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mercoledì 1 giugno 2016

I COLORI DELLA PELLE



Nel corso dei millenni, ogni popolazione ha sviluppato un colore della pelle diverso, a seconda dell’area geografica in cui viveva e dell’esposizione al Sole. I raggi solari ultravioletti, infatti, possono danneggiare la pelle e i tessuti sottostanti. Siccome l’uomo non ha una pelliccia protettiva, come altri mammiferi, per difendersi dalle radiazioni ultraviolette produce un pigmento marrone scuro chiamato melanina, che protegge i tessuti da quei raggi dannosi. La melanina è presente anche nei capelli e nell’iride degli occhi ed è quasi assente negli albini: per questo la loro pelle è chiarissima.

Il colore della pelle è determinato dalla quantità e dal tipo di pigmento (melanina) nella pelle. La melanina si presenta in due forme: la pheomelanina, che corrisponde ai colori dal giallo al rosso, e la eumelanina che va dal marrone scuro al nero. Sia la quantità che il tipo sono determinati da quattro-sei geni che operano secondo il meccanismo di dominanza incompleta. Una copia di ognuno di questi geni è ereditata dal padre, e uno dalla madre. Ogni gene si presenta sotto forma di numerosi alleli, producendo una grande varietà di colori differenti della pelle.

La pelle scura protegge dai melanomi causati dalle mutazioni nelle cellule della pelle, indotte dai raggi ultravioletti. Le persone con pelle chiara hanno una probabilità dieci volte superiore di morte per melanoma, se esposte ad analoghe condizioni di esposizione solare. Inoltre, la pelle scura protegge dal rischio di distruzione della vitamina B folato da parte delle radiazioni UV-A. Il folato è necessario per la sintesi del DNA durante la duplicazione cellulare, e livelli bassi di folato durante la gravidanza sono collegati a difetti congeniti.

Mentre la pelle scura protegge la vitamina B, può anche portare a una deficienza in vitamina D. Il vantaggio della pelle più chiara sta nel bloccare meno efficacemente la luce solare, e quindi nel favorire la produzione di vitamina D3, necessaria per l'assorbimento del calcio e la crescita ossea. Questo ha portato all'introduzione di latte arricchito con vitamina D in alcuni paesi. Le tonalità più chiare della pelle femminile potrebbero dipendere dal fabbisogno maggiore di calcio durante la gravidanza e l'allattamento.

Una delle ipotesi sull'evoluzione dei differenti colori della pelle umana è attualmente la seguente: gli antenati pelosi degli umani, come accade per i moderni primati affini all'uomo, avevano pelle chiara al di sotto del pelo. Una volta che il pelo fu perso, essi scurirono progressivamente il colore della pelle come difesa dai raggi solari, prevenendo l'insorgenza di bassi livelli di folato, dato che vivevano nell'Africa assolata (il melanoma ha probabilmente un'importanza secondaria, visto che il cancro alla pelle generalmente è mortale solo dopo l'età riproduttiva e quindi non costituisce una forte spinta evoluzionistica). Quando gli esseri umani migrarono in regioni più a nord, con esposizione minore ai raggi solari, la carenza di vitamina D divenne un problema significativo e la pelle chiara tornò a fare la sua comparsa.

Gli inuit e gli yupik sono casi particolari: sebbene vivano in un ambiente estremamente poco esposto al sole, hanno conservato tonalità relativamente scure. Questo può essere spiegato dall'alimentazione a base di pesce, ricca di vitamina D. Un'altra eccezione è l'albinismo, caratterizzato dall'assenza di melanina causata da una mutazione genetica, ad eredità autosomica recessiva, e che si manifesta con pelle e capelli acromatici (essenzialmente privi di colore, ma tendenti al giallo paglierino); la pelle, in questo caso, assume un colore rosato, determinato dai capillari che la irrorano.

Il colore della pelle è stato spesso usato nel tentativo improprio di definire la razza; spesso le supposizioni sono state di natura controversa e hanno generato casi di razzismo.

Il colore della pelle umana varia dal marrone scuro al quasi incolore, che appare un rosato chiaro per via dei vasi sanguigni nella pelle. Nel tentativo di scoprire i meccanismi che hanno generato una variazione così ampia del colore, Nina Jablonski e George Chaplin scoprirono una forte correlazione tra le colorazioni della pelle umana in popolazioni indigene e la radiazione ultravioletta media dove tali indigeni abitano.

Chaplin riportò il "candore" (W) della colorazione della pelle di indigeni che erano rimasti nella stessa area geografica per gli ultimi 500 anni, confrontandolo con la quantità annua di raggi ultravioletti (AUV) per oltre 200 persone indigene; trovò che il "candore" W della pelle è legato all'esposizione dall'equazione approssimata

W = 70 - \frac{AUV}{10}
Jablonski and Chaplin (2000), p. 67,
I coefficienti della formula sono stati arrotondati alla prima cifra decimale laddove il "candore" W del colore della pelle è misurato come la percentuale di luce riflessa dalla parte interna del segmento superiore del braccio, sulla quale l'abbronzatura della pelle dovrebbe essere minima; un uomo con la pelle più chiara rifletterebbe più luce e avrebbe un valore di W più alto. A giudicare dall'approssimazione lineare fatta sui dati empirici, il teorico uomo dalla pelle "più bianca" rifletterebbe solo il 70% della luce incidente, pur appartenendo a un'ipotetica popolazione umana che vivesse in una zona con esposizione nulla ai raggi ultravioletti (AUV=0). Jablonski e Chaplin valutarono la media annuale delle radiazioni ultraviolette a cui veniva esposta la pelle, utilizzando misure fatte dai satelliti che prendevano in considerazione la variazione dello spessore dello strato d'ozono che assorbe gli UV, la variazione giornaliera di opacità della copertura nuvolosa e le variazioni giornaliere dell'angolo con cui i raggi solari contenti radiazioni UV colpivano la Terra attraversando diversi spessori dell'atmosfera terrestre, a differenti latitudini, per ognuno dei luoghi d'origine dei differenti popoli indigeni dal 1979 al 1992.

Jablonski e Chaplin proposero una spiegazione per la variazione di colore della pelle umana non abbronzata con l'esposizione annuale ai raggi ultravioletti; essa si basa sulla competizione tra due forze che agiscono sul colore della pelle umana:
la melanina, che produce i toni più scuri della pelle umana, serve come filtro per la luce a protezione degli strati interni della pelle, evitando scottature e interferenze nei processi di sintesi dei precursori del DNA umano;
l'esigenza per gli esseri umani di far penetrare almeno una piccola porzione di luce ultravioletta sottopelle per produrre vitamina D, utile per fissare il calcio nelle ossa.
Jablonski e Chaplin notarono che quando popolazioni indigene compivano migrazioni, portavano con loro un pool genico sufficiente a consentire variazioni significative del colore in periodi di circa mille anni. Così, la pelle dei loro attuali discendenti si è schiarita o scurita per adattarsi alla formula, con l'eccezione già citata dei popoli della Groenlandia, che hanno una dieta ricca in pesce, e quindi di vitamina D e hanno perciò potuto vivere in zone a bassa esposizione solare senza che il colore della pelle subisse cambiamenti.



Nel considerare il colore della pelle umana attraverso il lungo periodo dell'evoluzione umana, Jablonski e Chaplin notarono che non c'era nessuna evidenza empirica a suggerire che gli antenati dell'essere umano, sei milioni di anni fa, avessero un colore di pelle differente da quello degli attuali scimpanzé — che hanno pelle di colore chiaro e pelo scuro. Ma così come gli uomini evolvettero per perdere il loro pelo corporeo, così un'evoluzione parallela permise alle popolazioni umane di cambiare il colore della pelle di base verso il nero o il bianco in un periodo inferiore a un migliaio d'anni per compensare le esigenze di aumentare l'eumelanina per proteggersi dai raggi ultravioletti troppo intensi ridurre l'eumelanina per sintetizzare sufficiente vitamina D.
Con questa spiegazione, nel tempo in cui gli umani vissero solo in Africa, ebbero la pelle scura e vissero per lunghi periodi di tempo in zone con esposizione solare intensa. Nel momento in cui alcuni umani migrarono a nord, con l'andar del tempo svilupparono pelle bianca, sebbene mantenessero la possibilità di sviluppare pelle scura all'interno del pool genico non appena fossero migrati nuovamente in aree con insolazione intensa, come accade a sud dell'Equatore.

Molti geni sono stati indicati come spiegazioni della variazione del colore della pelle negli esseri umani, tra cui ASIP, MATP, TYR, e OCA2. È stato dimostrato che un gene di recente scoperta, SLC24A5, contribuisce in maniera significativa allo stabilire le differenze tra europei e africani, fino ad una media di 30 unità di melanina.

Variazioni significative nel colore della pelle umana sono state correlate a mutazioni di un altro gene, MC1R (Harding et al 2000:1351). Il nome "MC1R" deriva dall'inglese melanocortin 1 receptor, ovvero recettore 1 della melanocortina:

"melano" significa nero;
"melanocortina" si riferisce all'ormone stimolante, prodotto dalla ghiandola pituitaria, che ordina alle cellule di produrre melanina;
"1" specifica l'appartenenza alla prima famiglia dei geni per la melanocortina;
"recettore" indica che la proteina derivante dalla sequenza di questo gene serve come segnale di rilascio della melanina attraverso la membrana cellulare. Il segnale ormonale proveniente dalla ghiandola pituitaria, quindi, ha la proteina ottenuta con la sequenza amminoacidica di MC1R come recettore, stimolando la produzione di melanina.
Il gene MC1R è composto da un segmento di 954 nucleotidi. Analogamente a tutto il resto del DNA, ogni nucleotide può contenere una delle quattro basi azotate: adenina (A), guanina (G), timina (T), o citosina (C). 261 di questi nucleotidi possono cambiare senza effetti di rilievo sulla sequenza amminoacidica nella proteina recettore, per via della sinonimia di molte delle triplette nucleotidiche, che portano alla produzione di amminoacidi uguali seppur con combinazioni di nucleotidi lievemente differenti secondo il meccanismo della "mutazione silente". Harding analizzò le sequenze amminoacidiche nelle proteine recettore di 106 individui africani e 524 non-africani per comprendere il motivo della colorazione nera della pelle di tutti gli africani. Harding non trovò differenze tra gli africani per quanto riguardava le sequenze amminoacidiche nelle loro proteine recettore. In compenso, negli individui non-africani, c'erano 18 siti amminoacidici in cui le proteine recettore differivano, e tutte le alterazioni davano origine a pelli più chiare di quelle africane. Inoltre, le variazioni nei 261 siti "silenti" dell'MC1R erano molto simili tra africani e non-africani, quindi i tassi di mutazione erano gli stessi. Il perché non ci fossero né differenze né divergenze nelle sequenze amminoacidiche delle proteine recettore tra gli africani, mentre ce n'erano almeno 18 tra irlandesi, inglesi e svedesi era un interrogativo pressante.

Harding concluse che l'intensità solare in Africa avesse creato un vincolo evoluzionistico che riduceva fortemente la sopravvivenza di progenie con una differenza qualsiasi nei 693 siti del gene MC1R che risultasse in una singola variazione nella sequenza amminoacidica della proteina recettore - perché ogni variazione dal recettore africano avrebbe prodotto pelle notevolmente più bianca, che non offriva affatto protezione dal sole africano. Al contrario (in Svezia, per esempio), il sole era così debole che una qualsiasi mutazione non avrebbe compromesso la probabilità di sopravvivenza della progenie. Inoltre, negli individui irlandesi, inglesi e svedesi, le variazioni dovute a mutazioni tra i 693 siti genici che causavano cambiamenti nella sequenza amminoacidica erano le stesse che subivano i 261 siti genici dove "mutazioni silenti" continuavano a produrre la stessa sequenza amminoacidica. Quindi, Harding concluse che il sole intenso dell'Africa uccideva la progenie di coloro che avevano mutazioni in MC1R tali da avere pelle più chiara. Comunque, il tasso di mutazioni necessario affinché vi fosse pelle più chiara nella progenie degli africani migrati verso nord, era comparabile con quello di uomini bianchi con antenati sempre vissuti in Svezia. Da qui, Harding concluse che il "biancore" della pelle umana era un risultato diretto di mutazioni casuali nel gene MC1R non letali alle latitudini di Irlanda, Inghilterra e Svezia. Anche le mutazioni che producevano individui con capelli rossi e scarsa capacità di abbronzarsi erano non letali alle latitudini più settentrionali.

Rogers, Iltis, e Wooding (2004) esaminarono i dati di Harding sulla variazione delle sequenze nucleotidiche di MC1R per individui con differenti progenitori per determinare la più probabile progressione del colore della pelle umana negli antenati durante gli ultimi 5 milioni di anni. Confrontando le sequenze nucleotidiche di MC1R di scimpanzé e umani in varie aree della Terra, Rogers concluse che i progenitori comuni di tutti gli uomini avevano la pelle chiara sotto il pelo scuro, simile alla combinazione di colori degli scimpanzé odierni. Quindi, 5 milioni di anni fa, il pelo scuro degli antenati degli esseri umani li proteggeva dall'intenso sole africano; non c'era quindi nessun vincolo evoluzionistico che uccidesse la progenie di coloro che avessero avuto sequenze nucleotidiche di MC1R che rendessero la loro pelle bianca. Comunque, oltre 1,2 milioni di anni fa, a giudicare dal numero e dalla diffusione di mutazioni tra umani e scimpanzé nelle sequenze nucleotidiche, gli antenati umani in Africa cominciarono a perdere pelo e furono sottoposti al vincolo di cui sopra. Da allora, tutte le persone che hanno discendenti oggi, avevano esattamente la proteina recettore degli odierni africani; la loro pelle era nera, e tutti coloro che avevano tonalità più chiare venivano uccisi dall'esposizione solare. Ciò ovviamente non valse per coloro che emigrarono verso nord ed evitarono il vincolo rappresentato dall'intensità solare. Raccogliendo dati statistici sulle variazioni di DNA tra tutte le persone che hanno un campione disponibile e sono a tutt'oggi viventi, Rogers concluse che:
da 1,2 milioni di anni fa, per un milione di anni, tutti gli antenati delle persone ora viventi erano nere come gli attuali africani;
per quel periodo di un milione di anni, gli antenati degli uomini vissero nudi senza vestiario;
i discendenti di una qualsiasi persona che migra dall'Africa verso nord diventeranno progressivamente più bianchi a lungo termine poiché il vincolo evoluzionistico che coinvolge gli africani diminuirà più si va verso nord.
Quest'ultima affermazione, comunque, non tiene conto del periodo di tempo in cui questa mutazione dovrebbe avvenire. La dipendenza da questo periodo di tempo dovrà far sì che la teoria di Rogers ammetta anche che il periodo di tempo è sufficiente a definire adeguatamente la variabilità osservata, oppure a lasciare l'interpretazione arbitraria. Nessuno studio è stato ancora fatto per trovare questo tasso di mutazione.




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martedì 26 gennaio 2016

Qual'è La RAZZA PERFETTA?



In uno studio alcuni ricercatori americani, francesi e russi hanno stabilito senza ombra di dubbio che le razze umane non esistono. Dividere l'intera specie in diversi “gruppi” caratterizzati da un differente colore della pelle, dalla struttura dei capelli o da altre caratteristiche è quindi profondamente scorretto. I biologi, studiando il patrimonio genetico proveniente da 1056 persone di 52 popolazioni diverse, hanno cercato di capire dove e come sono condivisi 377 geni.
Il risultato è stato inequivocabile: la diversità biologica all'interno di ogni popolazione è altissima, e va dal 93 al 95 per cento. Questo significa che la stragrande maggioranza dei geni umani sono già presenti in un solo gruppo di persone.
Ma anche che questi geni sono diffusi un po' ovunque sul pianeta, e esistono pochissimi tratti che sono caratteristici di un solo gruppo omogeneo di persone. Non sarebbe quindi possibile contraddistinguere questa o quella razza in base a caratteristiche somatiche o del metabolismo; queste sono ovviamente dettate dai geni, che però a loro volta non sono specifici di bianchi, neri, gialli o rossi.
Nonostante questo risultato, e studiando con particolare attenzione i pochi geni che sono caratteristici di ogni popolazione, gli studiosi hanno tentato di dividere l'umanità in gruppi, con un programma di computer che raggruppa i geni simili. Il risultato più logico è la suddivisione della specie umana in cinque grandi gruppi corrispondenti vagamente ai continenti: eurasiatici (che comprendevano europei veri e propri, mediorientali e popolazioni dell'Asia centrale e meridionale), est asiatici, africani, americani e popolazioni dell'Oceania. I ricercatori fanno notare che il numero cui è giunto il programma stesso è solo quello che meglio si attaglia, per così dire, a una logica geografica di divisione della specie.
Intanto in Brasile un gruppo di studio, con la stessa finalità, ha esaminato un gruppo più limitato di uomini provenienti dal grande paese sudamericano e di altre popolazioni; e ha scoperto che, se pure esistono alcuni tratti genetici particolari che possono distinguere un gruppo da un altro, questi geni non hanno niente a che fare con aspetti fisici come il colore dei capelli o della pelle. Con loro grande sorpresa, i genetisti hanno scoperto che uomini dichiaratamente “bianchi” avevano il 33 per cento di geni amerindi e il 28 per cento di geni africani. E che addirittura il gruppo di persone classificate come neri aveva una proporzione molto elevata di geni non africani, il 48 per cento. Lo studio, commentano i ricercatori, chiarisce che è pericoloso identificare il colore della pelle con la stirpe o la provenienza geografica.

Chiunque osservi una foto di Hitler, non può fare a meno di notare che il dittatore tedesco, celebratore del tipo ariano alto, biondo e con gli occhi azzurri, non possedeva nessuna di queste caratteristiche.
Nel 1932, quando Hitler era già diventato un personaggio di primo piano nella storia della  Germania, anche se non era ancora salito al potere, un coraggioso giornalista, Fritz Gerlich, pubblicò su un giornale di Monaco un ironico articolo, intitolato Nelle vene di Hitler scorre sangue mongolo? Gerlich era stato un acceso nazionalista e aveva conosciuto personalmente Hitler.
Ben presto, però, pur restando un conservatore, era diventato un suo acerrimo avversario e aveva cominciato ad attaccarlo aspramente sulla stampa.
Il suo articolo più feroce fu, appunto, quello in cui ipotizzò una presunta origine mongola di Hitler, per farlo infuriare.
Uno dei ciarlatani del razzismo, Hans Gunther, aveva definito la forma e le dimensioni di tutte le teste e di tutte le fattezze del “tipo nordico”. Gerlinch notò che, secondo Gunther, il naso degli ariani doveva avere il setto e la base piccola, mentre quello dei mongoli aveva base larga, ponte piatto e “ una piccola fenditura nel ponte, che spinge più avanti e più in su la punta del naso”. Fece notare che il naso di Hitler corrispondeva proprio a questa descrizione e ne dedusse, ironicamente, che Hitler apparteneva alla razza mongola.
In base ai criteri elaborati dagli stessi falsi “scienziati” cari a Hitler, Gerlich arrivò, poi, alla conclusione che Hitler era privo non solo di una fisionomia ariana, ma anche di “un’anima ariana:” “Il contrasto fra il vero ideale nordico e quello di Hitler”, scrisse, “non potrebbe essere espresso in modo più radicale. L’atteggiamento di Hitler è assolutamente non-nordico, non tedesco.
È, dal punto di vista razziale, puramente mongolico”.
Gerlich, che era anche anticomunista, paragonava Hitler a Stalin, vedendo in entrambi  lineamenti asiatici e “ un’anima asiatica”.
In questo modo Gerlich sottoponeva a una feroce satira la presunta “scienza” di quegli antropologi che pretendevano di desumere dai caratteri somatici la personalità degli individui. A completare la presa in giro, l’articolo di Gerlinch era sormontato da un fotomontaggio in cui si vedeva Hitler, in tight e cilindro, a braccetto di una sposa di pelle nera, “nel giorno felice del loro matrimonio”.

La conclusione della vicenda fu tragica. Dopo che Hitler fu nominato cancelliere, Gerlich decise di continuare ad attaccarlo sulla stampa: possedeva alcuni documenti compromettenti per i nazisti e s’illudeva che, se li avesse pubblicati, il Presidente della Repubblica avrebbe revocato il mandato di cancelliere a Hitler.
Ma il 9 Marzo 1933 un gruppo di nazisti fece irruzione nella tipografia del giornale e Gerlich fu portato nel campo di concentramento di Dachau, dove fu assassinato dalla Gestapo l’anno seguente. Non si sa quali documenti avesse intenzione di pubblicare Gerlich: si disse che riguardavano la morte di Geli Raubal, nipote di Hitler, nell’appartamento dello zio (una vicenda che rimase misteriosa) oppure rivelazioni sull’incendio del Reichstag o su finanziamenti provenienti dall’estero al partito nazista. È, comunque, certo che Gerlich fu una vittima della repressione esercitata contro la stampa.



La suddivisione della specie umana in razze diverse è a-scientifica e arbitraria, come ricorda, tra i tanti, il documento UNESCO, scritto apposta dopo la seconda guerra mondiale, che riconosce soltanto il concetto di gruppo etnico come unico segmento della specie umana in cui sia riscontrabile una vera omogeneità tra individui. Il concetto stesso di razza come suddivisione rigida dei popoli umani è quindi completamente decaduto.

Le moderne ricerche di genetica hanno mostrato che con le differenze genetiche tra i popoli non possono distinguere razze in modo definito, ma che tutti i popoli umani mostrano caratteristiche genetiche che variano in maniera continua e progressiva. Tale termine può essere unicamente inteso secondo il significato storico che assunse a partire dalla metà del XIX secolo e soprattutto nell'ideologia nazionalsocialista del XX secolo.

Il termine razza rimane valido, in zootecnica, solo per alcune specie addomesticate dall'uomo. Non è usato per gli animali selvatici. Così, come più in generale l'idea di razza, anche quella di razza ariana non ha alcun significato in termini genetici, né a maggior ragione ha senso cercare di identificare "razze" attraverso criteri linguistici.

L'idea di razza ariana è nata dalla trasposizione sul piano biologico di una delle maggiori conquiste della linguistica storica all'inizio del XIX secolo: l'identificazione della famiglia linguistica indoeuropea, alla quale appartengono numerose lingue eurasiatiche che condividono molte caratteristiche in comune nel vocabolario e nella grammatica; inoltre è stata rilevata una somiglianza notevole nella mitologia e nella religione di diversi popoli antichi di lingua indoeuropea.

Basandosi su documenti persiani e indiani si è giunti alla conclusione, a sua volta abbandonata dall'indoeuropeistica contemporanea, che i portatori di questa lingua si autodenominavano Ariani (dal sanscrito "Arya", che significa "nobile" o "puro"). La parola "arianno" compare per la prima volta nel testo sacro indoario Rigveda e nell'Avesta iranico. I termini vedici e avestici sono derivati direttamente da *arya (proto-indoiranico), apparentemente un'autodenominazione dei proto-Indoiranici. Poiché, nel XIX secolo, gli Indoiranici erano il popolo che parlava quella che all'epoca era ritenuta essere la più antica lingua indoeuropea, la parola "ariano" è stata adottata per riferirsi non solo alla gente indoiranica, ma anche a tutti gli altri popoli indoeuropei.

Nel Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane pubblicato a metà del XIX secolo da Joseph Arthur de Gobineau si trova la prima definizione di razza ariana come "razza bianca pura". Il saggista francese ha affermato la superiorità dell'aristocrazia ariana rispetto al popolo, secondo lui invece frutto della mescolanza degli Ariani con razze inferiori. L'idea che gli europei fossero i più puri è stata successivamente affermata assiduamente non solo da De Gobineau ma anche da altri scrittori: il più importante è stato il suo discepolo Houston Stewart Chamberlain, che ha scritto della razza ariana: «Colei che ha parlato le lingue indoeuropee ed è stata prescelta per essere il più nobile dei popoli».

Nel XIX secolo c'è stato un ulteriore salto dalla linguistica all'etnologia: è stato dichiarato che gli esseri umani che parlano la lingua discendente dagli indoeuropei (tra i quali gran parte degli europei) discendono anche geneticamente da questo popolo. Di conseguenza gli esseri umani "bianchi" sono stati identificati come discendenti degli Ariani. Gli ebrei, sebbene in Europa siano indistinguibili dagli altri popoli (anche per il colore chiaro della pelle e degli occhi), sono stati politicamente esclusi da questa definizione durante il nazismo, perché non ritenuti di "pura origine indogermanica".

In India, sotto l'Impero britannico, i britannici hanno usato l'idea della razza ariana conquistatrice per fondere la dominazione britannica con il sistema delle caste indiane. Si ribadiva che gli Ariani erano gente "bianca" che aveva invaso l'India nei periodi antichi, sottomettendo i Dravidi indigeni più scuri, che sono stati poi spinti verso sud. Così la fondazione dell'Induismo è stata attribuita agli invasori "bianchi" che si erano stabiliti come caste dominanti e che avevano scritto i testi Veda.

Secondo l'ideologia nazista la "razza ariana" (in tedesco arische Rasse) comprende tutti i popoli europei eccettuati i lapponi (Adolf Hitler, Mein Kampf). Al tempo stesso Hitler propone il principio della diversità tra gli ariani stessi, assegnando un primato "biologico" ai popoli nordici (intendendo non tanto i Paesi nordici come oggi comunemente intesi, quanto quelli dove si parla una lingua germanica) rispetto agli altri ariani.

Secondo il nazionalsocialismo i popoli semitici sono una presenza straniera presso le società ariane; essi sono considerati la causa della distruzione dell'ordine sociale e portatori di valori che conducono alla rovina della civilizzazione e della cultura. Secondo gli ideologi nazionalsocialisti, la razza ariana ha sviluppato una civiltà che ha dominato il mondo negli ultimi cinquemila anni. Questa civiltà è declinata in molti Paesi al di fuori dell'Europa perché le "razze inferiori" hanno mescolato il loro sangue con quello ariano; tracce della civiltà ariana sono ancora visibili nel Tibet (attraverso il buddismo), in Cina (Tocari) e in India.

Già prima della salita al potere di Hitler, Heinrich Himmler inviò Ernst Schäfer in Tibet e in Nepal, che sono visti come la culla della civiltà, dove riteneva fossero comparsi i primi Ariani. Con lui era l'antropologo Bruno Beger, che effettuò tutta una serie di misure biometriche sui nativi. La convinzione di un'unica civiltà indoeuropea millenaria portò il movimento nazionalsocialista ad adottare come simbolo ufficiale un antico simbolo indoeuropeo: la svastica.

Secondo l'ideologia nazista la storia è una lotta tra la razza ariana, creatrice di civiltà, e le altre razze, considerate inferiori sia culturalmente che biologicamente. La "visione del mondo" nazista deriva, in parte, anche da una distorsione del pensiero nietzscheano circa la contrapposizione tra l'uomo libero, forte, nobile (che "anela al superuomo") e l'uomo debole, meschino, malato nell'anima (décadent, secondo la definizione nietzscheana). Tuttavia l'idea nietzscheana di Übermensch implica una "rivoluzione umana" (l'uscita dal nichilismo mediante la costruzione di "nuove tavole di valori") che non ha nulla a che vedere con distinzioni su base razziale: per Nietzsche esistono uomini superiori, non razze superiori. L'immagine di un Nietzsche fautore dell'arianesimo e dell'antisemitismo è dovuta alla manipolazione delle opere del filosofo a opera della sorella Elisabeth, moglie di un noto agitatore antisemita e fervente ammiratrice di Hitler (nonché "icona culturale" del suo regime) negli ultimi anni di vita.

La teoria che la patria originaria ariana sia stata nelle steppe della Russia (Teoria kurganica, tutt'oggi ampiamente maggioritaria nell'indoeuropeistica) è stata rifiutata in larga misura dai circoli nazionalisti in Germania. Secondo teorie pseudoscientifiche (per esempio quella di Hans F.K. Günther) l'ariano è originario delle regioni meridionali della Scandinavia o della Germania settentrionale, o almeno le caratteristiche razziali originarie si sono mantenute particolarmente pure in tali regioni. L'ariano è stato considerato fisicamente e mentalmente superiore e sulla purezza è stata basata la razza. L'ideologia del nazionalsocialismo ha interpretato così il termine "ariano" come razza dominante puramente germanica, la cui missione era di sottomettere o estinguere tutti i presunti popoli inferiori. I nazionalsocialisti hanno così giustificato la catalogazione di semiti e di slavi come "subumani". Hanno usato ancora un termine originariamente linguistico (semiti) in senso razziale. Gli abitanti del Terzo Reich e delle zone controllate dai nazionalsocialisti dovevano fornire il cosiddetto Ariernachweise come prova della loro purezza razziale. Con l'idea di mantenere pura la razza ariana, l'eutanasia o la sterilizzazione vennero usate su individui mentalmente handicappati o altrimenti "indesiderabili".

La natura apparentemente scientifica di tali teorie, proposta in particolare da Alfred Rosenberg in Razza e storia della razza, fu molto efficace nel diffondere le teorie ariane di supremazia tra gli intellettuali tedeschi all'inizio del XX secolo, particolarmente dopo la Prima guerra mondiale e in misura eclatante con la presa del potere in Germania dei nazionalsocialisti. Nell'estrema ricerca della purezza della razza fu varato un ampio programma di eugenetica (sterilizzazione obbligatoria dei malati mentali e mentalmente carenti), di eutanasia (uccisione dei disabili, fisici e psichici, istituzionalizzata con il programma Aktion T4), di genocidio (principalmente ebrei e zingari), oltre che di persecuzione e omicidio di massa di altri gruppi identificati su basi più sociali e politiche quali gli omosessuali, i cosiddetti "antisociali", gli oppositori del regime, i testimoni di Geova e gli appartenenti ad altre sette religiose. Inferiori agli ariani sono stati considerati dai nazionalsocialisti anche i popoli slavi dell'Europa orientale, che dovevano essere trasferiti più ad est, lasciando i loro territori alla colonizzazione tedesca per assicurare lo spazio vitale (Lebensraum) alla Germania. Nel Mein Kampf Hitler disse che gli slavi dei territori ad est della Germania dovevano essere trattati come i pellerossa in America, sebbene le lingue slave rientrino nel gruppo indoeuropeo. Questa incoerenza ritornò alla luce durante la guerra: per esempio, diversi popoli slavi militarono al fianco dell'Asse (bulgari, croati, slovacchi) e durante l'operazione Barbarossa i tedeschi trovarono conveniente identificare una "morfologia" del popolo ucraino affine a quella germanica, per arruolarlo nelle SS.




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