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sabato 2 aprile 2016

I PANTALONI A CAVALLO BASSO



Già da diverso tempo le passerelle hanno mostrato un nuovo trend che, in breve tempo, è riuscito a conquistare il cuore delle amanti della moda più attente alle ultime tendenze. Si tratta dei pantaloni con cavallo basso, scelti non solo dalle donne che amano la comodità, ma anche dagli uomini che vogliono arricchire il loro guardaroba con qualcosa di unico.

A cavallo basso, harem, alla turca o sarouel. Il motivo di tanti nomi è dovuto al taglio del cavallo e a diverse traduzioni che però vanno ad identificare lo stesso tipo di pantaloni. In generale, i pantaloni con cavallo basso hanno appunto il cavallo medio-basso, sono ampi sulle gambe e caratterizzati da una cinta a vita alta. Possono essere lunghi o corti e sono generalmente più stretti alla caviglia o al polpaccio.

Alcuni modelli si differenziano per il cavallo che arriva a metà coscia fino a toccare terra. Si tratta in generale di un modello davvero particolare, che si differenzia da un pantalone tradizionale per la morbidezza del tessuto utilizzato e dalla intrinseca comodità. Lo stile di questi modelli deriva dai tradizionali pantaloni turchi, chiamati salvar e indossati da uomini e donne dell'Impero Ottomano.

Per chi ama i pantaloni a cavallo basso, la scelta tra i modelli è ampia e variegata ed è possibile avere un guardaroba unico, capace di adattarsi a ogni occasione: lunghi fino alla caviglia o corti al ginocchio; ampi fino all'orlo o resi a sbuffo dal progressivo restringimento della gamba; elegantissimi in tessuti dall'effetto lucido o disimpegnati grazie a tele variopinte e fantasia.

L'abbinamento ideale per il pantalone con cavallo basso è semplice e sportivo. Una canottiera bianca ben sagomata o una t-shirt colorata saranno il modo migliore per completare l'outfit. Ai piedi, sarà opportuno calzare sandali o infradito in cuoio. Se vuoi optare per un look elegante, puoi abbinarli a scarpe con il tacco, una canottiera gioiello e un blazer avvitato.



I pantaloni con il cavallo basso sono molto comodi e la tentazione di indossarli con le scarpe basse è alta; fai attenzione: il loro taglio particolare dona a chi ha gambe lunghe e slanciate, ma rischia di appensantire la figura di chi è più formosa: se è il tuo caso, cerca di evitare i modelli con stampe sgargianti e con il cavallo particolarmente basso, prediligi le tinte unite (il nero su tutti) e abbinali a scarpe con il tacco.

Ci sono giornate in cui si predilige essere comode magari perché si è fuori tutto il giorno. In questo caso il pantalone cavallo basso in tessuto tuta è quello che ci occorre, anche perché è una variante al solito leggins.

Indossare una tuta non è sinonimo di sciatto o trasandato perchè alcune sono davvero stupende e perché, anche un semplice pantalone di tuta nero, abbinato nel modo giusto, può creare un look unico.
Per la sera, i cui abbinamenti sono sempre più belli perché esigono di solito una scarpa alta, un pantalone cavallo basso nero in tessuto elegante, camicia bianca in cotone con le maniche risvoltate e bretelle nere. Abbinare il tutto ad un décolleté a punta con il tacco alto a spillo. Giacca lunga e una pochette.

Un altro look carino potrebbe essere con pantalone nero, top crop nero o bianco, giacca nera lunga dal taglio maschile e décolleté di pelle a punta.



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venerdì 1 gennaio 2016

IL PIERCING AL CAPEZZOLO



Il piercing del capezzolo è il piercing sul quale sono state costruite più leggende alle quali è stato dato spesso ampio credito, soprattutto per responsabilità di Richard Simonton, meglio conosciuto nell'ambito delle modificazioni corporee come Doug Malloy. Simonton è autore di una suggestiva "storia del piercing" (Body & Genital Piercing in Brief) che, grazie alla sua pubblicazione su ReSearch 12: Modern Primitives nel 1989, è divenuta col tempo l'unica fonte accreditata per tutte le "storie del piercing" presenti in Internet e pubblicazioni del settore. Tuttavia molte delle presunte notizie storiche presenti nel testo sono state originate dalla sua fantasia e sono state screditate soprattutto grazie alle ricerche svolte dal noto piercer Jim Ward, che ne ha appurato l'infondatezza.

Tra queste sicuramente la leggenda più celebre scaturita dalla fantasia di Simonton, riguarda il piercing al capezzolo presso i centurioni romani: secondo Doug Malloy nell'Antica Roma di epoca imperiale, presso i centurioni sarebbe stato in uso forarsi i capezzoli applicando un anello al fine di assicurarvi la tunica, come segno di virilità e coraggio. Questa affermazione non è né vera né probabile e Jim Ward stesso riferisce che Simonton la trasse vedendo alcune corazze romane sulle quali erano applicati degli anelli su cui veniva effettivamente fissata la tunica.

Raramente diffuso tra le pratiche tribali in epoche antiche, probabilmente anche a causa della difficoltà nella guarigione di questo particolare tipo di piercing, gode in tempi recenti di ampia popolarità, anche grazie alle molte celebrità che lo indossano e lo esibiscono.

Hans Peter Duerr, nel suo libro Dreamtime, racconta come nel XIV secolo, presso la corte della regina Isabella di Baviera, fosse divenuta in uso la moda femminile della "grande scollatura": le scollature degli abiti si erano abbassate tanto da scoprire l'ombelico. I seni così esposti, venivano talvolta decorati, i capezzoli venivano colorati con del rossetto, ornati con anelli tempestati di diamanti o piccoli cappucci, e talvolta forati passandovi attraverso delle catenelle d'oro.

Sembra che anche tra le signore inglesi di tarda epoca vittoriana (attorno agli anni novanta del XIX secolo) fossero divenuti di moda i cosiddetti bosom rings ("anelli da seno"). La pratica di perforazione dei capezzoli con applicazione di anelli o catenelle, avrebbe avuto lo scopo di aumentare la forma degli stessi, come rimedio contro il capezzolo introflesso, ma anche per puro scopo erotico. La pratica sarebbe stata effettuata da alcuni gioiellieri. Pare che un gioielliere di Bond Street affermasse di aver forato i capezzoli di 40 signore londinesi. Nel medesimo periodo pare la pratica fosse diffusa anche a Parigi con il nome di anneaux de sein ("anelli da seno"). Altre fonti si spingono ad affermare che tra le signore vittoriane, ad avere i capezzoli forati, ci fosse anche Lady Randolph Churchill, la madre del primo ministro britannico Winston Churchill.

Alcuni documenti di fine Ottocento attesterebbero le pratiche sopra descritte, tuttavia l'autenticità e la credibilità di tali fonti sono discusse. Tanto Hans Peter Duerr nel suo Dreamtime, quanto Stephen Kern in Anatomy and Destiny, si basano su informazioni provenienti da pubblicazioni di Eduard Fuchs, sulle quali sono stati mossi dubbi di autorevolezza e affidabilità.

Maggiormente dubbie sembrano essere poi le affermazioni apparse in un articolo tratto da un giornale medico e che attesterebbero l'uso della perforazione del capezzolo femminile anche nella Francia del Seicento, presso la corte del re Luigi XIV di Francia, così come accaduto tre secoli prima alla corte della regina Isabella di Baviera, sarebbe infatti divenuta di moda una scollatura tanto ampia da esporre i capezzoli. La moda, una volta attraversata la Manica, avrebbe trovato emuli tra le nobili inglesi che si sarebbero spinte anche a forare i capezzoli inserendovi degli anelli d'oro come ornamento.

La stessa fonte riferisce che il piercing al capezzolo sarebbe stato in uso anche nell'Africa sahariana, presso le donne delle tribù berbere cabile (abitanti la regione algerina della Cabilia). La pratica non solo non ha alcun riscontro documentale, ma risulta al quanto improbabile, visto il tipo di materiali di cui dispongono tali tribù che renderebbe assai difficoltosa la guarigione di un simile tipo di piercing. Tali pratiche si possono quindi considerare a livello di leggenda.

Completamente priva di alcuna fonte documentale è invece la voce che attribuirebbe la pratica di una forma di piercing al capezzolo alla regina Cleopatra. Alcune fonti affermano che la regina Cleopatra avrebbe avuto il capezzolo sinistro introflesso e che per guarire da questa malformazione sarebbe ricorsa ad una forma di piercing, forando il capezzolo e inserendovi uno o più sassolini. Ugualmente priva di alcun supporto documentale è la leggenda che afferma che la pratica sarebbe stata in uso presso le donne della Roma antica al fine di ingrandire e abbellire il seno.

Da diverse fotografie di donne tatuate provenienti dalla Kobel Collection, si evince come invece la pratica fosse in uso durante la prima metà del XX secolo, prima dell'avvento del moderno piercing. Ethel Granger, riconosciuta nel Guinness dei primati come la donna con la vita più stretta, dato l'utilizzo di corsetti al fine di ridurre il giro vita, durante gli anni venti e trenta, con l'aiuto del marito medico, aveva forato lobi, narici, setto e capezzoli, e successivamente aveva allargato i fori con l'inserimento di anelli di maggiore spessore. Charlotte Hoyer, una mangiatrice di spade tedesca degli anni quaranta/cinquanta, aveva svariati piercing, oltre alla lingua, aveva forati entrambi i capezzoli, le piccole e grandi labbra della vulva. Kathy, una celebre spogliarellista inglese degli anni sessanta, aveva entrambi i capezzoli forati ornati con vistosi pendenti.

Al di là della leggenda screditata, che affermava essere in uso il piercing ai capezzoli tra i centurioni romani al seguito di Cesare, la letteratura relativa a tale pratica negli uomini è molto più povera rispetto a quella che riguarda la pratica di tale piercing tra le donne.

Dati certi a tal proposito si hanno sugli uomini Karankawa, una popolazione di nativi americani estinta che abitava il golfo del Nuovo Messico, che usavano dipingersi il corpo, tatuarsi e perforare il labbro inferiore e i capezzoli con piccoli pezzi di canna.

La pratica è inoltre attestata tra i marinai del XX secolo come rito di passaggio al passare di una determinata linea (dell'equatore, dei tropici o la linea internazionale del cambio di data) e varie immagini di marinai tatuati lo confermerebbero. Era inoltre praticata dagli artisti delle fiere, i cosiddetti sideshow, fachiri e uomini tatuati. Tra di essi probabilmente il più celebre artista è Rasmus Nielsen, il cui spettacolo consisteva nel sollevare una incudine appesa ai suoi piercing ai capezzoli.

Tra gli anni sessanta e settanta, la pratica del piercing al capezzolo comincia a diffondersi tra le sottoculture BDSM e gay leather, grazie soprattutto al lavoro svolto da Doug Malloy (Richard Simonton), Mr. Sebastian (Alan Oversby), Fakir Musafar (Roland Loomis) e Jim Ward. Si deve a loro l'impegno nella diffusione della pratica del piercing, alla realizzazione della gioielleria per piercing, alla definizione di metodi e tempi di guarigione per ogni singolo piercing. Tra gli anni ottanta e novanta del XX secolo, il piercing al capezzolo si diffonde anche nelle sottoculture punk, goth e industrial. Tra i musicisti che in quegli anni indossano questo tipo di piercing troviamo Genesis P-Orridge e l'allora moglie Paula P-Orridge (Alaura O'Dell).

La popolarità in ambito underground di questa e di altre pratiche di modificazione corporea, si deve anche e soprattutto alla pubblicazione del libro ReSearch 12: Modern Primitives nel 1989. Nel volume sono presenti numerose interviste, immagini e descrizioni delle pratiche e delle procedure, e tali pratiche vengono così per la prima volta portate all'attenzione di un pubblico più vasto. Ma sarà soprattutto negli anni novanta, che la pratica prenderà a diffondersi anche in ambito mainstream, grazie a celebrità, soprattutto in ambito musicale, che lo indossano ed espongono pubblicamente o che confessano di portarlo.

In ambito pornografico il piercing al capezzolo e ai genitali, diviene un vero e proprio genere, e la pratica del piercing temporaneo (play piercing) parte dei giochi sadomasochisti. Il piercing al capezzolo, unitamente a quello del cappuccio della clitoride, diviene popolare anche tra svariate pornostar.

Anche in ambito cinematografico il piercing al capezzolo inizia a comparire in numerosi lungometraggi mainstream durante gli anni novanta. Tra questi il film Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs) del 1991, in cui il serial killer indossa un piercing al capezzolo; Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino, in cui Jody (Rosanna Arquette), disquisisce a lungo della pratica del piercing e dei suoi pregi, dichiarando di avere svariati body piercing in 18 parti del corpo compreso uno nel capezzolo sinistro; il film indipendente Go Fish del 1994, dove le attrici Migdalia Melendez e Anastasia Sharp che esibiscono piercing ai capezzoli; il lungometraggio Butterfly kiss - Il bacio della farfalla del 1995, in cui la protagonista Eunice (Amanda Plummer) indossa piercing ad entrambi i capezzoli uniti da varie catene.

Negli ultimi anni la pratica, assieme ad altre forme di piercing, al tatuaggio e alla depilazione, si è definitivamente affermata come diffusa pratica di modificazione corporea mainstream. Molte sono attualmente le celebrità che esibiscono spesso piercing ai capezzoli in tutti i campi, dalla musica allo sport. Il piercing al capezzolo è stato inoltre oggetto di attenzione da parte della stampa scandalistica, perché esposto in taluni contesti popolari da parte di personaggi celebri. Il piercing al capezzolo di Janet Jackson, ad esempio ha avuto una considerevole attenzione da parte dei media durante il Super Bowl XXXVIII, quando la cantante statunitense ha scoperto il seno rivelando un nipple shield applicato ad un piercing. L'incidente è stato umoristicamente chiamato Nipplegate.


Le motivazioni che spingono a questa pratica sono principalmente di carattere erotico, più raramente estetico e di moda. Viene riportato che l'eccitazione sessuale creata dalla stimolazione dei capezzoli e dell'areola, viene aumentata dal piercing al capezzolo. Molte donne hanno notato un aumento di sensibilità ed eccitazione sessuale in seguito alla perforazione dei loro capezzoli. Come risultato dell'ondata di informazione sull'accrescimento dell'aspetto sessuale nel piercing al capezzolo, è stato riscontrato un aumento da parte di entrambi i sessi nella richiesta di questa procedura.
Il fascino di questo tipo di piercing, detto genericamente nipple, sta nel fatto che si trova in un posto nascosto, da far vedere solamente “in occasioni speciali” e ovviamente non a tutti, ma solo a chi desideriamo noi.

È un procedimento molto diffuso, piuttosto facile da eseguire se, effettuato unicamente da personale specializzato e qualificato. In genere il foro viene eseguito orizzontalmente e  sempre unicamente con l’ago (la pistola come sempre nei piercing va esclusivamente e tassativamente bandita).


Procedura di un piercing al capezzolo: 1) il tessuto viene stretto dalle pinze; 2) l'ago ipodermico viene infilato; 3) il gioiello (barbell) viene inserito
Il piercing al capezzolo viene eseguito forando il capezzolo da parte a parte alla base, attraverso un ago, e inserendo in seguito un gioiello apposito, che può essere una barretta (barbell) o un anello (captive bead ring). Il foro può venire praticato orizzontalmente, verticalmente o diagonalmente.


Sul capezzolo è talvolta praticato il percing multiplo (multiple piercing), nel qual caso il più comune è quello detto "a croce", combinando un piercing orizzontale con un piercing verticale o due piercing diagonali (a "X" o croce di Sant'Andrea), nei quali vengono inserite due barrette (barbell). In altri casi viene eseguito un secondo piercing parallelamente al primo, dietro di questo, e viene inserito un secondo gioiello. Molto più raramente possono essere presenti fino anche a quattro fori uno dietro l'altro, combinando un doppio piercing a croce con uno a "X".

Talvolta viene anche praticato stretching del foro, allargandolo attraverso l'inserimento di gioielli di dimensione via via maggiore o attraverso una spirale di spessore variabile, che porta ad un graduale allargamento nel foro. In seguito un foro così allargato permette l'inserimento di un plug, di anelli o barrette di grosso spessore o in taluni casi anche di molteplici anelli.

In entrambi i casi per l'esecuzioni di tali pratiche è indispensabile attendere la completa e definitiva guarigione del piercing.
Può essere comunque effettuato anche verticalmente o in orizzontale. Il gioiello applicato può essere una barra con due sfere, oppure un anello, a seconda dei gusti e delle scelte personali. Il dolore è sopportabile, è abbastanza veloce da fare e se curato nel modo giusto non ci dovrebbero essere problemi successivi.

La guarigione è in genere più veloce per gli uomini, dai 2 ai 4 mesi, mentre può durare di più dai 4 ai 6 mesi per le donne. Le regole per la guarigione sono sempre le stesse: attenzione e pulizia. Evitare in ogni modo di giocare con il gioiello, anche se qualche volta ne avremo la tentazione e cerchiamo di disinfettare qualche volta la ferita. Anche l’abbigliamento è importante ed occorre evitare abiti troppo stretti: per le donne meglio evitare reggiseni e magliette troppo attillati, mentre per gli uomini cerchiamo per un po’ di lasciar perdere le magliette super aderenti che scolpiscono i nostri muscoli.

Ovviamente per evitare problemi la scelta del gioiello per il piercing capezzolo è fondamentale. Evitiamo di risparmiare, perché pochi euro per comprare un gioiello scadente possono provocarci seri problemi successivamente. Usiamo sempre materiale anallergico, come titanio, mentre soprattutto per le donne molto indicato è l’oro, che sicuramente non provoca allergie ed è per questo molto gettonato ed elegante.



I problemi possono sorgere nel caso il piercing venga fatto troppo superficialmente e quindi vi possa essere pericolo di rigetto, oppure possono sorgere delle infezioni simili del tutto ad ogni altro tipo di piercing. Quando sentiamo che possono insorger infezioni, rechiamoci senza indugio dal nostro medico che saprà come consigliarci per guarire il prima possibile senza evitare problematiche successive.

Una ricerca dell’Università del Western Australia, ha voluto sottolineare l’importanza di non trascurare l’indagine sui potenziali effetti che il piercing al capezzolo potrebbe causare, poiché non si può affermare con certezza che la sua realizzazione non influisca sul naturale processo di allattamento del bambino.
Le complicazioni legate alla presenza di piercing (lesioni e irritazioni) su uno o entrambi i capezzoli, possono provocare problemi di attaccamento del piccolo al seno materno e ostruzione di uno o più dotti lattiferi, con conseguente rischio di lattazione impari. Dallo studio australiano si evince che esiste la concreta possibilità, per quelle mamme che hanno o mantengono il piercing al capezzolo, di compromettere la corretta produzione di latte da entrambi i seni, ma ovviamente, non è detto che ciò accada; infatti sono numerosi i casi di mamme esenti da complicazioni, anzi pare addirittura che qualche ginecologo abbia consigliato il piercing, in particolare alle donne con i capezzoli introflessi: si tratta di una condizione solitamente congenita, che interessa circa il 2% delle donne e può interferire con la regolare fase di allattamento al seno. Il piercing aiuterebbe il capezzolo ad estroflettersi naturalmente, eliminando così il problema.
Al di là di qualsiasi retorica meramente limitante a questioni di gusto estetico, la procedura migliore da seguire, in questi casi, è la seguente:
mantenere alta la guardia;
non sottovalutare i potenziali rischi e le infezioni imputate alla presenza dell’anellino metallico in una zona così delicata e preziosa come quella del seno;
consultare un professionista del settore (nel caso non vogliate proprio rinunciarvi);
chiedere consiglio al medico, al vostro ginecologo o alla vostra ginecologa di fiducia e se non vi sembra un sacrificio impossibile, magari rimuoverlo temporaneamente, almeno fino a quando non terminate di allattare il vostro amato pargolo.





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domenica 4 ottobre 2015

I PIERCING FACCIALI



Ogni zona del corpo comprende svariate tipologie di piercing, ognuna delle quali viene classificata con un preciso termine. Poiché la rinascita del piercing ha avuto luogo partendo dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, la terminologia utilizzata per definire i singoli piercing è quasi esclusivamente in inglese, tranne quei casi dove i nomi dei piercing hanno origini esotiche, essendo tali pratiche già in uso presso popolazioni tribali.

Il piercing del naso è una tipologia di piercing praticata sul naso e si suddivide fondamentalmente in tre sottotipi a seconda della posizione del piercing stesso: narice, setto e brigde.

La foratura del naso è una pratica molto antica, in uso fin dalle antiche civiltà tribali. Tale pratica è ad esempio in uso presso gli indios Yanomami del Sudamerica: tale popolazione, oltre all'uso della perforazione del labbro inferiore, ha in uso anche la perforazione della cartilagine del setto nasale, facendovi passare un lungo bastoncino.

La foratura del setto nasale è in uso anche presso le donne Fulani, popolazione nomade dell'Africa Occidentale.

La pratica è tipica anche delle donne dell'India fin dall'antichità. Presso la popolazione indiana sono in uso sia la perforazione della narice, sia quella del setto, inserendo nel foro gioielli delle più svariate fogge, da semplici perni ad anelli ampi ed elaborati, finanche a grossi plug in seguito alla dilatazione del foro.

La narice viene forata applicando un anello o una barretta.
Piercing è il piercing che viene praticato forando il setto alla base del naso. Può venir applicato un anello o una barretta. Questo tipo di piercing è inoltre sovente soggetto alla pratica dello stretching.
Bridge è il piercing che viene applicato sulla superficie della pelle, tra i due occhi, sopra il setto nasale.
Il piercing della narice (nostril piercing, in inglese) è una delle tipologie di piercing del naso più comunemente diffuse in tutto il mondo fin dai tempi antichi.

Per questo tipo di piercing vengono impiegati prevalentemente due tipi di gioielleria: l'anello (nose ring, in inglese), che può presentarsi nelle più svariate fogge e nei più diversi materiali, a seconda del contesto culturale, così come il perno (stud, in inglese).

Nel caso di dilatazione del foro, praticata tanto in determinate culture tribali quanto presso odierne sottoculture metropolitane occidentali, vengono inseriti dei "tappi" (plug).

Il disco labiale (detto anche piatto labiale o più raramente tappo labiale) è una pratica di modifica decorativa del corpo usata tradizionalmente da alcuni popoli africani e americani.

In Africa la tradizione del disco labiale si trova nella cultura di numerosi popoli; le dimensioni del disco sono spesso associate all'importanza sociale di chi lo indossa. I Sara (Ciad) lo applicano a entrambe le labbra; i Makonde (Tanzania e Mozambico) solo a quello superiore. Presso i popoli del basso corso del fiume Omo in Etiopia, ovvero i Surma e i Mursi, il disco labiale è proprio solo delle donne, e viene applicato per simboleggiare la maturità sessuale, a 15 o 16 anni, 6 o 12 mesi prima del matrimonio. Alcuni popoli, per esempio i Nuba (Sudan) hanno una tradizione analoga in cui nel labbro viene inserito un oggetto di forma non circolare.



In Sudamerica la pratica era invalsa presso le popolazioni Moche, nel qual caso assume il nome di Tembetá. La foratura, seguita dalla dilatazione del foro, prevedeva in fine la collocazione di una sorta di "tappo" (plug, in inglese).
La procedura prevede la foratura del labbro, che viene successivamente dilatato con l'inserimento di un disco, generalmente di legno o di argilla, successivamente sostituito con dischi di dimensioni maggiori, man mano che le labbra si adattano alla sua forma.

A seconda delle tradizioni, questa tecnica può essere applicata al labbro superiore o a quello inferiore o a entrambi. Spesso, l'uso del disco labiale comporta la rimozione dei denti anteriori.

Il piercing alla guancia, si tratta di un foro all’apparenza facile e lineare, ma che nasconde una modificazione corporale di quelle importanti, e che necessita, un po’ come tutti quelli che vanno ad essere posizionarsi sul volto, di qualche precauzione aggiuntiva.

Si tratta di un foro che si fa, principalmente, al centro della guancia, dove si trovano grosso modo le fossette (per chi le ha). La posizione scelta non è casuale. Chi si fa questo piercing tende infatti a voler riprodurre proprio l’effetto fossetta, che rimarrà anche nel caso in cui si decidesse di rimuovere successivamente il gioiello.

Questo per quanto riguarda la parte esterna. All’interno invece si troverà l’altra estremità del foro, in genere alla stessa altezza, anche se a volte si predilige un foro diagonale, per evitare di creare problemi alla masticazione.

Nel caso in cui non ci si rivolgesse ad un professionista con ottime conoscenze di anatomia, il rischio è quello di andare a ledere un nervo, causando problemi di mimica facciale, tic e difficoltà di altro genere. In genere, nel caso in cui uno dei nervi venga toccato, è sufficiente rimuovere il gioiello e attendere la rimarginazione. Nei casi peggiori invece è necessario sottoporsi a qualche seduta di rieducazione e riabilitazione al movimento facciale.

Chi sceglie una staffa troppo lunga per il piercing alla guancia, rischia di rimetterci i denti, e non in senso metaforico. I nostri denti infatti tendono a rompersi nel caso in cui andassero a masticare qualcosa di più resistente di loro: è questo il caso dei gioielli di qualità, che sono in genere composti o di acciaio chirurgico o di titanio, entrambi materiali in grado di causare danni ingenti ai nostri denti.

La guarigione, soprattutto in un’area che tende a rimanere sempre umida almeno sul lato interno, è problematica, e necessita di tutta la vostra attenzione.

La bocca si può ‘abbellire’ con differenti tipologie di piercing che possono essere praticati su ciascuna guancia, forando dall’esterno verso l’interno, sulle labbra o sulla lingua.

I molti tipi di piercing esistenti, in genere sono conosciuti con dei nomi anglosassoni, perchè è proprio nel Regno Unito e in Usa che è nata la moda e si è sviluppata questa pratica.

Alcuni dei fori tradizionalmente eseguiti dalle popolazioni tribali mantengono invece il loro nome originario.

Al labbro superiore possiamo quindi applicare due piercing, uno per lato, per ottenere un Angel Bite (morso d’angelo).

Il Labret è un piercing abbastanza comune, è quello che si trova sotto il labbro inferiore, a destra o sinistra. Se il foro segue una direzione verticale avremo il Vertical Labret.

Quello centrale si chiama Central Labret. Monroe (o Madonna) è il piercing fatto a destra o a sinistra del labbro superiore.

Medusa è il nome del piercing fatto nell’incavatura centrale del labbro superiore. Il Vertical Medusa, anche conosciuto come Jestrum si trova direttamente sotto il setto nasale.

Due labret messi uno accanto all’altro creeranno lo Spider Bite (morso di ragno), se il doppio piercing è su ogni lato invece si avrà lo Snake Bite (morso di serpente). Se i fori sono molto vicini si ha il Dolphin Bite (morso di delfino).
Il labret è un tipo di piercing straordinariamente comune, e probabilmente se non l’avete voi, conoscete qualcuno che lo indossa. Alcuni decidono di allargare questo foro, come si fa in genere sul lobo delle orecchie, inserendo nel piercing un dilatatore di plastica trasparente.

In questo modo si apre una vera e propria finestra nella bocca e nelle gengive delle persone, e la sensazione che si ha guardando il viso di questi soggetti è piuttosto strana. Vedendo quanto altera la forma del labbro inferiore, c’è comunque da chiedersi se sia difficile mangiare con un oggetto – almeno all’apparenza – così invasivo.
Frowny o Anti-Smiley è il piercing fatto al frenulo della lingua inferiore.

Lower Fraenum, anche conosciuto come Smiley: è il piercing fatto al frenulo superiore, tra labbro e gengiva.

Tongue è il piercing fatto sulla lingua e può essere di diversi tipi. Venom Bite è il piercing fatto a destra e a sinistra della lingua.

Più piercing generano combinazioni personalizzabili. Shark Bite è simile allo spider bite ma è fatto anche nella parte opposta. Il Cyber Bite è un insieme di piercing formato da un medusa e un central labret. Dahlia Bite è formato da due piercing posti agli angoli della bocca. Canine Bite è un insieme di piercing formato da Angel bite e Snake bite.


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