. Il tatuaggio rivela ruolo, categoria e grado di appartenenza. Le stelle sul petto le ha solo un “ladro in legge”. Le stesse sulle ginocchia indicano la volontà di non piegarsi mai davanti allo Stato. Chiese e castelli sono molto comuni. Il numero di cupole o torri indicano gli anni di galera. Spesso sono accompagnate dalla scritta: “La Chiesa è la casa del signore”. Tradotto nel codice dei vory: “La prigione è la casa del ladro”. Un’altra frase ricorrente sulla pelle degli affiliati è questa: “Non mi importa delle leggi sovietiche, le sole regole che seguo sono quelle che mi faccio da solo. Molti di quelli che stanno qui non hanno un destino, ma io non sono come loro”. E poi c’è il linguaggio della parola: la fenya. Composto da circa 10mila espressioni. Serve per mantenere riservate le conversazioni. Ogni categoria criminale dell’organizzazione ha una sua semantica. E così c’è l’alfabeto dei borsaioli, truffatori, malversatori, ricettatori di antiquariato, narcotrafficanti, taglieggiatori.

I tatuaggi criminali russi hanno caratteristiche ben precise che ne connotano lo stile, rendendolo subito riconoscibile: sono semplici, grezzi, generalmente mal eseguiti, monocromi, tendenti alla bidimensionalità. I loro soggetti si dividono fra immagini sacre, chiese con cupole fiammeggianti, corone, animali, caricature di leader politici, emblemi di nazionalismo ed antisemitismo, raffigurazioni muliebri che vanno dal ritratto poetico alla più cruda ed esplicita pornografia, insegne militari come medaglie e decorazioni, simboli geometrici, teschi.

Al di là della politica russa, della violenza e del sesso estremo, questi tatuaggi sono piuttosto classici, e ricordano i tatuaggi tradizionali delle donne integralmente tatuate dei freak shows della fine del Diciannovesimo Secolo, oppure quelli dei marinai. Non per nulla, il mondo dei marinai e quello dei criminali sono spesso sconfinati uno nell’altro, e gli studiosi affermano che l’iconografia dei tatuaggi criminali russi proviene da quella usata dai marinai inglesi nel periodo fra le due guerre mondiali.

Prima ancora, fin dai tempi più remoti, in Russia era diffusa l’abitudine di marchiare i criminali.

La scritta BOP (ladro) che veniva impressa sul viso del condannato ai lavori forzati, e lo contrassegnava a vita, anche una volta scontata la pena. L’attrezzo utilizzato era una sorta di timbro pieno di aghi, che lasciava ferite profonde, le quali venivano riempite di colorante. Dal 1846 la scritta BOP venne sostituita con KAT, le prime tre lettere di katorzhnik, forzato. La K veniva tatuata sulla guancia destra, la A sulla fronte, e la T sulla guancia sinistra. Da allora, la parola kat significa furfante. Questi furono i primi veri tatuaggi criminali russi, e vedremo come questa pratica di esclusione perpetua, affine alla tortura nelle modalità di esecuzione, si sia trasformata,  mediante un gesto orgoglioso e ribelle di appropriazione degli strumenti punitivi del potere, in un segno di distinzione ricercato e difficile da conquistare. Come dire: tu Potere mi marchi orribilmente per escludermi vita natural durante dall’umano consorzio, ma io mi approprio della tua pratica, e del tuo sfregio ne faccio un linguaggio esoterico, che tu non potrai mai comprendere fino in fondo, e uno status symbol nella società dei ladri, a cui scelgo di appartenere.

Si ritiene che i fuorilegge abbiano iniziato a tatuarsi di loro spontanea volontà fra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo, quando il tatuaggio criminale diventò ampiamente diffuso. All’inizio dell’era sovietica, comunque, solo il venticinque per cento dei detenuti era tatuato.

Inizialmente il codice dei tatuaggi serviva per distinguere i veterani delle galere dai novellini, per poterli indirizzare in celle differenti: i vecchi andavano in Abissinia, ovvero in celle più calde, con un sistema di ventilazione migliore, i nuovi finivano in India, in celle sovrappopolate ed umide.

Fino agli anni Quaranta i tatuaggi non ebbero dei significati segreti, ad esclusione delle icone dei grandi leader politici Lenin e Stalin. Allora si riteneva infatti che ci fosse una forte affinità fra il Partito e la criminalità organizzata, e capitava spesso che i criminali conclamati ricevessero pene meno severe dei detenuti comuni. Era usanza tatuarsi i testoni dei due capi supremi sul cuore, perché si credeva che le guardie non avrebbero avuto il coraggio di sparare in faccia a Lenin o Stalin.

La casta dei criminali russi è nata nei campi di prigionia stalinista ed è composta dai vory v zakone (ladri per statuto, titolo che corrisponde al don della mafia siciliana), i blatnye (prigionieri) e gli avtoritety (autorità criminali).

Nikita Krushchev negli anni Cinquanta a dichiarare guerra alla criminalità, usando innanzitutto il mezzo del cinema di propaganda, per screditare la mitologia del romanticismo criminale. Si dice che il popolare attore Mark Bernes fosse stato condannato a morte dalla casta dei vory v zakone, per il successo ideologico del suo film anti-criminalità Ronda di Notte. Anche dentro le prigioni, le condizioni di vita per i fuorilegge legittimi peggiorarono, con i contatti con l’esterno ridotti al minimo e le punizioni intensificate. A Sverdlovsk venne creata una galera apposta per i vory v zakone, in cui si intendeva piegare la loro volontà e farli rinunciare alle loro leggi e tradizioni, mediante la coercizione e la tortura. I criminali reagirono intensificando il loro codice e concedendo il rango e i diritto di portare i tatuaggi distintivi a poche centinaia di individui, contro le migliaia di ladri legittimi che esistevano prima della Seconda Guerra Mondiale. Le punizioni per i trasgressori, per i finti vory v zakone che millantavano imprese criminali tramite tatuaggi mistificati, erano terribili. Chi falsificava i propri tatuaggi, inventando storie o status che non gli erano propri, veniva severamente punito. Le dita che portavano falsi perstni (anelli tatuati) venivano amputate, la pelle che supportava tatuaggi che raccontavano storie false era asportata, con coltelli, vetri, carta vetrata.

Chi copiava i tatuaggi di qualcun altro, veniva ucciso. La violenza nelle prigioni crebbe a livelli mai visti prima, e lo stupro divenne una punizione comune per chi aveva trasgredito il codice criminale. Comparvero i primi tatuaggi degradanti, fatti con la forza addosso a chi aveva perso i suoi privilegi ed era stato trasformato in un omosessuale passivo. Infine, alla fine degli anni Sessanta questa situazione si ritorse contro la casta criminale, perché c’erano talmente tanti detenuti degradati che le amministrazioni delle prigioni iniziarono ad usarli contro i vory v zakone. I criminali autorevoli venivano spesso messi in cella con detenuti che erano stati stuprati dai loro uomini. Iniziò una sanguinosa guerra, finchè l’élite dei ladri non si riunì per deliberare dei provvedimenti. La nuova legge prevedeva che non si dovesse più “punire con il pene”. Lo stupro venne severamente proibito in ogni circostanza, tranne che per castigare chi avesse trasgredito questa nuova legge. Le restrizioni per i tatuaggi divennero gradualmente meno severe, per crollare sotto i colpi della perestroika, che dal 1985 cambiò la visione dei tatuaggi, non più codice esclusivo della criminalità organizzata, ma accessorio di moda come i piercing. Vitaly Abramkin, un carcerato intervistato da Alexander Sidorov, storico ed antropologo delle subculture criminali russe, sostiene che i criminali professionali contemporanei spesso non si tatuano per niente, e anzi considerano il tatuaggio un impedimento nell’espletare le proprie attività.

Ma nell’epoca d’oro i tatuaggi rituali avevano significati esoterici e multi-stratificati, e solo i tatuatori esperti sapevano decrittarli. Il loro significato variava a seconda del posto in cui vengono eseguiti, e per essere decifrati dovevano essere considerati in relazione a tutto il complesso iconografico dell’uniforme, ovvero tutta la veste tatuata sul corpo del criminale. Alexei Plutser-Sarno, un lessicografo specializzato in folklore russo, sostiene che il corpo nudo di un criminale russo è come un’uniforme con medaglie e gradi. I tatuaggi possono essere chiamati reklama, pubblicità, regalka , regalia, raspisca, dipinto, o kleimo, marchio. Sono media, che trasmettono messaggi. Costituiscono i diplomi, il curriculum vitae, la storia e i lasciapassare da un territorio all’altro. Possono avere un significato magico rituale, per propiziare fughe dalla prigione o avere fortuna nelle attività criminose. I tatuaggi sono un linguaggio sacro, e chi lo altera viene considerato reo di blasfemia. Il pigmento viene generalmente fatto con una mistura di cenere, zucchero, urina e fuliggine, e sul territorio della galera è considerato uno dei beni di lusso.



Danzig Baldaev, l’autore della ricerca iconografica alla base di Russian Criminal Tattoo Encyclopaedia, è stato un reduce della Seconda Guerra Mondiale e successivamente una guardia carceraria. Nato nel 1925 e morto ottant’anni dopo, Danzig era un siberiano di etnia buriata, una stirpe di sciamani di ascendenza mongola.

Fra i motivi iconografici più ricorrenti individuati da Baldaev ci sono il teschio e in generale lo scheletro, come memento mori, come spregio della morte, come simbolo di quell’indifferenza di fronte alla fugacità della vita che deve essere propria di chi appartiene a una subcultura liminare impegnata in attività in cui si può facilmente perdere la vita, o toglierla a qualcuno. Il teschio può essere anche simbolo di crudeltà, soprattutto quando è rappresentato in mucchi di molteplici esemplari. La Grande Mietitrice spesso rappresenta il Potere statale, esecutivo e giudiziario. Il teschio tatuato sulle falangi all’interno di una griglia quadrangolare rappresenta un criminale pericoloso, solito ad aggredire le guardie carcerarie, che pertanto gode di uno status alto fra gli altri carcerati. Ma un teschio iscritto in un rettangolo nero barrato da due diagonali bianche indica una condanna per vandalismo, e nella zona dei Ladri Neri indica uno status molto basso, passibile di atti di violenza. Il teschio da cui spunta una croce ortodossa dalle cui braccia pendono i piatti di una bilancia denota un criminale che non ha mai sgarrato la legge dei fuorilegge, e che quindi può giudicare questioni controverse del mondo criminale, sia dentro la galera che fuori.

Fra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo i criminali russi erano generalmente anticlericali, non potendo condividere la retorica della pietà, dell’abnegazione, dell’obbedienza cristiana e del porgere l’altra guancia. Iniziarono a simpatizzare con i preti solo quando questi iniziarono ad essere perseguitati dal regime comunista, fino ad introiettare nei tatuaggi l’iconografia sacra e ad adottare una cerimonia di iniziazione molto simile al battesimo. Il novizio veniva convertito alle leggi criminali e riceveva un nuovo nome, il soprannome con cui avrebbe gestito i propri affari. Durante questa cerimonia, si riceveva la croce criminale, che poteva essere un ciondolo da indossare al collo, o anche tatuata nello stesso punto. La madonna col bambino significava “la prigione è la mia casa” oppure fedeltà alla casta criminale.

La bussola tatuata sulle ginocchia significa “non mi inginocchierò mai davanti alla polizia”.

Ci sono molte raffigurazioni teriomorfe. Il gatto rappresenta in generale la casta dei ladri, significa Kot, la parola russa per gatto, è l’acronimo di “abitante naturale delle prigioni”

Gli insetti, le formiche, gli scarafaggi, rappresentano la categoria dei borseggiatori.

Il serpente arrotolato su spada vuol dire imprigionato per omicidio o per gravi lesioni, è sinonimo di macellaio, ma fatto in relazione con una donna nuda sulla parte posteriore del corpo indica un omosessuale passivo.

La scritta SLON, elefante in russo, è un acronimo che significa “Fin dall’infanzia non ho avuto nient’altro che infelicità”.

Il licantropo spesso denotava gli assassini, i lupi invece erano emblemi del motto “Homo homini lupus”.

Analizzando i tatuaggi criminali russi emerge una critica feroce all’autorità del regime comunista, responsabile dell’dell’internamento del detenuto, nonché spesso e volentieri della condotta criminale stessa, soprattutto sotto regime stalinista, quando era molto facile fare qualcosa di illegale e di sgradito al potere. Anzi, era quasi inevitabile, come testimonia la storia di Bely, un criminale che si fece tatuare una bellissima Madonna Sistina di Raffaello, attorniata da una scritta che riassumeva la sua storia. La madre di Bely finì in galera dopo aver fatto il raccolto nella fattoria collettiva di Irkutsk, nel 1935, perché le venne confiscato un sacco con circa tre chili di grano, che aveva nascosto per sfamare le sue due bambine di cinque e sette anni. Lei andò in prigione per cinque anni, le sue figlie vennero messe in orfanotrofio, e durante la detenzione partorì Bely.  Bely venne messo in un istituto, e quando la madre, alla fine dei cinque anni lo andò a riprendere, era più morto che vivo. Quando ebbe diciannove anni, Bely venne arrestato mentre rubava viveri in un deposito militare, e venne condannato a venticinque anni. La Madonna che si fece tatuare in galera rappresenta sua madre che lo partorì in prigione.

La falce e martello viene spesso sottoposta a un processo di  détournement, e quando reca la scritta Bog, Dio, significa “Sono stato condannato dallo Stato e sono risentito per la condanna”. Gli ideologi del partito e i leader del governo vengono spesso ritratti in spietate caricature, come demoni cornuti ed iperdotati, intenti in attività degradanti, connesse con la defecazione o l’attività sessuale. Ma il diavolo è anche l’emblema della ribellione all’Autorità.

Poi ci sono le donne. Donne infilzate da una lancia che entra dall’ano ed esce dalla bocca, donne impiccate da un boia che sfoggia una svastica sul petto, donne in autoreggenti a rete che si fanno montare da un molosso decorato con falce, martello e stella, sotto alla scritta “Gloria al Partito Comunista Sovietico”. Una donna nuda che regge un teschio in mezzo alle gambe, circondata da una scritta che dice: “Uomini, non fidatevi delle puttane, loro possono farvi affogare nella loro fica.” I tatuaggi carcerari russi presentano una filone iconografico di violentissime rappresentazioni femminili, connotate da sadismo feroce o cruda pornografia. Si possono vedere donne che si sollazzano con demoni, praticando loro la fellatio o venendo sottoposte a torture sessuali. Ci sono i tatuaggi dedicati alle puttane, ovvero le donne dei carcerati rimaste a casa, colpevoli di infedeltà o tradimento alle autorità, e spesso rappresentano delle vere e proprie maledizioni visive. Uno dei più ricorrenti è quello denominato “il sogno della puttana”, con una donna nuda inginocchiata su un letto circondata da membri volanti. In un tatuaggio si vedono donne nude in cui cadaveri acefali giacciono ai piedi del ceppo, mentre un carnefice proclama “Morte alle cagne” mostrando le loro teste. Alexei Plutser-Sarno, sostiene che questo tipo di tatuaggi sono in realtà avulsi da qualsiasi connotazione pornografica, e che non vengono praticati sopra a componenti della casta dei vory v sakone, ovvero dei ladri legittimi. Nessun membro autorevole di questa casta si tatuerebbe mai la parola “puttana” addosso, che lo declasserebbe senz’altro. Anche la rappresentazione del sesso non si confà addosso a chi è dotato di un alto status. Questo tipo di tatuaggi, sostiene Pluster-Sarno, sono piuttosto tatuaggi punitivi, per aver perso al gioco d’azzardo, per esempio. Invece, secondo la brillante lettura di Alexander Sadorov, i tatuaggi di violenza misogina contro le suky, le cagne, le puttane, riflettono uno scisma che ci fu nel mondo della criminalità e del sistema carcerario russo in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale molti vory v zakone furono costretti a servire nell’Armata Rossa. Finita la guerra la maggior parte di loro si dimostrò inabile ad integrarsi nella società stalinista, ritornò alle vecchie attività e presto finì di nuovo dietro le sbarre. Aver servito lo Stato sotto le armi era un tabù assoluto per il codice di comportamento criminale, quindi al loro ritorno nelle galere, questi vory v zakone veterani di guerra si ritrovarono privati del loro status, e anzi declassati al rango più basso della gerarchia. I ladri legittimi che avevano passato la guerra nel Gulag iniziarono a chiamare i ladri veterani suky, puttane. Si scatenò allora un’immane e sanguinosa guerra.

Danzig Baldaev racconta di essersi imbattuto in tatuaggi satanisti intorno agli anni Cinquanta.  I prigionieri satanisti non si sottomettono alle autorità criminali e sono molto violenti nei confronti dei carcerati più deboli, sui quali infieriscono con piacere sadico. Sostengono che sia Satana e non Dio a governare il mondo, e che la gentilezza sia un peccato dei deboli. Sono generalmente persone brutali e mentalmente disturbate, piene di odio nei confronti di tutti quelli che li circondano. Rispettano solo la forza, nessuna punizione sortisce effetto su di loro, ed usano un linguaggio simbolico preso dai grimori, ovvero i libri di magia, demonologia ed esoterismo. A causa dell’estrema antisocialità dei soggetti che portano tatuaggi satanisti, Baldaev riferisce di essere riuscito a catalogarne pochissimi.

I diavoli rappresentano sia le maledizioni contro l’autorità, ma anche l’autorità stessa, con scritte come: “Sin da quando sono nato la mia vita è stata nelle mani dei diavoli del Partito Comunista Sovietico.” In un tatuaggio molto atipico Satana viene rappresentato come una donna bellissima che tiene in mano il globo.

La svastica tatuata come se fosse la gemma di un anello sulle dita diventa stranamente sinonimo di “anarchico”. È un tatuaggio disonorevole e pericoloso, significa che il prigioniero rifiuta di sottostare all’etichetta interna alla prigione, e che quindi deve essere raddrizzato. Anche un rombo diviso in quattro zone, due bianche e due nere, tramite la linea delle diagonali, significa che il prigioniero non riconosce la gerarchia della zona, ovvero della galera, e che quindi deve essere sottoposto da un gruppo di prigionieri selezionati al metodo leninista di persuasione fisica, il che significa essere pestato e violentato finchè la volontà non è completamente disintegrata.

Al di là della critica all’autorità dello stato, nelle prigioni russe vige un imprescindibile ordinamento gerarchico, al vertice della quale stanno i criminali autorevoli, la cui parola è legge assoluta, che non ammette repliche. Il re della prigione dispone di guardie del corpo che non lo abbandonano mai e di servi. Questi schiavi devono stirare, portare messaggi, lustrare scarpe, portare il cibo, preparare il chifir, un tipo molto forte di the, procurare al capo uomini che praticano sesso orale oppure omosessuali passivi, lavare le lenzuola, le calze e le pezze da piedi, fare rapporto sull’umore generale dei detenuti, riferire se ci sono informatori. Ogni autorità può avere al suo servizio anche una decina di questi lacchè.  Anche i servi e le caste di intoccabili della prigione hanno i loro tatuaggi, che spesso vengono loro applicati con la forza.

I tatuaggi degli schiavi sono generalmente sei punti iscritti dentro ad un rettangolo, tatuato sulle falangi. Ci sono i tatuaggi che denotano lo status di immondizia, vale a dire degli uomini sporchi, stupidi, trasandati e malmessi, degli omosessuali passivi degradati fisicamente e mentalmente, gli intoccabili, da cui non si può prendere nulla nemmeno un fiammifero, a meno di non voler essere “contaminati”. Gli immondi intoccabili hanno un posto tutto loro nella mensa, le loro stoviglie vengono marchiate in modo speciale e lavate a parte, e qualora vengano trasferiti o rilasciati, i loro letti devono essere bruciati. Si diventa intoccabili se si finisce in galera per pedofilia o per stupro. Ci sono tatuaggi che denotano i mangiatori di waffel, uomini che praticano la fellatio ed inghiottono lo sperma. Il coniglio invece indica i maniaci sessuali.

I tatuaggi criminali russi sono, fra le altre cose, una forma d’arte, per cui raccontano la storia del singolo e nello stesso tempo la storia della collettività, vista da una prospettiva che parte rigorosamente dal basso. L’iconografia dei tatuaggi criminali russi riflette un triste paradosso, quello di chi si pone in posizione antagonista al potere e troppo spesso finisce per riprodurne gli orrori strutturali.



C’è chi l’ha scelta grande e con i petali aperti. Chi ha preferito un bocciolo. E chi ha voluto le spine ben visibili. Il simbolo del cambiamento avvenuto all’interno della criminalità lucana è la rosa. Un fiore che gli affiliati al clan di Tonino Cossidente portano sul braccio. Mai prima d’ora la famiglia mafiosa dei basilischi, quella che i magistrati della procura antimafia hanno definito «Quinta mafia», aveva avuto bisogno di segni esteriori come i tatuaggi. Ma a tutto c’è una spiegazione.

E sono gli stessi protagonisti delle storie di mafia a fornirla. Alessio Telesca, pentito spacciatore ed ex affiliato alla famiglia dei basilischi, dice di aver preso parte all’addio alla carriera criminale del boss Gino Cosentino. Era il 2003 quando il demiurgo dei basilischi, il capobastone intellettuale, pittore e artista, in presenza dei suoi sodali ha ceduto il testimone a Cossidente che già nel 1991, con altri due pregiudicati, aveva tentato di fondare una «Famiglia lucana».

A raccontare come sono andate le cose, in un’intercettazione «inutilizzabile» nei processi perché effettuata da un agente segreto, è proprio il nuovo capo dei basilischi. Dai riscontri effettuati dagli investigatori sembra essere un attento conoscitore della ’ndrangheta. Dice: «Cosentino aveva avuto la camorra dai Facchineri di Civitanova e poi in carcere, comunque, cariche di altri livelli».
E ancora: «Su questo piano, diciamo, di favella (la formula che viene recitata durante l'affiliazione) di queste cose qua, in Basilicata era lui, Cosentino, diciamo il più alto di carica. Poi, lui, dopo tanti anni che è stato in carcere, ritornando qui in Basilicata, giustamente, ha cercato di ricompattare tutta la situazione, perché in Basilicata i gruppi che c’erano, prima erano tutti gruppi, diciamo, autonomi». L’idea di «Faccia d’angelo», così era stato soprannominato in gioventù Cosentino, era quella di formare una mafia tutta lucana. Sapeva che da solo non ce l’avrebbe fatta e decise di rivolgersi alla ’ndran - gheta. I boss gli spiegarono che la famiglia dei basilischi, per poter essere autonoma, doveva essere organizzata in sette «locali», comuni di mafia, che formano un’unità territoriale più grande detta «crimine». Ogni locale è gestito da una o più ’ndrine, che in Calabria sono le famiglie, e per essere attivato deve essere riconosciuto dalla ’ndrangheta.
Il suo segno tangibile è la rosa. Lo spiega l’ex picciotto, di professione autista del boss, Alessio Telesca: «Quando uno viene affiliato, in gergo, sempre a livello di malavita, come si dice nella ’ndrangheta, si dà il fiore. E questo è il segnale che… è una rosa. Anche io ce l’ho sul braccio».
Il pentito della criminalità lucana però fa un po’ di confusione. Il fiore per gli ’ndranghetisti è sinonimo di dote, cioè è un «merito» che viene conferito a un affiliato quando fa carriera all’interno dell’organizzazione. Nulla a che vedere con la rosa tatuata voluta da Cossidente per indicare l’appartenenza al suo clan. Per sé ha scelto la scapola destra. E il suo braccio destro, Carmine Campanella, narcotrafficante che ha assaggiato il carcere duro, il famoso 41 bis dell’ordina - mento penitenziario, ha seguito le sue orme. Anche lui ha scelto la scapola. Ma il disegno è diverso. Dice Telesca: «E’ una rosa con uno stelo, con foglie e con delle spine che solo lui può portare».



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domenica 1 novembre 2015

LA SCARIFICAZIONE



Una delle mode  più stravaganti e rivoluzionarie degli ultimi anni: la scarificazione, che si è ampiamente propagata tra giovani e meno giovani.  Questa nuova  tendenza consiste nello  scalfire tatuaggi sul corpo, incisioni indelebili che “marchiano” la pelle nuda asportandone dei  lembi .

Questo  fenomeno sta dilagando in tutta Europa. Si tratta di una pratica dolorosissima e molto criticata per le conseguenze e le tracce  che lascia sulla pelle di chi si sottopone a questo tipo di “arte”.

Sono sempre di più,  le persone che si sottopongono a  questo nuovo modo di tatuare la pelle, infatti la scarificazione permette di ottenere dei tatuaggi in 3D.

La scarificazione è una deformazione cutanea a scopi decorativi e protettivi, collegata a molte motivazioni. In passato, era praticata soprattutto da molte etnie africane, e spesso coincideva col rito iniziatico del passaggio dall'infanzia all'età adulta. Determinante era che il soggetto sottoposto a questa pratica molto dolorosa, e che poteva far perdere sangue in abbondanza, sopportasse le incisioni in stoico silenzio. La sofferenza è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra il coraggio e il valore del ragazzo che entra nell'età adulta: il popolo Nuer (Sudan meridionale e zona occidentale dell'Etiopia) ancora oggi si fa tagliare col rasoio, sei larghe strisce sulla fronte. L'operazione è molto pericolosa, in quanto la recisione di un nervo frontale può portare alla morte, nonostante i tentativi di arginare l’emorragia. Dopo un lungo periodo di convalescenza l'iniziato è ammesso alla tribù con grandi feste.

La scarificazione consiste in incisioni, tagli della pelle (con coltelli, rasoi, conchiglie, pietre affilate, ecc.) bruciature, allo scopo di produrre cicatrici permanenti. Ogni cicatrice viene soffregata varie volte con polveri e prodotti coloranti e lasciata a lungo aperta, finché la particolare pelle cheloide dei popoli africani non si cicatrizzi con forte evidenza plastica. I motivi preferiti sono solitamente di tipo geometrico, ma a volte vengono incisi animali stilizzati. Ogni etnia aveva i propri simboli. Sovente le donne avevano imponenti scarificazioni sul ventre, che ne costituivano anche l'attrazione sessuale. Come il tatuaggio e la mutilazione, la scarificazione era considerata segno di qualificazione sociale, e parecchie donne affermavano che senza quei segni non si sarebbero mai sposate. Nonostante sembrino intollerabili agli occidentali, le scarificazioni femminili erano fortemente attrattive per i gli uomini dei vari clan, che non sopportavano la pelle liscia, ma preferivano accarezzarne le escrescenze.

Impropriamente identificata con il tatuaggio, la scarificazione è diffusa soprattutto in Africa centrale ed in Nuova Guinea, sebbene molti governi locali le abbiano proibite. Questo processo venne utilizzato anche dalle popolazioni nordiche in epoca romana. Ad esempio gli storici romani affermavano che i Goti si incidessero le guance per non far crescere la barba. Questo fine rimane molto dubbio, ma di fatto testimonia la pratica della scarificazione anche in epoca romana.




Il significato delle scarificazioni, come per i tatuaggi è: di tipo estetico; di tipo apotropaico; di tipo onorifico; di tipo religioso (frequente tra gli indigeni convertiti al cristianesimo). In Etiopia molti indigeni abissini possono avere croci marcate a fuoco sulla fronte, o scarificazioni col numero delle messe cui hanno assistito; di tipo informativo, ossia a quale clan si appartiene, lo stato sociale. Ad esempio gli Shilluk dell'Alto Nilo hanno sulle arcate sopraccigliari caratteristiche scarificazioni dette "a grani di rosario" che vengono eseguite sia sugli uomini sia sulle donne e dipinte con terra bianca per evidenziarle. In una tribù musulmana dell'Alta Etiopia era usanza di scarificare sul dorso le pene inflitte ai colpevoli di qualche reato: ho rubato una mucca, ho commesso adulterio, ecc. La scarificazione di tipo totemico era legata ad un animale in cui ci si identificava. I boscimani infatti, praticavano una serie di incisioni sulla fronte dentro a cui cucivano microscopici frammenti di carne di antilope, animale di cui erano convinti di acquisire la velocità.

E’ considerata un nuovo traguardo raggiunto dalla body art, ormai la moda dei tatuaggi comuni non fa più effetto. Attraverso l’uso di uno strumento chirurgico elettrico la pelle viene bruciata e cauterizzata mettendo in risalto lo strato di epidermide  incisa, oppure l’incisione avviene direttamente sul disegno con l’uso di un bisturi.

La tecnica della scarificazione ottenuta con lo strumento chiamato elettrodermografo è meno invasiva rispetto al tatuarsi con l’uso del bisturi.

La pratica della scarificazione e' molto pericolosa e si consiglia vivamente, se proprio si e' intenzionati a praticarla, di affidarsi a mani esperte e di non provare ad eseguire queste tecniche in maniera amatoriale. Le conseguenze potrebbero essere disastrose.

Le principali tecniche sono quattro: Il BRANDING (marchio a fuoco), il CUTTING (incisione), l'ICE KISS (marchio di ghiaccio) e la SCARIFICAZIONE (scaring in inglese) vera e propria.
Ognuna di queste tecniche permette di ottenere risultati differenti e si va dalle sottili cicatrici in rilievo alle profonde ferite.

Per branding si intendono le cicatrici ottenute attraverso delle serie di bruciature provocate da oggetti riscaldati ( di solito acciaio o ceramica ) posti a contatto con la pelle. Il risultato come e' facile immaginare sono delle cicatrici in rilievo di un colore piu' scuro rispetto al tono della pelle.
Questa pratica fu pubblicizzata per la prima volta negli Stati Uniti appena una decina di anni fa dalla rivista "Modem Primitive" e subito esportata in Olanda, Germania e Inghilterra. In Italia gli studi attrezzati sono ancora pochissimi.Un branding non viene eseguito in una volta sola ( come la marchiatura degli animali per intenderci ), ma il disegno viene diviso in piu' parti e vengono creati i vari pezzi che lo comporranno con il metallo (o il materiale scelto).
Solitamente si e' portati a pensare che sia una pratica molto dolorosa perche' prevede delle bruciature. Invece non e' cosi' in quanto le parti roventi bruciano anche le terminazioni nervose facendo scomparire la sensazione di dolore che cosi' dura pochissimo.
La parte piu' noiosa invece e' la guarigione perche' la ferita si irrita facilmente. A volte per ottenere delle cicatrici piu' evidenti questa irritazione e' provocata volontariamente.
Degli effetti molto simili al branding possono essere raggiunti anche grazie alle bruciature da freddo ottenute da materiali ghiacciati (ICE KISS) come l'azoto liquido.

IL CUTTING viene praticato usando strumenti molto affilati come dei bisturi chirurgici, senza andare molto in profondita' (un paio di millimetri) , permettendo cosi' un buon controllo sul disegno. Una volta guarito il cutting si presenta come una sottile cicatrice in rilievo. Per accentuare l'effetto e' possibile eseguire dei tagli perpendicolari nei bordi interni della ferita appena creata, massaggiare con dell'inchiostro da tatuaggio la ferita, forzarne il ritardo della guarigione come per il branding.




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sabato 14 febbraio 2015

TATUAGGI Origini e Tradizioni



Il tatuaggio (derivato dal francese tatouage, a sua volta dal verbo tatouer, in italiano "tatuare", e questo dal termine anglosassone tattoo, adattamento del samoano tatau) è sia una tecnica di decorazione pittorica corporale dell'uomo, sia la decorazione prodotta con tale tecnica. Tradizionalmente la decorazione è destinata a durare per molto tempo, ma in tempi recenti sono state inventate tecniche per realizzare tatuaggi temporanei.

Nella sua forma più diffusa, la tecnica di questa modificazione corporea consiste nell'incidere la pelle ritardandone la cicatrizzazione con sostanze particolari (più precisamente è chiamata scarificazione) o nell'eseguire punture con l'introduzione di sostanze coloranti nelle ferite.
Il tatuaggio è stato impiegato presso moltissime culture, sia antiche che contemporanee, accompagnando l'uomo per gran parte della sua esistenza; a seconda degli ambiti in cui esso è radicato, ha potuto rappresentare sia una sorta di carta d'identità dell'individuo, che un rito di passaggio, ad esempio, all'età adulta.

Tatuaggi terapeutici sono stati ritrovati sulla Mummia del Similaun (ca. 3300 a.C.) ritrovata nel 1991 sulle Alpi italiane, altro ritrovamento con tatuaggi anche piuttosto complessi è quello dell'"uomo di Pazyryk" nell'Asia centrale con complicati tatuaggi rappresentanti animali o quello della principessa di Ukok (Mummia dell'Altai) databile intorno al 500 a.C. che rappresenta un animale immaginario (cervo e grifone) di un alto livello artistico, arrivato quasi intatto a noi grazie alla permanenza nel permafrost. Tra le civiltà antiche in cui si sviluppò il tatuaggio fu l'Egitto ma anche l'antica Roma, dove venne vietato dall'imperatore Costantino, a seguito della sua conversione al Cristianesimo. È peraltro da rilevare che, prima che il Cristianesimo divenisse religione lecita e, successivamente religione di Stato, molti cristiani si tatuavano sulla pelle simboli religiosi per marcare la propria identità spirituale.

È inoltre attestata nel Medioevo l'usanza dei pellegrini di tatuarsi con simboli religiosi dei santuari visitati, particolarmente quello di Loreto. Fra i cristiani la pratica del tatuaggio è diffusa fra i copti monofisiti. Col tatuaggio i copti rimarcano la propria identità cristiana, i soggetti sono solitamente la croce copta, la natività ed il Santo Mar Corios, martirizzato sotto Diocleziano e rappresentato in sella ad un cavallo con un bambino. La religione ebraica vieta tutti i tatuaggi permanenti, come prescritto del Levitico (Vaikrà) (19, 28). In particolare, l'Ebraismo vieta ogni incisione accompagnata da una marca indelebile di inchiostro o di altro materiale che lasci una traccia permanente. Anche per l'Islam tutti i tatuaggi permanenti sono vietati, come spiegato da diversi a?adith del profeta Maometto, sono consentiti solo i tatuaggi temporanei fatti per mezzo dell'henna, pigmento organico di color rosso-amaranto, ricavato dalla pianta della "Lawsonia inermis", "Henna" in arabo. Nella tradizione araba e anche in quella indiana sono le donne a tatuarsi con l'henna, sia le mani che i piedi; molte spose vengono completamente tatuate per la loro prima notte di nozze, infatti la sera prima delle nozze viene chiamata "Lelet al Henna" (la notte dell'henna). I tatuaggi d'henna sono estremamente decorativi, quasi sempre con motivi floreali stilizzati; quelli molto elaborati finiscono per sembrare delle opere d'arte che hanno la durata media di qualche settimana di vita. Gli uomini musulmani, specialmente i fervidi praticanti sunniti, usano l'henna per tingersi i capelli, la barba, il palmo delle mani e dei piedi; agli uomini non è consentito fare tatuaggi decorativi neanche con l'henna. Comunque c'è da dire che tra i contadini egiziani (usanza molto probabilmente derivante dall'Antico Egitto) ed i nomadi musulmani (per lo più quelli sciiti) sia le donne che i bimbi particolarmente belli, vengono tatuati in maniera permanente con piccoli cerchietti o sottili linee verticali, sia sul mento che tra le due sopracciglia. È un'usanza di tipo scaramantica, infatti il colore con cui si tatuano è l'azzurro, il colore scaramantico per eccellenza fin dal tempo dei faraoni.

Altri popoli che svilupparono propri stili e significati furono quelli legati alla sfera dell'Oceania, in cui ogni particolare zona, nonostante le similitudini, ha tratti caratteristici ben definiti. Famosi quelli Maori, quelli dei popoli del monte Hagen, giapponesi, cinesi e gli Inuit anche se praticamente ogni popolazione aveva suoi caratteristici simboli e significati.

Nella zona europea il tatuaggio venne reintrodotto successivamente alle esplorazioni oceaniche del XVIII secolo, che fecero conoscere gli usi degli abitanti dell'Oceania. Alla fine del XIX secolo l'uso di tatuarsi si diffuse anche fra le classi aristocratiche europee, tatuati celebri furono, ad esempio, lo Zar Nicola II e Sir Winston Churchill. È da segnalare che il criminologo Cesare Lombroso ritenne, in un'epoca di positivismo, essere il tatuaggio segno di personalità delinquente. La diffusione del tatuaggio in tutti gli strati sociali e fra le persone più diverse negli ultimi trent'anni relega tali considerazioni criminologiche a mera curiosità storica.
La pratica del tatuaggio era diffusa già nell'Italia preistorica come testimonia la mummia di Oetzi, i cui resti sono stati rinvenuti nel ghiacciaio del Similaun nel 1991. Ma le testimonianze sull'effettiva continuità della pratica del tatuaggio sono sporadiche. In genere le popolazioni protoceltiche e Liguri erano dedite a tali pratiche.

Plinio e Svetonio testimoniano che gli schiavi romani venivano marchiati con le iniziali del proprio padrone o, nel caso fossero stati sorpresi a rubare, erano marchiati a fuoco sulla fronte. Lo stesso supplizio venne inflitto ad alcuni martiri cristiani, come Teofane e Teodosio.

Lo praticavano i soldati romani che furono influenzati dalle usanze dei Britanni, con i loro corpi dipinti, e dai Traci, feroci gladiatori spesso tatuati come testimonia Erodoto, al punto che i legionari iniziarono tatuarsi il nome dell'Imperatore, sebbene la pratica fosse malvista dalle autorità.

Il fatto che Costantino nel 325 d.C. abbia proibito il tatuaggio sul viso ai cristiani di tutto l'Impero Romano perché ”deturpava ciò che era stato creato ad immagine di Dio” fa pensare che ci fosse l'abitudine da parte dei primi cristiani di marchiarsi per testimoniare la propria fede.

Il tatuaggio venne di fatto definitivamente proibito da Papa Adriano I nel 787 durante il Concilio di Nicea e tale veto venne ribadito da successive bolle papali, tanto che questa pratica scompare in ogni cronaca del tempo.

Nonostante il divieto ufficiale, l'abitudine a segnare indelebilmente il corpo sopravvisse, spesso in clandestinità, soprattutto nelle classi meno abbienti, fra i soldati e in alcuni luoghi di culto cristiani come il Santuario di Loreto. Qui, fino alla metà degli anni Cinquanta, esistevano i frati marcatori, ovvero frati che incidevano piccoli segni devozionali fra i pellegrini.

I segni tatuati nel Santuario di Loreto venivano effettuati sui polsi o sulle mani ed erano simboli cristiani o soggetti “amorosi”: i primi, inizialmente molto semplici come una croce o come la rappresentazione delle stigmate, si fecero via via sempre più complessi come la stilizzazione della stessa Madonna di Loreto, simboli del proprio ordine religioso, oppure segni marinareschi poiché i marinai erano i primi difensori della costa adriatica contro gli invasori turchi.

Gli attacchi dei pirati inducevano anche gli abitanti della costa a tatuarsi segni cristiani poiché, in caso di morte violenta, sarebbero stati riconosciuti come fedeli e dunque sepolti in terra consacrata.

I tatuaggi a carattere “amoroso” erano invece effettuati dalle spose come promessa a Dio e augurio e contemplavano soggetti come due cuori trafitti, frasi o il simbolo dello Spirito Santo. Anche le vedove si tatuavano, in ricordo del defunto, soggetti come il teschio con le tibie incrociate, il nome del morto o la frase “memento mori”.

L'inizio della tradizione dei marcatori di Loreto non ha date precise ma si hanno testimonianze di questa pratica già alla fine del XVI secolo. Spesso anche i Crociati o i pellegrini in visita al Santo Sepolcro di Gerusalemme usavano tatuarsi simboli cristiani poiché, nel timore di essere assaliti e spogliati di ogni bene, anche oggetti sacri, potessero garantirsi una sepoltura in terra sacra.
Il tatuaggio riemerge dall'ombra nella seconda metà del XIX secolo, con la pubblicazione, nel 1876, del saggio L'uomo delinquente di Cesare Lombroso. Egli mette in stretta correlazione il tatuaggio e la degenerazione morale innata del delinquente: il segno tatuato è fra quelle anomalie anatomiche in grado di far riconoscere il tipo antropologico del delinquente. Il delinquente nato mostra specifiche caratteristiche antropologiche che lo avvicinano agli animali e agli uomini primitivi e l'atto di tatuarsi di criminali recidivi è sintomo di una regressione allo stato primitivo e selvatico. L'uomo delinquente però è anche un catalogo approfondito di tutte le tipologie di tatuaggio che potevano essere reperite all'epoca: il saggio è ricco di descrizioni di tatuaggi e delle storie degli uomini che li portano, soldati ma soprattutto detenuti, criminali e disertori, fornendo così un ampio squarcio sulle usanze del tempo.

Lombroso cataloga i tatuaggi in segno d'amore (iniziali, cuori, versi); simboli di guerra (date, armi, stemmi); segni legati al mestiere (strumenti di lavoro, strumenti musicali) animali (serpenti, cavalli, uccelli); tatuaggi di soggetto religioso (croci, Cristi, Madonne, Santi). In seguito alla diffusione delle teorie di Cesare Lombroso, il tatuaggio subisce un'ulteriore censura ed è per questo che, contrariamente ad altri paesi occidentali, non nascono studi e botteghe professionali fino alla fine degli anni '70.



Leggi : http://cipiri.blogspot.it/2014/09/la-teoria-di-lombroso.html

Tatuaggio all'henné, è un tatuaggio non permanente, caratterizzato dall'applicazione di un impasto sulla pelle
Tatuaggio solare, caratterizzato dall'applicazione di una sostanza foto-impermeabile, in modo che durante l'abbronzatura tale prodotto una volta rimosso lasci la pelle più chiara, formando un disegno chiaro
Ad ago, questa è la forma più conosciuta, dove tramite un ago si introduce dell'inchiostro nella pelle, come risultato si ha un disegno che a seconda della miscela può essere permanente o temporaneo.
Gli Inuit usano degli aghi d'osso per far passare attraverso la pelle un filo coperto di fuliggine (la china, che artigianalmente e impropriamente si adopera per lo scopo è in fin dei conti una sospensione acquosa di fuliggine).

Nelle zone oceaniche (Polinesia, Nuova Zelanda) il tatuaggio viene eseguito tramite i denti di un pettine di osso che, fermato all'estremità di una bacchetta (formando così uno strumento di forma simile a un rastrello), e battuto tramite un'altra bacchetta, forano la pelle introducendo il colore, ottenuto quest'ultimo dalla lavorazione della noce di cocco.

I giapponesi, con la tecnica detta tebori, usano sottili aghi metallici e pigmenti di molti colori, ed introducono nella pelle sostanze di natura chimica diversa e di colore diverso. La tecnica giapponese prevede che gli aghi, fissati all'estremità di una bacchetta che viene fatta scorrere avanti e indietro (di forma simile a un sottile pennello), siano fatti entrare nella pelle obliquamente, con minor violenza rispetto alla tecnica polinesiana, ma comunque in modo abbastanza doloroso.

In Thailandia e Cambogia è in uso una tecnica, simile a quella giapponese, nella quale vengono utilizzate una diversa posizione delle mani del tatuatore e una bacchetta di lunghezza maggiore. L'angolo di introduzione degli aghi nella pelle è meno obliquo rispetto alla tecnica giapponese, ma il movimento della bacchetta è meno vigoroso.

Il tatuaggio occidentale viene invece eseguito tramite una macchinetta elettrica, cui sono fissati degli aghi in numero vario a seconda dell'effetto desiderato; il movimento della macchinetta permette l'entrata degli aghi nella pelle, i quali depositano il pigmento nel derma.


Tra le sostanze più usate ci sono il cinabro (usato per il rosso), il cromossido (per il verde) e il cobalto (per il blu)
Il pigmento semi-solido dei tatuaggi viene incorporato dalle cellule del derma della pelle, che lo trattengono in modo permanente. Il trattamento più diffusamente usato per la rimozione dei tatuaggi è di tipo chirurgico, mentre quello coi migliori risultati è l'eliminazione totale tramite laser, che tuttavia presenta molto spesso dei costi esorbitanti. Il laser vaporizza solo le cellule cutanee annerite, non facendo sanguinare e non provocando dolore; con questo metodo non restano cicatrici, ma il nuovo strato di pelle potrebbe rimanere di colorazione diversa. Trattamenti alternativi possono essere:

la dermoabrasione (un metodo molto aggressivo perché raschia via la pelle da 1 mm a 2 mm di spessore se il colore è penetrato in profondità), che rischia di lasciare cicatrici visibili;
la crioterapia;
il peeling chimico profondo con acido tricloroacetico (TCA) a concentrazioni > 35%, a seconda della posizione e del tipo di pelle;
l'elettrodermografia, recente tecnica di rimozione del colore per sostituzione di vecchi tatuaggi per mezzo di un elettrodermografo, macchinario che utilizza la corrente ad alta frequenza per la disgregazione dei pigmenti contenuti nella pelle;
la sovrapposizione al vecchio tatuaggio indesiderato di un nuovo soggetto (solitamente leggermente più grande e più elaborato del vecchio), eseguito da un professionista riconosciuto.
A prescindere dalla dimensione i tatuaggi durano per sempre, ma con il passare degli anni si schiariscono e si alterano seguendo a seconda dell'esecuzione del tatuaggio, ma anche indipendentemente dallo stile di vita del tatuato (aumento di peso, alimentazione, problemi medici, etc. etc.).

Dunque i tatuaggi possono provocare effetti collaterali lievi o più gravi. Ecco alcuni esempi:

allergie alle sostanze coloranti usate.
infezioni batteriche e/o virali quali l'epatite B e C, il tetano, l'AIDS, e le infezioni cutanee da stafilococco. Essendo infatti il tatuaggio sostanzialmente una ferita da abrasione, esiste un concreto rischio di infezione durante la fase di guarigione, se non si presta la dovuta attenzione alla cura ed igiene della zona tatuata. Gli studi di tatuaggio vengono altresì controllati regolarmente anche per evitare l'utilizzo di inchiostri non autorizzati. Nel 2009 infatti ci fu un allarme negli USA per il possibile impiego di inchiostri contenenti O-Toluidina, ovvero 2-Nitroanilina, composti appartenenti alle ammine aromatiche, sostanze aventi proprietà carcinogene.

Ci sono diversi tipi di tatuaggio.
I tatuaggi "old school" sono caratterizzati dalle linee nette e squadrate, dall'uso massiccio del nero e dalla colorazione piatta e senza sfumature. I soggetti dei tatuaggi "old school" sono quelli della tradizione europea e americana: rose, pugnali, cuori sacri, pin up e simbologie marittime come sirene, ancore e navi.

I tatuaggi new school si rifanno alla "vecchia scuola" ma esasperandone le caratteristiche, quindi linee ancora più grosse e colori super luminosi. Caso particolare sono le pantere nere. Per anni uno dei classici della tradizione americana, sono state per un periodo considerate simbolo di maschilismo e machismo e pertanto boicottate da una parte del mondo del tatuaggio. Ultimamente in concomitanza della nascita del genere new school vi è stata una riabilitazione ed è facile vedere delle reinterpretazioni del genere.

I tatuaggi "realistici" sono copie della realtà; possono riprodurre ambienti, oggetti, animali e addirittura ritratti di persone e volti. Questo genere di tatuaggio è caratterizzato dall'assenza di linee di contorno e dalla lavorazione delle sfumature su più livelli di colore, questo per garantire all'immagine una verosimiltà.

Tribale è il nome che viene dato a quella categoria di tatuaggi che si è affermata a partire dai primi anni novanta e che si basa sui tatuaggi tradizionali degli indigeni delle varie isole del Pacifico (Samoa, Isole Marchesi, Hawaii), dei Dayak del Borneo, dei Maori della Nuova Zelanda e dai Nativi Americani.

Lo stile tribale è caratterizzato da disegni astratti, formati da linee dalla silhouette molto marcata, di solito riempiti totalmente di nero. Spesso i disegni vengono effettuati in maniera tale da enfatizzare le linee naturali del corpo e della muscolatura. È altrettanto diffusa l'utilizzo di linee molto intricate e con disegni geometrici ripetuti che rappresentano la reinterpretazione di flora e fauna o elementi naturali, specialmente fuoco, aria e acqua.

In giapponese i tatuaggi sono chiamati irezumi (ireru inserire, sumi inchiostro nero) o horimono (horu inscrivere, mono qualcosa); la tecnica tradizionale giapponese è detta "Tebori". L'irezumi, in origine, era praticato come mezzo punitivo (es. marchiatura per criminali, schiavi o prigionieri di guerra) ed era in contrapposizione con il tatuaggio a scopo decorativo chiamato gaman (che vuol dire pazienza). La nascita della cultura istruita e borghese, a partire dal XIX secolo, ha fatto evolvere il tatuaggio giapponese con disegni e stili unici che prendevano spesso spunto dalle decorazioni dei kimono, dagli abiti dei samurai, o da abiti da cerimonia. L'irezumi ha la caratteristica di coprire spesso gran parte della superficie del corpo, anche se in genere sono escluse mani, piedi e testa. Il tatuaggio horimono nella sua forma attuale si è sviluppato a fine Ottocento, ed ha subito fasi alterne di popolarità, essendo stato proibito e riammesso nella legalità più volte. Era una decorazione tipica di quella fascia della società giapponese chiamata "mondo fluttuante", che comprendeva prostitute, giocatori d'azzardo, malviventi, piccoli commercianti, ma soprattutto era diffuso tra i pompieri, i mafiosi e i lavoratori di fatica; presso la classe "alta" ed i samurai era molto raro trovarne esempi. I più classici disegni del tatuaggio tradizionale giapponese sono:

i dragoni;
i fiori di ciliegio, simbolo della trascendenza ed evanescenza della vita umana;
Fudomyo-O, versione giapponese della divinità buddista Acalanatha, versione furiosa del Budda;
shishi, raffigurazione stilizzata e mitologica del leone;
le carpe koi, simbolo di perseveranza e coraggio;
maschere hannya, ovvero maschere demoniche usate nel teatro no giapponese, ritratte nei tatuaggi con valore apotropaico;
hebi, serpente simbolo di coraggio;
caratteri di scrittura bonji, che vengono utilizzati nel buddismo esoterico giapponese;
ideogrammi;
versetti, citazioni o intere parti di sutra buddisti;
uccello hou-ou, simile alla fenice occidentale;
Kilin o kirin, animale mitico con valore di portafortuna;
kiku, fiori di crisantemo;
botan, fiori di peonia;
fiori di loto;
raffigurazioni tratte dalle stampe ottocentesche ukiyo-e.
Questi temi vengono spesso abbinati secondo combinazioni classiche, ad esempio il dragone viene di solito raffigurato insieme al crisantemo; il leone viene tatuato, di preferenza, insieme alla peonia, creando così un abbinamento classico dal nome "kara-jishi"; le maschere hannya vengono preferibilmente abbinate a serpenti e a simboli buddisti, come il loto e il rotolo dei sutra, oppure a petali e fiori di ciliegio.

I tatuaggi biomeccanici di solito rappresentano creature composte da organi o membra umane fusi indissolubilmente con parti meccaniche.

Stile di tatuaggio in cui delle parole o frasi sostituiscono o integrano i disegni. Di solito vengono scritti il nome del proprio partner, dei genitori, frasi di canzoni, messaggi politici o motti di varia natura è il Lettering.

Anche se i tatuaggi, in generale, hanno avuto un aumento di popolarità soprattutto nella parte occidentale e tra i più giovani, i tatuaggi genitali sono ancora relativamente rari. Ci sono diverse ragioni probabili per questo: la zona genitale è sensibile, spesso non è visibile al pubblico e di solito è coperta da peli. Inoltre, alcuni tatuatori rifiutano di fare tatuaggi in queste zone per una serie di motivi. Ci sono molte ragioni per cui una persona potrebbe scegliere di avere i genitali tatuati e spesso la scelta è decorativa, per migliorare l'aspetto dei genitali o per completare altri disegni intorno alla zona genitale. Infatti, alcuni uomini incorporano il tatuaggio genitale nella creazione di un disegno del tatuaggio in modo tale che il pene diventa parte complessiva del disegno (ad esempio, come un "naso" di un volto tatuato o come la ''proboscide" di un elefante). Anche le donne creano si fanno tatuare le parti intime. Alcune persone, pesantemente tatuate, scelgono di avere i loro genitali e le regioni anali tatuate per completare il lavoro che hanno su gran parte dei loro corpi. Quasi l'intera regione genitale può essere tatuata come la regione pubica, il pene ed il glande, la pelle dello scroto, le labbra della vagina e l'ano.
Il tatuaggio evoca sicuramente un’ampia gamma di reazioni. Nessuno di noi può infatti evitare lo sguardo e i pensieri di tutte le persone con le quali quotidianamente convive. Sicuramente possiamo essere disinteressati dell’opinione altrui, ma non possiamo cancellare il fatto che facciamo parte di un gruppo, piccolo o grande che sia, siamo comunque parte di una società. Le motivazioni per cui oggi ci si tatua sono molto distanti da quelle che per mezzo del tatuaggio contrassegnavano l’individuo come membro o non membro di una determinata tribù. Tali forme artistiche erano non solo espressioni per celebrare l’io individuale o il proprio corpo ma avevano legami più intimi relativi a convinzioni religiose, spirituali e magiche. In questi casi però molto spesso l’individuo non era libero né di decidere di essere “marchiato” o meno, né tantomeno di scegliere i motivi decorativi. Pensiamo ad esempio alla tribù Dinka nel Sudan meridionale, in cui le giovani donne sono obbligate a sottoporsi ad alcuni riti che marcano ogni tappa della loro vita: dalla fertilità al matrimonio, dalla maternità alla menopausa.

Esse vengono segnate fin dalla loro giovinezza dalla terribile pratica della clitoridectomia e dalla scarificazione. Differente per tecnica ma non meno dolorosa è la forma estetica per rispecchiare il proprio status, a cui si sottopongono le donne di alcune tribù delle montagne della Birmania. Obbligatorio per le donne Kayan è infatti il rimodellamento di collo e di gambe attraverso l’uso di pesanti anelli metallici. Come per il tatuaggio anche per il piercing sembriamo dimenticarci che le varie tribù hanno in realtà dei motivi diversi che vanno ben oltre il semplice desiderio di decorarsi. Per esempio il piercing nella medicina ayurvedica, così anche come nell’agopuntura, si segue per ogni foro la mappa di alcuni punti ben precisi, per cui ogni perforazione è finalizzata espressamente a stimolare una determinata reazione. I fori nelle narici delle donne dell’India, (e di altri stati confinanti come il Bangladesh, il Pakistan), seppur ancora è diffusa la convinzione che essa abbia solo una funzione estetica, in realtà i sottili gioielli al naso sarebbero il simbolo di sottomissione. E se molte donne indiane rifiutano oggi questa perforazione simbolica, molte adolescenti occidentali fanno una scelta che forse non apprezzerebbero se conoscessero fino in fondo i veri significati. Se il tatuaggio ad ago e il piercing rientrano nella categoria delle pratiche invasive, il bodypainting può essere collocato nella categoria delle decorazioni temporanee. Fra gli aborigeni australiani il bodypainting è utilizzato per assolvere ad una funzione rituale. È proprio la scelta individuale che rende le pratiche tribali molto lontane dal mondo occidentale, la totale libertà di scelta su quando, dove e come applicare il marchio scinde le due culture. Ad esempio i tatuaggi sul viso e sul collo sono molto rari nel mondo urbanizzato, oltre ad essere zone particolarmente dolorose, vi sono motivi sicuramente più forti, come i motivi psicologici e sociali che spingono a lasciare pulite queste parti, in quanto sono continuamente esposti allo sguardo degli altri. Nuovamente ci troviamo però a ricorrere ad un’eccezione di tipo tribale. Infatti tra gli uomini Maori è molto diffuso il Moko Maori. Esso è un disegno personalizzato, creato individualmente e pensato nei minimi dettagli per adattarsi sia alla fisionomia, sia al carattere dell’uomo Maori che lo indosserà a vita. Per quanto riguarda le donne invece, esse sul mento portano un tatuaggio di tradizione familiare, è un po’ come aver scritto il proprio cognome, o aver il simbolo del proprio stemma di famiglia. Tra queste popolazioni i tatuaggi sul volto costituiscono un profondo linguaggio simbolico. Stessa cosa la possiamo individuare nelle gang metropolitane, in cui i marchi di riconoscimento rappresentano contemporaneamente sia un rito di iniziazione, sia un simbolo di chiara appartenenza, basta pensare alle più famose gang americane, il Barrio 18th e Mara Salvatrucha 13°. In Anthropologie structurale Claude Levi Strauss descrive come l’uomo fin dall’antichità abbia sentito l’impulso di abbellire non solo gli oggetti intorno a sé, ma soprattutto il proprio corpo. A conferma di tale tesi vi sarebbe il ritrovamento di alcuni utensili di epoca preistorica che si pensa fossero stati utilizzati per praticare un tatuaggio. Il Body painting, la scarificazione e il tatuaggio, sono da considerarsi arti antichissime, nate allo scopo non solo di soddisfare un impulso individuale, bensì un impulso con connotazioni e risvolti sociali, tanto da poter parlare di atto sociale primitivo. Nel ‘900 però nelle società occidentali il tatuaggio non viene più considerato espressione di arte e di libertà, ma viene associato ad un disordine morale. Il tatuaggio inizia a dilagare tra i ceti più bassi: malavitosi, carcerati e marinai, tanto da diventare un vero e proprio simbolo di appartenenza alla criminalità. È solo con gli anni ’60-80 con il dilagare della controcultura che il tatuaggio affascina chi sceglie di stupire e porsi in alternativa alla mentalità comune, ricordiamo i punk e i bikers per i quali era espressione di ribellione e rabbia. Tornando ai motivi per cui ci si tatua sembra ci sia un’apertura verso un’epoca più aperta ai cambiamenti, un’epoca molto più ricettiva. Oggi si sceglie come autentica celebrazione dei propri gusti e del proprio modo di essere, oltre che manifesto dei propri personali eventi di vita. Il tatuaggio può essere considerato come una cicatrice del proprio sentire. Oggi ci si tatua per tirare fuori quello che si ha dentro trasformando il proprio corpo come strumento di comunicazione, vi è una sorta di riappropriazione di esso. Il tatuaggio come è stato riportato sopra, è stato utilizzato con finalità diversissime, e ancor più vari sembrano essere i motivi che hanno contribuito allo sviluppo di questa antichissima pratica.


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