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sabato 12 agosto 2017

PELLE E DIMAGRIMENTO



Quando si vuole perdere il peso in eccesso, la convinzione e la motivazione sono sicuramente le armi vincenti. Serve costanza e impegno, all'inizio sarà un po' difficile, ma in seguito l'abitudine vincerà e riuscirete a trovare un ottimo equilibrio tra il mangiare sano e non patire la fame.

Spesso però chi si mette a dieta per dimagrire dimentica che la pelle deve prendere una nuova forma, si deve adattare ai centimetri in meno, e per essere soddisfatti del proprio aspetto è necessario anche essere ben tonici.

Modificare l'alimentazione è il consiglio più importante per combattere la pelle flaccida ed evitare i costanti cambiamenti di peso in modo efficace.

Non adottare una dieta sana rende qualsiasi altro sforzo per migliorare il nostro fisico assolutamente vano, infatti occorrono alcuni principi nutritivi per ottenere buoni risultati, così come eliminare gli alimenti che fanno accumulare il grasso.

Assumere alimenti sani, poveri di grassi e zuccheri contribuisce a migliorare la salute in generale e a mantenere la pelle soda.

Dimagrendo velocemente  si rischia di avere pelle flaccida in parti del corpo come l’addome, i glutei, le gambe e anche le braccia.

Per cominciare a ridurla, uno dei modi più efficaci è quello di praticare esercizi localizzati per far lavorare ogni parte del corpo colpita da questo problema.

Per mantenere un peso adeguato e allo stesso tempo rassodare la pelle, è importante includere una routine di esercizi generali come, ad esempio, camminare 30 minuti al giorno, correre, andare in bicicletta o a passeggio con il cane.



Tutti i movimenti che implichino uno sforzo fisico, contribuiscono ad incrementare il metabolismo e a prevenire futuri accumuli di grasso nelle parti che abbiamo fatto già lavorare con gli esercizi localizzati.

Il sole e le lampade abbronzanti espongono la pelle a una debilitazione causata dai raggi UV che ne fanno diminuire l’elasticità e il collagene.

L’ideale sarebbe evitare queste abitudini e proteggersi tramite l’uso di creme solari, cappelli o vestiti che coprono la pelle.

Bere una buona quantità d’acqua al giorno è uno dei migliori modi per idratare la pelle e migliorarne l’elasticità, affinché abbia la capacità di adattarsi ai cambiamenti dovuti al dimagrimento.

Accanto a questo nutrimento interno, trattate con delicatezza la vostra pelle anche all'esterno. Scegliete bagno schiuma che non siano aggressivi, ma giusti per il vostro ph e delicati. Spesso non serve spendere cifre astronomiche, basta saper leggere gli ingredienti e fare scelte il più naturali possibile. Evitate i prodotti che abbondano in solfati.

Per quanto riguarda le creme di bellezza, utilizzate le solite con cui vi trovate bene, devono essere massaggiate e ben assorbite per fare effetto.

Le coccole che ricevete in una spa sono un toccasana per lo spirito e per il corpo. Massaggi rassodanti o un impacchi di alghe sono davvero efficaci perché permettono di stimolare la circolazione e far affluire il sangue nelle zone che più soffrono di mancanza di tonicità, risvegliandole e rivitalizzandole.
Allo stesso modo lo scrub sotto la doccia: tolgono le cellule morte favorendo il rinnovo cellulare, quindi pelle nuova e più elastica, e massaggiando stimolano la circolazione sanguigna.



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domenica 27 novembre 2016

L'ODORE DEL CORPO



L’odore del corpo deriva da un processo del tutto naturale che vede protagonista il sudore, un liquido composto da acqua e sostanze grasse, che riveste l’intera superficie della pelle.

Il sudore e l’odore della pelle sono elementi del tutto personali e soggettivi. Sono come un biglietto da visita personale che, a volte, ci precede ancora prima di avvicinarci a qualcuno. L’odore ha importanti ripercussioni sulla nostra vita sociale e personale, grazie all’odore si scelgono amici e la passione sessuale ne è fortemente condizionata.

L’odore è influenzato anche dalla dieta (ad esempio alcune spezie come il curry o l’aglio possono modificare l’odore personale) e dalle condizioni ambientali: quando fa caldo si suda di più ed è più facile che il sudore ristagni sulla pelle. Una doccia può ridare un profumo fresco alla pelle ma se si indossano abiti già ricoperti di sudore e batteri l’odore sgradevole si ripresenta ben presto.

La scienza ci lascia a bocca aperta quando ci rivela che esistono anche alcune disfunzioni che determinano un odore molto particolare del corpo: la trimetilaminuria è una malattia metabolica che fa letteralmente puzzare di pesce marcio la pelle dell’individuo che ne è affetto. Ciò è determinato dalla incapacità di metabolizzare una sostanza, la trimetilammina, che stagnando nell’organismo, provoca del cattivo odore dalle ghiandole principali (sotto le braccia, inguine). Decisamente sgradevole, è un disturbo patologico che crea diversi imbarazzi e che dimostra quanto l’alimentazione sia strettamente legata al nostro odore.

La cosa positiva è che ci sono certi cibi che possono farvi avere un odore migliore. Probabilmente gli uomini non lo sanno, ma consultando prodotti letterari della statura di Glamour e Cosmopolitan molte ragazze curiose degli anni Novanta hanno imparato a migliorare il sapore e l'odore dei propri fluidi corporei mangiando ananas. Non è mai stato davvero specificato quanto spesso o in quali quantità vada consumato, né come sia nata questa credenza. Ma l'articolo di Salon.com, citando il sessuologo Dr. Robert Morgan Lawrence e altri "esperti", conferma che la leggenda dell'ananas è più che una voce di corridoio; è un fatto appurato, o quanto più vicino a un fatto ci possa essere riguardo a qualcosa di così soggettivo come il sapore dei fluidi corporei. Anche il prezzemolo, per quanto possa apparire noioso e antiquato, pare che mantenga un buon odore. In più, nel 2010 The Atlantic ha pubblicato un lungo articolo su come la scrittrice Scarlett Lindeman sia rimasta stupefatta quando, in palestra, ha iniziato a puzzare di qualcosa che ricordava l'odore dei waffles, solo per scoprire più tardi che il colpevole era il fieno greco, una spezia tipica della cucina indiana e usata per imitare il sapore dello sciroppo d'acero. Anche se l'autrice ha trovato l'odore troppo forte e stucchevole, alcuni lettori hanno commentato raccontando di aver ingerito intenzionalmente del fieno greco perché gli piaceva l'idea di puzzare come la cucina di un IHOP. A volte le cose non sono così semplici come quando l'odore ricalca di preciso ciò che c'era nel vostro piatto—quell'impianto chimico che è il nostro apparato digerente continua a funzionare in modi misteriosi.



L’odore della pelle, diverso per ognuno di noi, subisce delle modificazioni nel corso della vita. Da bambini il profumo è più gradevole, da adulti possiamo assumere un odore più o meno intenso e quando superiamo la soglia dei 70 anni torniamo ad essere profumati come un bebè.

Caldo, sudore, emozioni e conseguente sensazione di sentirsi accaldati sono alcuni dei motivi per cui l’odore della nostra pelle può subire dei cambiamenti. Alcuni di noi possiedono un odore più o meno forte in base alla secrezione delle ghiandole, a loro volta stimolate degli ormoni. Un odore acre è generato dagli ormoni maschili, un sentore più dolce è associato a quelli femminili. Durante il ciclo mestruale, però, l’odore di una donna può essere più forte, proprio a causa della massiccia dose di ormoni in circolo. Così come nella fase dell’ovulazione, in cui però vengono emanati dei feromoni capaci di attirare i potenziali partner maschili, “catturati” a livello primordiale da un individuo di sesso femminile “fertile e disponibile”. Anche gli uomini possiedono dei feromoni che attirano le donne: questi stimolano l’istinto femminile che riconosce nell’individuo che li emana virilità, forza e protezione. Non è un caso se alcune case cosmetiche abbiano inserito nei profumi venduti queste sostanze: il successo della fragranza ha decretato un vertiginoso picco di vendite.

Il profumo dolce dei bambini, che sembrano sempre odorare di caramella; mentre con la pubertà gli ormoni che si scatenano generano dei sentori particolari, non sempre piacevoli all’olfatto. Quando si diventa adulti, si apprende l’uso di deodoranti e profumi adatti al proprio tipo di pelle e si assiste ad un equilibrio ormonale che non ci fa più incappare in situazioni imbarazzanti tipiche della lezione di educazione fisica a scuola.

Il Monell Chemical Senses Center di Philadelphia, famoso per le sue ricerche su odori e sapori umani, ha pubblicato su una rivista i risultati di una ricerca condotta su un campione di persone di diverse fasce d’età. A queste hanno fatto indossare, per ben cinque notti consecutive, dei tamponi all’altezza delle ascelle, atti ad assorbire letteralmente gli odori emanati nel periodo di tempo. Questi tamponi (prelevati da individui compresi tra i 20 e 30 anni, i 45 e i 55 anni e tra i 75 e i 95 anni) sono stati poi annusati da un altro campione di persone (di età non superiore a 30 anni) che hanno immediatamente riconosciuto quali fossero stati applicati ad individui più anziani. La spiegazione viene data dal particolare odore tipico delle persone un po’ in là con gli anni: contrariamente a quanto si crede, gli anziani emanano un odore molto più leggero e piacevole rispetto ad adulti o ragazzi. Questo perché gli ormoni in circolo sono, ormai, decisamente inferiori se paragonati a quelli degli anni precedenti.



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martedì 16 agosto 2016

TALLONI SCREPOLATI



Le screpolature che si formano nei piedi sono vere e proprie crepe, fastidiosissimi taglietti (fessurazioni) che si formano preferenzialmente sulla pelle del tallone a causa del perpetuarsi d'insulti fisici locali. Se poi, oltre alla pressione eccessiva e agli sfregamenti dei piedi contro la calzatura, si aggiunge anche una pelle particolarmente arida, secca e callosa, ben si comprende come i talloni tendano a screpolarsi assai facilmente.
Quando i talloni screpolati non ricevono le dovute cure ed attenzioni attraverso l'applicazione costante di creme idratanti e nutrienti, queste fastidiose crepe aride tendono a lacerarsi, fino a sanguinare.
Similmente ai calli, i talloni screpolati non devono essere trascurati perché le fessurazioni aperte e sanguinanti possono infettarsi, dunque creare dolore, difficoltà ad appoggiare il piede e difetti nella camminata.

Spesso e volentieri i talloni screpolati non sono provocati da un'unica causa. Il più delle volte, infatti, la pelle del tallone si spacca in risposta ad un intreccio di fattori che lesionano progressivamente la pelle; pertanto, l'eccessiva aridità della cute (xerosi cutanea), gli sfregamenti continui e l'attrito contro la calzatura non rappresentano gli unici elementi scatenanti.
Il mancato utilizzo di creme idratanti, emollienti e nutrienti, così come il prolungato contatto tra piede e polveri o sostanze irritanti (es. acqua della piscina, acqua del mare, sabbia ecc.), possono inaridire eccessivamente la pelle del piede. Essendo disidratata, la cute del tallone s'indurisce al punto da favorire screpolature via via più profonde.
Camminare a piedi nudi, indossare infradito o zoccoli: queste abitudini, per quanto piacevoli per alcune persone, possono costituire pericolosissimi fattori di rischio per la salute dei piedi. Il contatto con il suolo, dunque con polveri e sporco, può inaridire ed irritare la pianta del piede, dunque predisporre il soggetto a secchezza della pelle, infezioni, calli e naturalmente screpolature al tallone.
L'utilizzo di prodotti cosmetici aggressivi anche sul piede - come ad esempio creme irritanti, detergenti eccessivamente sgrassanti e saponi di scarsa qualità - può favorire la formazione di taglietti e piaghe sulla pianta e sul tallone. Questi cosmetici, infatti, impoveriscono la naturale pellicola protettiva idrolipidica presente sulla superficie della pelle (composta da NMF, componente idrofila, e da una frazione liposolubile, data principalmente dal sebo), predisponendo dunque all'insorgenza di screpolature sul tallone.
Alcune patologie cutanee, come la psoriasi, possono predisporre il soggetto alla formazione di screpolature sui talloni.



Il diabete rappresenta indubbiamente un fattore di rischio per la formazione di piaghe, ragadi e screpolature sui piedi. Infatti, a causa di un'alterata sensibilità al piede (neuropatia) e di un'insoddisfacente circolazione a livello delle estremità inferiori (arteriopatia), il paziente diabetico è pericolosamente esposto a lesioni cutanee di vario genere ed entità a carico dei piedi.
Presenza di calli e duroni sotto ai piedi rendono inflessibile la pelle del tallone, che diviene sempre più fragile, sensibile ed esposta al rischio di taglietti e screpolature.
Obesità e gravidanza sono due elementi predisponenti non sottovalutabili, dato che possono aumentare in modo considerevole la pressione esercitata sotto il piede. Di conseguenza il piede, costretto a sopportare carichi anomali ed esagerati di lavoro, si fessura e si screpola facilmente perché urta pesantemente contro la calzatura.
Piede d'atleta, eczema, infezioni al piede: anche se indirettamente, questi disturbi possono debilitare ed indebolire considerevolmente la zona del piede, esponendo il tallone al rischio di taglietti, piaghe e screpolature.
L'utilizzo di scarpe inadatte (es. scarpe con tacco) ed abitudine a non indossare i calzini possono considerarsi tra i peggiori nemici dei piedi, dato che aumentano il rischio non solo di screpolature, ma anche di calli, duroni, lesioni ai piedi ed infezioni locali.

Al tatto, la pelle dei talloni screpolati è particolarmente secca ed arida; la trama è irregolare a causa dell'evidente stato di desquamazione della pelle e della scarsa quota idrolipidica. Anche il colorito della pelle del tallone è alterato, perché la presenza di screpolature e l'eccessiva secchezza conferiscono un aspetto ingrigito, spento e poco sano alla cute.

La sintomatologia legata alle screpolature nei talloni è correlata essenzialmente alla profondità del danno.
Quando i talloni sono leggermente screpolati, non si avverte dolore perché il danno è minimo. Tuttavia, in simili circostanze, i talloni poco screpolati appaiono comunque piuttosto antiestetici perché appunto la pelle è secca, ingrigita ed irregolare. A tale scopo, sarà dunque necessario ammorbidire le screpolature con generose dosi di creme idratanti e nutrienti per il recupero della salute del piede.
Diversamente, i talloni gravemente screpolati procurano dolore e fastidio che si accentuano puntualmente quando si poggia il piede a terra. In presenza di piaghe aperte, i talloni screpolati tendono a sanguinare: in questi casi, le crepe sul tallone possono rappresentare una facile via d'accesso per virus, batteri e funghi che, approfittando delle scarse difese immunitarie locali, penetrano con facilità infettando il piede.

I talloni screpolati spesso sono considerati come un segno di  scarsa attenzione e igiene per i piedi. Tuttavia, ci sono diversi fattori che possono portare allo sviluppo di crepe o piaghe sui talloni. A volte, crepe nei talloni possono essere un indicatore di alcune carenze nutrizionali. Si possono trovare crepe nei talloni come reazione alla mancanza di ferro, calcio, vitamina E, acidi grassi Omega 3 e zinco.


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sabato 23 luglio 2016

I BENEFICI DEI FANGHI



La fangoterapia è una terapia termale che viene effettuata impiegando fango termale rimasto in infusione in speciali contenitori per circa 50-60 giorni.

Il fango maturo è alla base della fangoterapia che si compone di quattro passaggi:
l'applicazione del fango,
il bagno in acqua termale,
la reazione sudorale,
il massaggio tonificante.
Il fango viene applicato direttamente sulla pelle ad una temperatura tra i 37 °C e i 38 °C per un periodo che varia dai 15 ai 20 minuti. Al termine dell'applicazione, il paziente, dopo essere stato sottoposto ad una doccia calda, si immerge nel bagno termale alla temperatura di 37-38 °C per circa 8 minuti. Infine, viene asciugato con panni caldi.

La fangoterapia è efficace nelle forme infiammatorie croniche dell'apparato locomotore quali artrosi articolari, tendiniti, dolori e infiammazioni muscolari.

La fangoterapia è considerata un trattamento estetico e curativo a base di fango, utilizzato per eliminare i liquidi in eccesso, trattenuti soprattutto nei tessuti di gambe, addome e fianchi.

I fanghi sono una melma costituita dalla mescolanza di una componente solida con una componente liquida (acqua minerale o termale) e utilizzati sotto forma di "impacco". La componente solida ha una base inorganica, costituita principalmente da argilla, e una organica che comprende microflora (batteri, alghe, diatomee, protozoi, etc.), microfauna, humus, composti humo-minerali e vegetali di diversa natura, derivanti principalmente dalla fase di maturazione dei fanghi stessi o dal loro precedente utilizzo (detriti cellulari, secrezioni, etc.).

Nella componente liquida distinguiamo l'acqua contenuta nel fango vergine, che impregna il fango nel giacimento di origine, dall'acqua minerale nel quale viene fatto "maturare" il fango. Infatti, prima di poter essere utilizzato, il fango grezzo deve essere sottoposto ad un particolare processo di "maturazione".

Quello proveniente dalla sorgente, è sottoposto a macerazione per lungo tempo nell’acqua minerale, in modo che i granelli di argilla subiscano una trasformazione caricandosi di proprietà chimiche e chimico-fisiche dell’acqua in cui sono posti a macerare. Le acque minerali, oltre che a mineralizzare i fanghi, contribuiscono al processo di maturazione anche attraverso l'apporto di microorganismi e alghe.

Dalle proprietà fisiche dei fanghi deriva la loro consistenza, la concentrazione di sostanze attive in essi contenuta e il tipo di trattamento terapeutico per cui cui verranno applicati. Le proprietà del fango sono: la capacità calorica, cioè il potere di accumulo o di dispersione del calore, quando vengono a contatto con la pelle. La plasticità, cioè il grado di malleabilità del fango e quindi la capacità di aderire alla superficie corporea.

Questa proprietà è in relazione con il numero e le dimensioni delle particelle della componente solida: un'argilla è tanto più plastica quanto maggiore è il numero delle particelle che la compongono e quanto minore è la loro dimensione. Il potere di assorbimento e di scambio ionico dovuto al processo di osmosi in virtù del quale le sostanze minerali entrano attraverso la pelle ed escono particelle di acqua e di grasso.

L'osmosi è un processo fisico spontaneo di scambio, vale a dire senza apporto esterno di energia, che tende a diluire, in presenza di due soluzioni separate da una parete semipermeabile, come può essere la pelle, quella più concentrata, allo scopo di ridurre la differenza di concentrazione. Questo processo è un fenomeno importante in biologia, che interviene in alcuni processi di trasporto passivo attraverso membrane biologiche.

In Italia la fangoterapia è una pratica legata alle scienze e cure naturali, quindi non esiste ufficialmente la figura del fangoterapeuta. Si tratta di medici specializzati o persone esperte di terapie naturali che offrono la loro conoscenza riguardo questa cura.

Il Sistema Sanitario Nazionale copre l’erogazione delle cure termali per i pazienti colpiti da malattie: reumatiche, delle vie respiratorie, dermatologiche, ginecologiche, otorinolaringoiatriche, dell’apparato urinario, vascolari, dell’apparato gastroenterico. Per accedere alle cure, è necessaria la prescrizione del medico di base.

Ticket e spese di soggiorno sono a carico dell’assistito, che può scegliere lo stabilimento termale che preferisce tra quelli accreditati per il determinato ciclo di trattamento.

Depurano la pelle, spengono le infiammazioni e drenano i ristagni di liquidi. I fanghi, morbido impasto di argille miscelate sapientemente con acqua e ingredienti specifici, sono quanto di più indicato per risolvere gli inestetismi più comuni, come la cellulite, l’acne, la forfora.

Composti da una parte solida, a base di materiale organico e inorganico, e una liquida, cioè le acque minerali, i fanghi utilizzati per scopi estetici di solito contengono materiale terroso molto fine che restando a contatto per lungo tempo con acque termali, ne assorbe i principi attivi, come lo zolfo, le vitamine, gli oligoelementi. Spesso, la formulazione dei fanghi è arricchita da altre sostanze dall’azione specifica (fitoestratti, acido salicilico, oli essenziali, derivati marini) che ne modificano e aumentano l’efficacia.

La loro azione è dovuta in gran parte al cosiddetto effetto osmotico: applicando i fanghi sul corpo, si crea uno strato isolante che aumenta la temperatura della pelle, e di conseguenza i pori si aprono favorendo la penetrazione dei principi attivi contenuti nella miscela, con risultati che dipendono dalle zone del corpo dove avviene l’applicazione e dalle sostanze utilizzate: ricorrendo ai fanghi si può contribuire a eliminare il sebo in eccesso oppure contrastare la formazione di brufoli e impurità, rendere la pelle  levigata e morbida o ridurre i ristagni di liquidi, rivitalizzare i capelli regolarizzando anche la produzione di forfora o più semplicemente ridare un bel colorito al viso. Chi ama le fragranze, può trovare in commercio fanghi profumati: contro la cellulite per esempio ne esistono alcuni di colore bianco perché a base di caolino (sostanza che viene utilizzata al posto dell’argilla), e profumati alla cannella, oppure alla menta, o ancora all’anice stellato.



Supersicuri, i fanghi sono controindicati solo durante la gravidanza e l’allattamento (ma è possibile applicarli se il medico dà l’ok). In ogni caso, tenete presente che un leggero rossore o un pizzicore sono reazioni normali, dovute all’aumento della microcircolazione della cute, e di solito scompaiono a distanza di mezz’ora o di un’ora dal risciacquo. Attenzione però: se nel corso dell’applicazione queste sensazioni sono molto forti, è bene ridurre i tempi di posa. Non esponetevi ai raggi solari subito dopo il trattamento: durante i mesi estivi, è meglio applicarli di sera e aspettare fino al mattino prima di sdraiarsi al sole.

Chi soffre di cellulite non lascia niente di intentato pur di contrastarla, ben sapendo di avere a che fare con un “nemico” subdolo e insidioso:  e tra i vari rimedi contro la cellulite ci sono anche i fanghi, drenanti e stimolanti per la circolazione.

Efficacissimi sono quelli a base di alghe, che a questo scopo vengono raccolte, lasciate essiccare e lavorate in modo tale da non alterarne il contenuto in minerali, vitamine, glucidi, protidi, grassi e altre sostanze benefiche. Grazie agli estratti marini e vegetali, hanno un’azione drenante, ovvero  contribuiscono a eliminare il ristagno di liquidi e tossine tipico della cellulite, oltre a stimolare la circolazione. Si applicano sulla pelle ben pulita, avvolgendosi poi con una pellicola da cucina. Si tengono in posa per venti-trenta minuti, poi si sciacqua. Per ottimizzarne l’effetto del fango, si può applicare una crema coordinata, a base di estratti tonificanti e rinfrescanti. Potete acquistarli già pronti in qualsiasi erboristeria e in molte farmacie con settore naturale.

Anche i capelli possono giovarsi dell’applicazione di fanghi specifici. In commercio esistono formulazioni studiate per chiome secche, grasse o normali, opportunamente arricchite con alghe, oli vegetali, argilla ventilata e oli essenziali, per riequilibrare la produzione di sebo, nutrire i capelli contrastando la formazione delle doppie punte e renderli più morbidi e setosi. Gli impacchi si applicano di solito una o due volte alla settimana, sui capelli bagnati e con un leggero massaggio, lasciandoli in posa in alcuni minuti prima di sciacquare.

I fanghi termali sono molto utili nel combattere lo stress attraverso la fase di rilassamento muscolare che inducono naturalmente, inoltre purificano e disintossicano la pelle che appare subito più levigata e morbida al tatto. Anche la circolazione sanguigna trae notevoli benefici dalla fangoterapia con un effetto drenante e anticellulite.

Non ultimo l’effetto benefico sulle infiammazioni e sui dolori articolari. Esistono poi degli speciali fanghi termali salso-bromo idrici e di estratti di quillaja saponaria, trigonella, kigelia e luppolo che donano un effetto tonificante al decoltè.

Per eseguire nella maniera ottimale la fangoterapia occorre tenere a mente delle regole precise e affidarsi alla professionalità di centri specializzati. La temperatura del fango deve essere di circa 50 °C, con una media di 47 °C. La durata dell’applicazione non dovrebbe mai oltrepassare i 15-20 minuti con una sola applicazione giornaliera. Dopo l’applicazione, rimosso il fango, si effettua un bagno in acqua normale o minerale alla temperatura di 37-38 °C. Ogni quattro giorni è essenziale un giorno di riposo e tutto il ciclo di cura non deve superare dodici o quindici applicazioni.


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venerdì 15 luglio 2016

TIPI DI PELLE



La pelle subisce ampie variazioni nel corso della vita: lo stato di salute della cute è pesantemente influenzato da abitudini di vita, condizioni climatiche, età ed eventuali condizioni morbose. Difatti, la pelle è perennemente a contatto con l'ambiente esterno: l'azione del vento, gli sbalzi di temperatura, le variazioni di umidità ed i raggi UV del sole possono talvolta alterare visibilmente il naturale aspetto della cute.
Per determinare il proprio tipo di pelle, i moderni strumenti dermatologici (es. corneometro, evaporimetro, lampada di wood, idro-test, sebo-test, pH-metro ecc.) valutano più caratteristiche: consistenza della pelle, aspetto, grado di idratazione,
quantità di sebo presente, temperatura, pH della pelle e il colore (fototipo).
In assenza di patologie dermatologiche o metaboliche, non è necessario sottoporsi ad indagini diagnostiche approfondite per stabilire il proprio biotipo cutaneo: in tal caso, può essere sufficiente il solo aiuto di una lente d'ingrandimento, strumento utilissimo per fornire informazioni importanti sulle caratteristiche della pelle di ognuno di noi.

La pelle normale ha un aspetto disteso, compatto, liscio. 
I prodotti per la cura della pelle normale sono incentrati reintegrano elementi idratanti ed emollienti per proteggerla dall’aggressione da parte degli agenti esterni. 
La formulazione dei prodotti per la cura della pelle normale contiene principi attivi che svolgono attività di prevenzione e mantenimento senza però interferire con i meccanismi spontanei di corretto funzionamento della pelle. 

La pelle grassa è caratterizzata dal tipico aspetto lucido, da follicoli dilatati e al tatto risulta untuosa. È la secrezione eccessiva delle ghiandole sebacee (seborrea) a causare queste problematiche, spesso accompagnate alle alterazioni dovute all’ispessimento dello strato corneo (cheratosi e ipercheratosi). 
I prodotti per la cura della pelle grassa consistono in formulazioni astringenti, emollienti, sebo-riequilibranti, igienico-equilibranti, purificanti. 
La pelle grassa è diffusa anche nell’età adolescenziale. La pelle asfittica dei giovanissimi presenta modifiche secretorie (ipersecrezione sebacea ceroide) e strutturali (ipercheratosi dello strato corneo); la si riconosce per la presenza di comedoni (depositi di sebo presso gli sbocchi delle ghiandole sebacee), punti neri, zaffi cornei, secchezza e sensibilità alle infezioni. Spesso questa condizione sfocia nell’acne (viso ma anche spalle, petto, braccia).

La pelle secca è colpita da disidratazione, dalla scarsa produzione di sebo (pelle alipica) o da entrambi i fenomeni. 
La pelle disidratata, i cui tessuti sono carenti di acqua, è sottile, avvizzita, predisposta alle screpolature e alle spaccature. I prodotti più adatti non sono aggressivi ma dolci per evitare la percezione della pelle “che tira” e ricchi di fattori idratanti naturali (es. amminoacidi, zucchero, urea, lattato sodico, piroglutamato sodico, lattato sodico).  
La pelle che genera poco sebo invece è delicata, opacizzata e presenta rossori, inoltre è ipersensibile agli agenti esterni. I prodotti per pelle alipica devono ristrutturare il mantello lipidico con trattamenti sebo-restitutivi (es. acidi grassi insaturi, trigliceridi).

Sono tante le persone ad avere la pelle mista, ossia in parte grassa e in parte secca. 
Oltre a formare la cosiddetta zona grassa a T sul viso (fronte, naso e mento), la pelle del corpo tendente alla secchezza può essere grassa per esempio sulle spalle, nell’incavo dei seni, ecc. 
I prodotti per la pelle mista del corpo si scelgono fondamentalmente in base alla maggiore percentuale di pelle grassa o secca. Nelle aree del corpo in cui la pelle non presenta il tratto dominante si usano prodotti per il tipo di pelle presente in minore percentuale.

La pelle sensibile è morbida ma sottile, delicata ed estremamente fragile; va protetta con attenzione dagli agenti chimici e ambientali esterni poiché si irrita con facilità. 
I prodotti per la pelle sensibile, oltre a idratare, devono essere specificatamente ipoallergenici per evitare infiammazioni, arrossamenti e prurito.

Si definisce impura la pelle con inestetismi quali comedoni, punti neri e zaffi cornei arrecati per esempio dalla seborrea, che rende la produzione di sebo quantitativamente accentuata e il sebo stesso più ceroso, con mutamento del pH cutaneo, modificazione della pellicola idrolipidica protettiva e diminuzione delle funzioni difensive naturali. Come del resto richiedono tutti i problemi dermatologici di una certa entità, è necessaria la consultazione di un dermatologo perché i prodotti per la cura del corpo a livello estetico non sono affatto di utilità e addirittura potrebbero peggiorare la situazione.



La pelle con couperose si manifesta con eritrosi e con teleangectasie, cioè con la dilatazione dei capillari sottoepidermici che si sfibrano e formano una fitta rete violacea, visibile esternamente specialmente sulle guance. Generalmente questa situazione si manifesta in soggetti emotivi, facili al rossore (che può essere transitorio, con vampate, oppure prolungato nel tempo, con una eritrosi) e che soffrono di fragilità capillare. La couperose è presente sulla pelle sottile, secca, delicata, piuttosto sensibile, irritabile, reattiva e allergica. Questo danno estetico peggiora in occasione di sbalzi di temperatura, di esposizione ai raggi ultravioletti e di massaggi troppo violenti; occorre invece intervenire sulla couperose con trattamenti protettivi e con sostanze astringenti vasali. Queste caratteristiche della pelle devono possibilmente essere evidenziate con un attento esame visivo, eseguito con un'ottima illuminazione da una distanza ravvicinata e, in seguito, anche con una lente ad ingrandimento. Bisogna valutare il colorito, lo spessore, eventualmente aiutandosi con qualche piccola pressione. Questo esame iniziale permette di raccogliere tutta una serie di dati che aiutano ad ottenere la valutazione finale della pelle. Se esistono problemi dermatologici più o meno evidenti, occorre sempre ricorrere alla competenza del medico dermatologo.

La disidratazione e la denutrizione cellulare sono fattori di rallentamento dell'attività del tessuto cutaneo, determinano una diminuzione dello spessore dei vari strati e una progressiva perdita delle loro proprietà. Sono queste le premesse che portano all' invecchiamento della cute. 
I prodotti formulati per questo tipo di pelle devono affrontare globalmente il problema della senescenza. Devono garantire un'azione preventiva sulle modificazioni plastiche e strutturali della cute, un'efficiente apporto di sostanze emollienti ed idratanti ed una valida difesa contro l'azione deleteria dei raggi UV e dei radicali liberi. 





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giovedì 14 luglio 2016

LA CELLULITE



La Cellulite è una manifestazione topografica della pelle associata a depressioni o introflessioni, frequenti nella zona pelvica e addominale, nei fianchi, sui glutei e nelle cosce. Può manifestarsi anche associata a noduli nel tessuto adiposo sottocutaneo e in casi più rari ad un sospetto stato infiammatorio.

Il termine cellulite, ormai globalmente utilizzato, fu introdotto in Francia nel 1922 da Alquier e Paviot descrivendola come inestetismo  creando però una potenziale ambiguità e confusione con il termine cellulitis con cui nella letteratura medica inglese si descrive una infezione cancrenosa dei tessuti sottocutanei. Alquier e Paviot descrivevano una distrofia dei tessuti mesenchimiali senza alcun elemento flogistico.

Circa una decina di anni dopo Laguese la descrisse come una malattia dell'ipoderma caratterizzata da edema interstiziale e aumento del grasso sottocutaneo. Nürnberger e Müller , da una ampia indagine istologica, 150 autopsie e 30 soggetti viventi, non rilevarono alcun fenomeno di edema o di fibrosi associato alla cellulite.

La grande confusione sul nome da dare alla cellulite riflette la difficoltà di comprendere correttamente la natura del fenomeno. "Nonostante il grande interesse nel trattamento di questa condizione e l'enorme mercato per trattamenti topici volti a migliorare il suo aspetto, la cellulite è ancora una condizione enigmatica e un non-argomento di importanza minore, ammesso che ne abbia qualcuna, per i ricercatori medici”. “La grande quantità di nonsensi pseudoscientifici che circolano in relazione alla cellulite rendono il soggetto poco attraente per ogni serio gruppo di studio”.

Una revisione delle ricerche scientifiche pubblicate nel periodo dal 1978 ad aprile 2011 conclude che si tratta di un “fenomeno fisiologico o con basi fisiologiche, caratteristico della donna, di origine multicausale che molti fattori possono scatenare, perpetuare o peggiorare”. L'opinione medica prevalente, specie nel mondo anglosassone, è che nel complesso si tratti di una “condizione normale di molte donne”.

La cellulite è stata considerata un tipico caso di "Disease mongering". Già nel 1978 uno dei primi studi scientifici pubblicato aveva l'emblematico titolo:”La cosiddetta cellulite: una malattia inventata”. Recentemente è stata definita da de Godoy ”la non-malattia più investigata”. L'alta incidenza (80-90%)nella popolazione femminile in età post puberale oltre al fatto che al di là dell'inestetismo si presenta generalmente come asintomatica la fanno considerare una normale condizione fisiologica.

Può essere invece considerata all'interno di un quadro patologico notando che è una condizione normale per moltissime donne ma non per tutte e che nelle sue forme più gravi si manifesta con noduli dolenti alla palpazione che fanno sospettare processi infiammatori, inoltre è generalmente associata ad un eccessivo accumulo di tessuto adiposo sottocutaneo di cui non è chiara la relazione positiva o negativa con il rischio cardiovascolare.

Sono state ipotizzate decine di cause diverse.

Vita sedentaria o dimagrimento eccessivamente rapido: il tessuto muscolare cede e quindi si aggrava la situazione visiva della cellulite. Per avere meno problemi di cellulite bisogna essere sempre in movimento, il moto infatti aiuta a mantenere efficiente muscolatura, circolazione e metabolismo aiutando a bruciare i grassi e a prevenire la stasi circolatoria.
Causa un’alimentazione sbagliata, cioè troppo piena di calorie e di cibi ricchi di grassi e di sale, si forma un accumulo di adipe localizzato, ritenzione dei liquidi.
Postura sbagliata e con gambe accavallate, contribuisce ad aggravare la circolazione sanguigna e quindi la cellulite perché comprime i vasi.
Troppo tempo in piedi immobili causa una cattiva circolazione sanguigna, perché il sangue fa fatica a risalire dagli arti inferiori, con conseguente stasi circolatoria.
L’abbigliamento troppo stretto causa cattiva circolazione perché comprime i vasi.
Scarpe troppo strette o con tacco troppo alto, ostacolano il ritorno venoso e linfatico e impediscono il corretto funzionamento dell'importantissima "pompa venosa”.
Stress e fumo sono altri fattori che aggravano lo stato della cellulite perché: Lo stress aumenta il livello degli ormoni dello stress e invece il fumo ha un’azione vasocostrittrice e aumenta i radicali liberi che peggiorano il microcircolo e aiutano ad accelerare l’invecchiamento cutaneo.
Essere in sovrappeso o affetti da obesità.



Il pannicolo adiposo, tessuto posto anatomicamente sotto la cute, è una riserva attiva di energia, legata al metabolismo individuale, scientificamente definito bilancio calorico:
quando il bilancio calorico diminuisce (maggiore attività fisica o minore introduzione di calorie con il cibo) la riserva adiposa si riduce (lipolisi);
quando il bilancio calorico aumenta (minore attività fisica od eccessiva introduzione di calorie con il cibo) si verifica il deposito dei grassi (liposintesi).
Come tutti i tessuti, anche il pannicolo adiposo ha una sua impalcatura di sostegno (il tessuto reticolare ed il collagene) ed una  vascolarizzazione, denominata microcircolo; attraverso la vascolarizzazione il tessuto adiposo fornice l'energia all'organismo o la accumula, sottoforma di grasso.
Alterazioni ormonali e vascolari, spesso aggravate da vita sedentaria, da stress, da malattie epatiche, alimentazione non corretta o bilanciata, irregolarità della funzione intestinale e ritenzione idrica marcata, variamente combinate tra loro, sono le cause che interferiscono negativamente sul tessuto adiposo ed in particolare sul microcircolo.
In questi casi le cellule adipose si rompono; il loro contenuto, i trigliceridi, si spande nello spazio tra le cellule comprimendo il microcircolo ed impedendone il corretto funzionamento.
La persistenza nel tempo di queste alterazioni anatomico-metaboliche, produce lo sviluppo di ulteriori alterazioni del tessuto adiposo (lipodistrofia); modificazioni che producono sia un aumento di volume e consistenza del tessuto di sostegno che la riduzione del calibro (per compressione) e dell'elasticità dei vasi sanguigni del microcircolo.

La lotta alla cellulite passa soprattutto attraverso la modifica del proprio stile di vita. Un'alimentazione sana, regolare ed equilibrata, con il corretto apporto di frutta e verdura e la limitazione di sale e di tutti gli alimenti che possono provocare ritenzione idrica; la limitazione del sovrappeso, attraverso una dieta povera di grassi e zuccheri;u n’attività fisica costante e regolare (non necessariamente intensa) che aiuti da un lato a migliorare la circolazione e dall’altro a ridurre l’accumulo di grassi e ad accelerare il metabolismo; bere molta acqua durante il giorno, per aiutare l’eliminazione dei liquidi; evitare l’abuso di fumo, alcol, caffè che aumentano la ritenzione idrica e peggiorano la circolazione; evitare indumenti troppo attillati che possono limitare la circolazione, così come il mantenere troppo a lungo posizioni errate come le gambe accavallate.





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domenica 26 giugno 2016

LA VITILIGINE



La vitiligine o leucodermia è una malattia cronica della pelle non contagiosa, ad eziologia forse autoimmune, ma la sua origine è sconosciuta, anche se si sospetta sia ereditaria e genetica, caratterizzata dalla comparsa sulla cute, sui peli o sulle mucose, di chiazze non pigmentate, cioè zone dove manca del tutto la fisiologica colorazione dovuta al pigmento, la melanina, contenuto nei melanociti. I melanociti, forse attaccati dagli anticorpi, resterebbero vitali, ma smetterebbero di produrre melanina.

Le chiazze sono generalmente diffuse su tutto il corpo spesso in modo simmetrico. Gli esordi della vitiligine interessano solitamente le zone del corpo intorno ad aperture (intorno a occhi, ano, glande e genitali) e alle unghie (sulle dita, partendo dalle estremità), e più in generale: viso, collo, mani, avambracci, inguine. In zone dove sono presenti cicatrici si possono formare nuove chiazze.

Le macchie hanno colore decisamente bianco, con margini ben delineati e piuttosto scuri, ma la pelle delle zone colpite a parte la modificazione cromatica è assolutamente normale, meno nelle zone ricoperte da peli, dove sovente se ne nota lo sbiancamento e la parziale caduta o il diradamento (peli della barba). A volte compare anche prurito. Non potendosi proteggere mediante abbronzatura le zone bianche sono facilmente soggette a eritema solare e scottature da esposizione, come la pelle di un neonato o di una persona con albinismo: se ne consiglia la protezione mediante copertura tessile (indumenti coprenti) e/o creme ad altissima protezione (fattore superiore a 40), se si trascorre molto tempo al sole. È completamente infondata la credenza che tale malattia sia contagiosa.

Ben più complessi possono essere invece i risvolti psicologici di chi è affetto di vitiligine, per il senso di isolamento e depressione che a volte segue la comparsa delle macchie. Ciò è tanto più vero quanto la persona affetta da vitiligine si sente diversa dalle altre o addirittura rifiutata, osservata per il problema estetico che le macchie generano. La cosa ha più probabilità di verificarsi quando le macchie sono poste in parti del corpo molto visibili (volto, collo, mani) e la persona è di carnagione scura; chi invece è già di carnagione molto chiara riesce a evitare di evidenziare le macchie con la semplice accortezza di non esporsi al sole e non abbronzandosi dove ancora ha pigmento.

L'origine è sconosciuta (anche se si sospettano fattori autoimmuni e/o predisposizione genetica), né sono noti fattori scatenanti o favorenti anche se è stata documentata un'incidenza maggiore tra componenti della stessa famiglia (la possibilità di contrarre la vitiligine per i famigliari di un paziente - 6 % - è più alta rispetto alla percentuale comune della popolazione mondiale di malati di vitiligine, l'1 %) e legata a fattori di stress (benché tale teoria non sia verificata) che danno il via alla manifestazione primaria della vitiligine o alla sua recrudescenza dopo periodi - anche lunghi - di stasi.

Testimonianza della possibile patogenesi autoimmunitaria è sicuramente la presenza, in circa 20 % di individui affetti, di altre patologie autoimmuni che però non incidono con il decorso della vitiligine; tra esse: gastrite cronica atrofica autoimmune, tiroidite di Hashimoto, ipertiroidismo e ipotiroidismo, psoriasi (l'associazione di vitiligine e psoriasi, quindi con rischio di artrite psoriasica, è più rara di altre comorbilità, ma è possibile specie nelle forme di origine famigliare-genetica), allergie, celiachia, lupus eritematoso sistemico, dermatiti, alopecia areata, anemia perniciosa, diabete mellito di tipo 1 (diabete giovanile), malattia di Addison, miastenia gravis, dermatite atopica, artrite reumatoide e sclerodermia, nonché la presenza di segni come l'eosinofilia.



Un'altra possibile causa o concausa, è nell'ossidamento precoce da radicali liberi dell'ossigeno, come avviene nel normale sbiancamento dei capelli, ossia tramite il perossido di idrogeno (usato in medicina come acqua ossigenata disinfettante) prodotto come scarto del metabolismo organico. Con l’invecchiamento il corpo non è più in grado di neutralizzare gli effetti di questa sostanza perché nelle cellule vecchie la tirosinasi, un enzima che separa il perossido di idrogeno nelle sue due componenti di base (acqua e idrogeno) è presente in minor concentrazione. Esso si accumula nel bulbo pilifero, bloccando la sintesi del pigmento colorante, cioè la melanina.

L’ossidazione provocata dal perossido di idrogeno non interferisce solo con la produzione di melanina, ma blocca anche altri enzimi necessari per riparare le proteine danneggiate. Il risultato è una reazione a catena, fra cui la graduale perdita di pigmentazione del capello, dalla radice alla punta. I pazienti affetti da vitiligine, oltre alla reazione autoimmune, potrebbero soffrire di disturbi metabolici o endocrini dovuti a mancanza di sufficiente tirosinasi, e lo sbiancamento causato o aumentato dal perossido, che ha effetti di questo tipo sulla pelle.

La diagnosi si effettua tramite esame obiettivo e strumentale, e diagnosi differenziale. Rinvenute le tipiche chiazze, è necessario il test tramite lampada di Wood, alla cui luce le chiazze di vitiligine emettono una caratteristica fluorescenza bianca.

Test laboratoristici per le patologie in comorbilità sono invece test di funzionalità tiroidea e pancreatica, nonché la ricerca di anticorpi anti-dsDNA, anti-ANA, anti-ENA, anti-muscolo liscio, anti-tireoglobulina, anti-gliadina, anti-mucosa gastrica.

I trattamenti sono sempre protratti per lunghi periodi, e possono variare a seconda del clima e delle stagioni. Vengono utilizzati con successo trattamenti, topici e non, che vanno ripetuti nel tempo, come l'uso di immunosoppressori come tacrolimus o gli steroidi, i quali tuttavia hanno una minore incidenza ed efficacia che nelle altre malattie autoimmuni. Alternativi sono l'uso di lampade UVA-UVB (fototerapia PUVA o "UVB a banda stretta", associata a sostanze fotosensibilizzanti come gli psoraleni; efficace ma temporanea), il trapianto autologo di melanociti sani (per chiazze poco estese), ecc.

Se le chiazze sono troppo estese, si può ricorrere allo sbiancamento artificiale delle parti pigmentate, per uniformare la pelle. Molti pazienti ricorrono al trucco.

Nessuno conosce esattamente il motivo per cui questo accade, ma sappiamo che colpisce persone di entrambi i sessi e di tutte le razze: solo negli Stati Uniti da 1 a 2 milioni di persone patiscono questa condizione e più della metà è rappresentata da bambini e da ragazzi.

I dermatologi classificano i tipi di vitiligine secondo la quantità e la posizione delle macule:

Localizzata: vitiligine focale quando ci sono solo pochi punti in una sola piccola zona.
vitiligine segmentale è caratterizzata da macchie solo su un lato del corpo e di solito non altrove, presente per esempio solo su una gamba o sul viso. Questo tipo di vitiligine è relativamente rara.
Generalizzata si presenta in molti punti in tutto il corpo, che tendono ad essere simmetrici (interessano cioè il lato destro e sinistro del corpo, come un’immagine a specchio). Questa è la forma più comune.
Universale quando ad essere interessata è quasi tutta la superficie del corpo.
Anche se la vitiligine può verificarsi ovunque sul corpo, è più probabile che si manifesti in:
zone esposte al sole, come il volto o le mani,
pieghe della pelle come i gomiti, le ginocchia o l’inguine,
pelle intorno agli orifizi (le aperture del corpo) come gli occhi, le narici, l’ombelico e la zona dei genitali.
Sebbene tutte le razze siano colpite allo stesso modo, le macchie tendono ad essere più visibili su chi ha la pelle scura; a volte i pazienti con vitiligine sono affetti da altri sintomi, come l’ingrigimento prematuro dei capelli o una perdita di pigmento sulle labbra e dalla pigmentazione delle cellule in queste zone.

Un trattamenti più complesso è invece la fotochemioterapia con raggi ultravioletti di tipo A: viene inizialmente somministrato un medicinale fotosensibilizzante, in seguito la parte colpita viene esposta ai raggi diretti del sole o, più spesso, a specifiche lampade UVA per ricolorare la pelle. Questo tipo di trattamento è tuttavia associato ad effetti collaterali anche gravi.

La più diffusa cura per la vitiligine è la fototerapia con l’uso dei raggi ultravioletti di tipo B: gli UVB hanno un’azione stimolante sui melanociti e sono in grado di ridurre la risposta immunitaria locale. Per ridurre i potenziali effetti collaterali di questo trattamento sono state messe a punto apparecchiature che agiscono solo sulle zone cutanee interessate.

E’ attualmente allo studio un nuovo tipo di terapia per la vitiligine che si basa sul trapianto di melanociti, coltivati in vitro a partire da un piccolo prelievo cutaneo di pelle sana.

Michael Jackson ci provava con una crema chiamata Porcelana, raccontano le cronache. La pop star americana soffriva di vitiligine (confermata dall’autopsia dopo la sua morte, avvenuta nel 2009) e voleva «sbiancarsi» per coprire la malattia (che provoca la comparsa di macchie «ipopigmentate» cioè bianche, particolarmente visibili in chi ha la pelle scura). Adesso alcuni ricercatori americani della Yale University di New Haven (Connecticut) hanno dimostrato che un farmaco, usato per curare l’artrite reumatoide (una malattia delle articolazioni), può fare il contrario: non sbiancare, ma aiutare le macchie bianche a ritrovare il colore naturale. Il farmaco si chiama tofacitinib e la ricerca è pubblicata su Jama Dermatology.

La vitiligine è una patologia rara, non è contagiosa, ma è psicologicamente devastante: mina l’immagine della persona. Finora si può controllare con creme a base di cortisone o con terapie che sfruttano la luce, ma con risultati non sempre soddisfacenti. Ecco perché i ricercatori stanno cercando nuove soluzioni. L’anno scorso Brett King, un dermatologo della Yale University ha dimostrato che il tofacitinib (una molecola che inibisce certi enzimi chiamati Jak - approvato dall’Fda, l’ente americano per il controllo sui farmaci, nell’artrite reumatoide appunto) può funzionare nell’alopecia areata: una malattia che provoca la perdita di capelli in zone circoscritte del cuoio capelluto.

Artrite reumatoide e alopecia hanno un’origine (per la verità ancora non chiara) che si rifà a una predisposizione genetica e all’autoimmunità (questo significa che in certi casi il sistema immunitario dell’organismo produce anticorpi che, invece di difenderlo contro aggressioni esterne, aggrediscono l’organismo stesso). Lo stesso vale per la vitiligine. Allora, si sono chiesti i ricercatori di Yale, perché non provare questo farmaco anche nella vitiligine che ha la stessa origine? Detto, fatto. I ricercatori hanno somministrato la medicina a una paziente di 53 anni con macchie di vitiligine in tutto il corpo.

Dopo due mesi di trattamento la paziente ha mostrato una parziale “ripigmentazione” (cioè le macchie bianche si scurivano) sulla faccia, sulle braccia e sulle mani. Dopo cinque mesi queste macchie erano quasi sparite, ma ne rimanevano alcune sul resto del corpo. Il farmaco non ha provocato effetti collaterali. Il risultato è davvero interessante, ma avvertono gli autori, occorrono altri studi per stabilire la sicurezza e l’efficacia della cura. «Ma questo risultato – ha detto Brett King, uno degli autori dello studio – può davvero rivoluzionare il trattamento di questa malattia».










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venerdì 24 giugno 2016

LE MASCHERE DI BELLEZZA



Le maschere di bellezza sono cosmetici utilizzati per contrastare alcuni inestetismi cutanei localizzati principalmente sul viso o, meno spesso, in altre parti del corpo. L'applicazione regolare/settimanale di maschere per il viso conferisce alla pelle un aspetto giovanile e fresco: non a caso, queste preparazioni cosmetiche sono molto richieste nei saloni di estetica, soprattutto dalle donne che amano mostrare sempre una pelle brillante ed elastica, e sentirsi più giovani e belle.

L'efficacia del prodotto è data dalla sapiente associazione dei principi attivi funzionali incorporati nella ricetta: le maschere per il viso possono essere realizzate per idratare, rivitalizzare, tonificare, detossinare, purificare, nutrire, ammorbidire la pelle o quant'altro. Molte donne si appoggiano all'effetto simil-terapeutico di maschere viso anche per camuffare piccoli inestetismi come cicatrici lasciate dall'acne o macchie della pelle che imbruttiscono visibilmente l'immagine di una persona.

Dal punto di vista formulativo, le maschere viso sono composte "semplicemente" da un veicolo base nel quale viene incorporata una miscela di attivi funzionali. Il più delle volte, il veicolo è costituito da betonite, un materiale derivato dalla roccia vulcanica che si presta eccellentemente a tale scopo: questo composto naturale viene largamente utilizzato come base di maschere viso in quanto presenta una straordinaria affinità/compatibilità con moltissime molecole. Inoltre, assorbendo una generosa quantità di acqua, la betonite si trasforma facilmente in una massa densa e gelatinosa, tale da agevolarne l'applicazione sulla pelle.
I principi attivi dispersi nella betonite possono essere i più disparati: estratti antiossidanti, dermopurificanti, lenitivi, emollienti, idratanti, schiarenti, rivitalizzanti.

Una maschera viso ideale deve rispondere ad alcuni requisiti essenziali:
Idratare ed ammorbidire in profondità pelli secche, aride e sciupate dall'inarrestabile avanzare del tempo
Proteggere la pelle da aggressioni esterne
Donare elasticità alla pelle del viso
Purificare a fondo la cute
Incentivare il microcircolo del viso
Favorire la penetrazione delle sostanze funzionali attive incorporate nel veicolo
Ricaricare lo splendore della giovinezza del volto
Proprio come alcune creme idratanti/nutrienti di qualità, le maschere viso sono appositamente studiate per ripristinare un alterato equilibrio idrolipidico cutaneo e ristabilire il pH fisiologico, proteggendo la pelle sensibile dagli insulti atmosferici.
Quelli appena descritti sono solo alcuni degli innumerevoli effetti positivi promossi dalle maschere di bellezza. Esistono infinite tipologie di maschere viso, ognuna delle quali può essere formulata con una specifica combinazione di ingredienti cosmetici e funzionali: queste preparazioni cosmetiche vengono generalmente personalizzate, in modo da soddisfare appieno le esigenze del cliente.

Ogni maschera viso dev'essere perfettamente adattata ai differenti tipi di pelle.



Le maschere di bellezza devono essere applicate su pelli accuratamente deterse ed asciutte: ogni rimasuglio di trucco dev'esser perciò rimosso con detergente struccante specifico ed abbondante acqua, possibilmente tiepida. Prima di procedere con l'applicazione di una maschera è perciò importante porre particolare cura alla pulizia del viso.

La maschera va applicata con un pennellino a setole morbide oppure spalmata con i polpastrelli. La maschera deve aderire perfettamente alla pelle del viso, senza risultare troppo irritante o particolarmente appiccicosa. In genere, il prodotto viene applicato a partire dal mento, per coprire poi il collo e tutto il viso fuorché contorno occhi e perimetro delle labbra.
Durante il tempo di posa (variabile normalmente dai 15 ai 20 minuti) si consiglia di applicare sugli occhi un batuffolo di cotone imbibito di una lozione decongestionante a base di estratti di camomilla. In alternativa, è possibile sistemare sulle palpebre due fettine di cetriolo, dall'azione sfiammante (il rimedio è particolarmente indicato per contrastare le borse e le occhiaie sotto gli occhi).
Alcune maschere viso (molte, in realtà) si seccano pochi istanti dopo essere state applicate. Questi tipi di maschera sono molto particolari: la sensazione che si percepisce sul viso è quella di indossare una maschera di gesso. Altre maschere viso, più leggere, rimangono invece umide e non seccano completamente (es. maschere all'argilla).

Trascorso il tempo necessario, la maschera viso va delicatamente rimossa con acqua tiepida. È possibile facilitare la rimozione della massa densa-secca con una spugnetta morbida e con le mani.
Per sfruttare al massimo l'effetto benefico della maschera viso, dopo la sua rimozione si consiglia di applicare un generoso strato di crema (nutriente, antirughe, emolliente, antiage ecc.) per mantenere quanto più a lungo la pelle morbida, idratata e luminosa. A tale scopo, la crema all'acido ialuronico si rivela particolarmente adatta per le pelli mature che presentano piccole rughe superficiali. Le creme arricchite di principi attivi naturali ad azione astringente (es. creme antiacne) sono invece consigliate per le pelli impure ed acneiche.

La frequenza d'applicazione consigliata per le maschere viso varia in base al tipo di pelle, agli ingredienti funzionali presenti nella ricetta ed alle esigenze del cliente. Mentre alcune maschere viso (come quelle idratanti ed emollienti) possono essere applicate anche più volte a settimana, altre (specie quelle esfolianti) vanno utilizzate non più di una o due volte al mese. Esistono perfino maschere viso di pregio estremamente elevato, realizzate con foglie d'oro a 24 carati: queste ultime (dal costo chiaramente alto e non sempre accessibile, stimato attorno ai 300 dollari) non devono essere utilizzate più di 1-2 volte l'anno.

La preparazione di maschere per depurare la pelle è ideale per combattere l’acne presente ed evita l’insorgenza di nuovi brufoli.

Maschera all’argilla: 7 cucchiai di argilla verde, 7 cucchiai di argilla bianca, 7 gocce di Olio essenziale di lavanda, 7 gocce di olio essenziale di tea tree. Mischia accuratamente tutti gli ingredienti.

Il composto farinoso che si è formato lo puoi conservare per anche un anno, infatti per la preparazione di una maschera basta un cucchiaio del composto realizzato a cui aggiungerai una parte liquida, quanto basta per poterlo spalmare sul viso e lasciar agire per 10 minuti.

Per quanto riguarda la parte liquida puoi utilizzare diversi ingredienti: the verde, yogurt, acqua, infusi, acqua di rose, miele… questi ingredienti devi aggiungerli nel momento in cui decidi di fare la maschera visto che non sono prodotti a lunga conservazione.

Maschera al bicarbonato: mischiate del bicarbonato con un po’ di acqua fino a creare una poltiglia cremosa, quindi spalmala sul viso e lasciala agire per 5/10 minuti.

Maschera al cetriolo: frulla un cetriolo, quando sarà ben frullato aggiungi un paio di cucchiai di yogurt. Spalma sul viso e tieni in posa per 10 minuti.

Maschera al limone e uovo: monta a neve il l’albume di uovo e aggiungi due cucchiai di succo di limone. Spalma la crema sul viso e lascia agire per 10 minuti.



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mercoledì 1 giugno 2016

I COLORI DELLA PELLE



Nel corso dei millenni, ogni popolazione ha sviluppato un colore della pelle diverso, a seconda dell’area geografica in cui viveva e dell’esposizione al Sole. I raggi solari ultravioletti, infatti, possono danneggiare la pelle e i tessuti sottostanti. Siccome l’uomo non ha una pelliccia protettiva, come altri mammiferi, per difendersi dalle radiazioni ultraviolette produce un pigmento marrone scuro chiamato melanina, che protegge i tessuti da quei raggi dannosi. La melanina è presente anche nei capelli e nell’iride degli occhi ed è quasi assente negli albini: per questo la loro pelle è chiarissima.

Il colore della pelle è determinato dalla quantità e dal tipo di pigmento (melanina) nella pelle. La melanina si presenta in due forme: la pheomelanina, che corrisponde ai colori dal giallo al rosso, e la eumelanina che va dal marrone scuro al nero. Sia la quantità che il tipo sono determinati da quattro-sei geni che operano secondo il meccanismo di dominanza incompleta. Una copia di ognuno di questi geni è ereditata dal padre, e uno dalla madre. Ogni gene si presenta sotto forma di numerosi alleli, producendo una grande varietà di colori differenti della pelle.

La pelle scura protegge dai melanomi causati dalle mutazioni nelle cellule della pelle, indotte dai raggi ultravioletti. Le persone con pelle chiara hanno una probabilità dieci volte superiore di morte per melanoma, se esposte ad analoghe condizioni di esposizione solare. Inoltre, la pelle scura protegge dal rischio di distruzione della vitamina B folato da parte delle radiazioni UV-A. Il folato è necessario per la sintesi del DNA durante la duplicazione cellulare, e livelli bassi di folato durante la gravidanza sono collegati a difetti congeniti.

Mentre la pelle scura protegge la vitamina B, può anche portare a una deficienza in vitamina D. Il vantaggio della pelle più chiara sta nel bloccare meno efficacemente la luce solare, e quindi nel favorire la produzione di vitamina D3, necessaria per l'assorbimento del calcio e la crescita ossea. Questo ha portato all'introduzione di latte arricchito con vitamina D in alcuni paesi. Le tonalità più chiare della pelle femminile potrebbero dipendere dal fabbisogno maggiore di calcio durante la gravidanza e l'allattamento.

Una delle ipotesi sull'evoluzione dei differenti colori della pelle umana è attualmente la seguente: gli antenati pelosi degli umani, come accade per i moderni primati affini all'uomo, avevano pelle chiara al di sotto del pelo. Una volta che il pelo fu perso, essi scurirono progressivamente il colore della pelle come difesa dai raggi solari, prevenendo l'insorgenza di bassi livelli di folato, dato che vivevano nell'Africa assolata (il melanoma ha probabilmente un'importanza secondaria, visto che il cancro alla pelle generalmente è mortale solo dopo l'età riproduttiva e quindi non costituisce una forte spinta evoluzionistica). Quando gli esseri umani migrarono in regioni più a nord, con esposizione minore ai raggi solari, la carenza di vitamina D divenne un problema significativo e la pelle chiara tornò a fare la sua comparsa.

Gli inuit e gli yupik sono casi particolari: sebbene vivano in un ambiente estremamente poco esposto al sole, hanno conservato tonalità relativamente scure. Questo può essere spiegato dall'alimentazione a base di pesce, ricca di vitamina D. Un'altra eccezione è l'albinismo, caratterizzato dall'assenza di melanina causata da una mutazione genetica, ad eredità autosomica recessiva, e che si manifesta con pelle e capelli acromatici (essenzialmente privi di colore, ma tendenti al giallo paglierino); la pelle, in questo caso, assume un colore rosato, determinato dai capillari che la irrorano.

Il colore della pelle è stato spesso usato nel tentativo improprio di definire la razza; spesso le supposizioni sono state di natura controversa e hanno generato casi di razzismo.

Il colore della pelle umana varia dal marrone scuro al quasi incolore, che appare un rosato chiaro per via dei vasi sanguigni nella pelle. Nel tentativo di scoprire i meccanismi che hanno generato una variazione così ampia del colore, Nina Jablonski e George Chaplin scoprirono una forte correlazione tra le colorazioni della pelle umana in popolazioni indigene e la radiazione ultravioletta media dove tali indigeni abitano.

Chaplin riportò il "candore" (W) della colorazione della pelle di indigeni che erano rimasti nella stessa area geografica per gli ultimi 500 anni, confrontandolo con la quantità annua di raggi ultravioletti (AUV) per oltre 200 persone indigene; trovò che il "candore" W della pelle è legato all'esposizione dall'equazione approssimata

W = 70 - \frac{AUV}{10}
Jablonski and Chaplin (2000), p. 67,
I coefficienti della formula sono stati arrotondati alla prima cifra decimale laddove il "candore" W del colore della pelle è misurato come la percentuale di luce riflessa dalla parte interna del segmento superiore del braccio, sulla quale l'abbronzatura della pelle dovrebbe essere minima; un uomo con la pelle più chiara rifletterebbe più luce e avrebbe un valore di W più alto. A giudicare dall'approssimazione lineare fatta sui dati empirici, il teorico uomo dalla pelle "più bianca" rifletterebbe solo il 70% della luce incidente, pur appartenendo a un'ipotetica popolazione umana che vivesse in una zona con esposizione nulla ai raggi ultravioletti (AUV=0). Jablonski e Chaplin valutarono la media annuale delle radiazioni ultraviolette a cui veniva esposta la pelle, utilizzando misure fatte dai satelliti che prendevano in considerazione la variazione dello spessore dello strato d'ozono che assorbe gli UV, la variazione giornaliera di opacità della copertura nuvolosa e le variazioni giornaliere dell'angolo con cui i raggi solari contenti radiazioni UV colpivano la Terra attraversando diversi spessori dell'atmosfera terrestre, a differenti latitudini, per ognuno dei luoghi d'origine dei differenti popoli indigeni dal 1979 al 1992.

Jablonski e Chaplin proposero una spiegazione per la variazione di colore della pelle umana non abbronzata con l'esposizione annuale ai raggi ultravioletti; essa si basa sulla competizione tra due forze che agiscono sul colore della pelle umana:
la melanina, che produce i toni più scuri della pelle umana, serve come filtro per la luce a protezione degli strati interni della pelle, evitando scottature e interferenze nei processi di sintesi dei precursori del DNA umano;
l'esigenza per gli esseri umani di far penetrare almeno una piccola porzione di luce ultravioletta sottopelle per produrre vitamina D, utile per fissare il calcio nelle ossa.
Jablonski e Chaplin notarono che quando popolazioni indigene compivano migrazioni, portavano con loro un pool genico sufficiente a consentire variazioni significative del colore in periodi di circa mille anni. Così, la pelle dei loro attuali discendenti si è schiarita o scurita per adattarsi alla formula, con l'eccezione già citata dei popoli della Groenlandia, che hanno una dieta ricca in pesce, e quindi di vitamina D e hanno perciò potuto vivere in zone a bassa esposizione solare senza che il colore della pelle subisse cambiamenti.



Nel considerare il colore della pelle umana attraverso il lungo periodo dell'evoluzione umana, Jablonski e Chaplin notarono che non c'era nessuna evidenza empirica a suggerire che gli antenati dell'essere umano, sei milioni di anni fa, avessero un colore di pelle differente da quello degli attuali scimpanzé — che hanno pelle di colore chiaro e pelo scuro. Ma così come gli uomini evolvettero per perdere il loro pelo corporeo, così un'evoluzione parallela permise alle popolazioni umane di cambiare il colore della pelle di base verso il nero o il bianco in un periodo inferiore a un migliaio d'anni per compensare le esigenze di aumentare l'eumelanina per proteggersi dai raggi ultravioletti troppo intensi ridurre l'eumelanina per sintetizzare sufficiente vitamina D.
Con questa spiegazione, nel tempo in cui gli umani vissero solo in Africa, ebbero la pelle scura e vissero per lunghi periodi di tempo in zone con esposizione solare intensa. Nel momento in cui alcuni umani migrarono a nord, con l'andar del tempo svilupparono pelle bianca, sebbene mantenessero la possibilità di sviluppare pelle scura all'interno del pool genico non appena fossero migrati nuovamente in aree con insolazione intensa, come accade a sud dell'Equatore.

Molti geni sono stati indicati come spiegazioni della variazione del colore della pelle negli esseri umani, tra cui ASIP, MATP, TYR, e OCA2. È stato dimostrato che un gene di recente scoperta, SLC24A5, contribuisce in maniera significativa allo stabilire le differenze tra europei e africani, fino ad una media di 30 unità di melanina.

Variazioni significative nel colore della pelle umana sono state correlate a mutazioni di un altro gene, MC1R (Harding et al 2000:1351). Il nome "MC1R" deriva dall'inglese melanocortin 1 receptor, ovvero recettore 1 della melanocortina:

"melano" significa nero;
"melanocortina" si riferisce all'ormone stimolante, prodotto dalla ghiandola pituitaria, che ordina alle cellule di produrre melanina;
"1" specifica l'appartenenza alla prima famiglia dei geni per la melanocortina;
"recettore" indica che la proteina derivante dalla sequenza di questo gene serve come segnale di rilascio della melanina attraverso la membrana cellulare. Il segnale ormonale proveniente dalla ghiandola pituitaria, quindi, ha la proteina ottenuta con la sequenza amminoacidica di MC1R come recettore, stimolando la produzione di melanina.
Il gene MC1R è composto da un segmento di 954 nucleotidi. Analogamente a tutto il resto del DNA, ogni nucleotide può contenere una delle quattro basi azotate: adenina (A), guanina (G), timina (T), o citosina (C). 261 di questi nucleotidi possono cambiare senza effetti di rilievo sulla sequenza amminoacidica nella proteina recettore, per via della sinonimia di molte delle triplette nucleotidiche, che portano alla produzione di amminoacidi uguali seppur con combinazioni di nucleotidi lievemente differenti secondo il meccanismo della "mutazione silente". Harding analizzò le sequenze amminoacidiche nelle proteine recettore di 106 individui africani e 524 non-africani per comprendere il motivo della colorazione nera della pelle di tutti gli africani. Harding non trovò differenze tra gli africani per quanto riguardava le sequenze amminoacidiche nelle loro proteine recettore. In compenso, negli individui non-africani, c'erano 18 siti amminoacidici in cui le proteine recettore differivano, e tutte le alterazioni davano origine a pelli più chiare di quelle africane. Inoltre, le variazioni nei 261 siti "silenti" dell'MC1R erano molto simili tra africani e non-africani, quindi i tassi di mutazione erano gli stessi. Il perché non ci fossero né differenze né divergenze nelle sequenze amminoacidiche delle proteine recettore tra gli africani, mentre ce n'erano almeno 18 tra irlandesi, inglesi e svedesi era un interrogativo pressante.

Harding concluse che l'intensità solare in Africa avesse creato un vincolo evoluzionistico che riduceva fortemente la sopravvivenza di progenie con una differenza qualsiasi nei 693 siti del gene MC1R che risultasse in una singola variazione nella sequenza amminoacidica della proteina recettore - perché ogni variazione dal recettore africano avrebbe prodotto pelle notevolmente più bianca, che non offriva affatto protezione dal sole africano. Al contrario (in Svezia, per esempio), il sole era così debole che una qualsiasi mutazione non avrebbe compromesso la probabilità di sopravvivenza della progenie. Inoltre, negli individui irlandesi, inglesi e svedesi, le variazioni dovute a mutazioni tra i 693 siti genici che causavano cambiamenti nella sequenza amminoacidica erano le stesse che subivano i 261 siti genici dove "mutazioni silenti" continuavano a produrre la stessa sequenza amminoacidica. Quindi, Harding concluse che il sole intenso dell'Africa uccideva la progenie di coloro che avevano mutazioni in MC1R tali da avere pelle più chiara. Comunque, il tasso di mutazioni necessario affinché vi fosse pelle più chiara nella progenie degli africani migrati verso nord, era comparabile con quello di uomini bianchi con antenati sempre vissuti in Svezia. Da qui, Harding concluse che il "biancore" della pelle umana era un risultato diretto di mutazioni casuali nel gene MC1R non letali alle latitudini di Irlanda, Inghilterra e Svezia. Anche le mutazioni che producevano individui con capelli rossi e scarsa capacità di abbronzarsi erano non letali alle latitudini più settentrionali.

Rogers, Iltis, e Wooding (2004) esaminarono i dati di Harding sulla variazione delle sequenze nucleotidiche di MC1R per individui con differenti progenitori per determinare la più probabile progressione del colore della pelle umana negli antenati durante gli ultimi 5 milioni di anni. Confrontando le sequenze nucleotidiche di MC1R di scimpanzé e umani in varie aree della Terra, Rogers concluse che i progenitori comuni di tutti gli uomini avevano la pelle chiara sotto il pelo scuro, simile alla combinazione di colori degli scimpanzé odierni. Quindi, 5 milioni di anni fa, il pelo scuro degli antenati degli esseri umani li proteggeva dall'intenso sole africano; non c'era quindi nessun vincolo evoluzionistico che uccidesse la progenie di coloro che avessero avuto sequenze nucleotidiche di MC1R che rendessero la loro pelle bianca. Comunque, oltre 1,2 milioni di anni fa, a giudicare dal numero e dalla diffusione di mutazioni tra umani e scimpanzé nelle sequenze nucleotidiche, gli antenati umani in Africa cominciarono a perdere pelo e furono sottoposti al vincolo di cui sopra. Da allora, tutte le persone che hanno discendenti oggi, avevano esattamente la proteina recettore degli odierni africani; la loro pelle era nera, e tutti coloro che avevano tonalità più chiare venivano uccisi dall'esposizione solare. Ciò ovviamente non valse per coloro che emigrarono verso nord ed evitarono il vincolo rappresentato dall'intensità solare. Raccogliendo dati statistici sulle variazioni di DNA tra tutte le persone che hanno un campione disponibile e sono a tutt'oggi viventi, Rogers concluse che:
da 1,2 milioni di anni fa, per un milione di anni, tutti gli antenati delle persone ora viventi erano nere come gli attuali africani;
per quel periodo di un milione di anni, gli antenati degli uomini vissero nudi senza vestiario;
i discendenti di una qualsiasi persona che migra dall'Africa verso nord diventeranno progressivamente più bianchi a lungo termine poiché il vincolo evoluzionistico che coinvolge gli africani diminuirà più si va verso nord.
Quest'ultima affermazione, comunque, non tiene conto del periodo di tempo in cui questa mutazione dovrebbe avvenire. La dipendenza da questo periodo di tempo dovrà far sì che la teoria di Rogers ammetta anche che il periodo di tempo è sufficiente a definire adeguatamente la variabilità osservata, oppure a lasciare l'interpretazione arbitraria. Nessuno studio è stato ancora fatto per trovare questo tasso di mutazione.




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