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domenica 27 novembre 2016

L'ODORE DEL CORPO



L’odore del corpo deriva da un processo del tutto naturale che vede protagonista il sudore, un liquido composto da acqua e sostanze grasse, che riveste l’intera superficie della pelle.

Il sudore e l’odore della pelle sono elementi del tutto personali e soggettivi. Sono come un biglietto da visita personale che, a volte, ci precede ancora prima di avvicinarci a qualcuno. L’odore ha importanti ripercussioni sulla nostra vita sociale e personale, grazie all’odore si scelgono amici e la passione sessuale ne è fortemente condizionata.

L’odore è influenzato anche dalla dieta (ad esempio alcune spezie come il curry o l’aglio possono modificare l’odore personale) e dalle condizioni ambientali: quando fa caldo si suda di più ed è più facile che il sudore ristagni sulla pelle. Una doccia può ridare un profumo fresco alla pelle ma se si indossano abiti già ricoperti di sudore e batteri l’odore sgradevole si ripresenta ben presto.

La scienza ci lascia a bocca aperta quando ci rivela che esistono anche alcune disfunzioni che determinano un odore molto particolare del corpo: la trimetilaminuria è una malattia metabolica che fa letteralmente puzzare di pesce marcio la pelle dell’individuo che ne è affetto. Ciò è determinato dalla incapacità di metabolizzare una sostanza, la trimetilammina, che stagnando nell’organismo, provoca del cattivo odore dalle ghiandole principali (sotto le braccia, inguine). Decisamente sgradevole, è un disturbo patologico che crea diversi imbarazzi e che dimostra quanto l’alimentazione sia strettamente legata al nostro odore.

La cosa positiva è che ci sono certi cibi che possono farvi avere un odore migliore. Probabilmente gli uomini non lo sanno, ma consultando prodotti letterari della statura di Glamour e Cosmopolitan molte ragazze curiose degli anni Novanta hanno imparato a migliorare il sapore e l'odore dei propri fluidi corporei mangiando ananas. Non è mai stato davvero specificato quanto spesso o in quali quantità vada consumato, né come sia nata questa credenza. Ma l'articolo di Salon.com, citando il sessuologo Dr. Robert Morgan Lawrence e altri "esperti", conferma che la leggenda dell'ananas è più che una voce di corridoio; è un fatto appurato, o quanto più vicino a un fatto ci possa essere riguardo a qualcosa di così soggettivo come il sapore dei fluidi corporei. Anche il prezzemolo, per quanto possa apparire noioso e antiquato, pare che mantenga un buon odore. In più, nel 2010 The Atlantic ha pubblicato un lungo articolo su come la scrittrice Scarlett Lindeman sia rimasta stupefatta quando, in palestra, ha iniziato a puzzare di qualcosa che ricordava l'odore dei waffles, solo per scoprire più tardi che il colpevole era il fieno greco, una spezia tipica della cucina indiana e usata per imitare il sapore dello sciroppo d'acero. Anche se l'autrice ha trovato l'odore troppo forte e stucchevole, alcuni lettori hanno commentato raccontando di aver ingerito intenzionalmente del fieno greco perché gli piaceva l'idea di puzzare come la cucina di un IHOP. A volte le cose non sono così semplici come quando l'odore ricalca di preciso ciò che c'era nel vostro piatto—quell'impianto chimico che è il nostro apparato digerente continua a funzionare in modi misteriosi.



L’odore della pelle, diverso per ognuno di noi, subisce delle modificazioni nel corso della vita. Da bambini il profumo è più gradevole, da adulti possiamo assumere un odore più o meno intenso e quando superiamo la soglia dei 70 anni torniamo ad essere profumati come un bebè.

Caldo, sudore, emozioni e conseguente sensazione di sentirsi accaldati sono alcuni dei motivi per cui l’odore della nostra pelle può subire dei cambiamenti. Alcuni di noi possiedono un odore più o meno forte in base alla secrezione delle ghiandole, a loro volta stimolate degli ormoni. Un odore acre è generato dagli ormoni maschili, un sentore più dolce è associato a quelli femminili. Durante il ciclo mestruale, però, l’odore di una donna può essere più forte, proprio a causa della massiccia dose di ormoni in circolo. Così come nella fase dell’ovulazione, in cui però vengono emanati dei feromoni capaci di attirare i potenziali partner maschili, “catturati” a livello primordiale da un individuo di sesso femminile “fertile e disponibile”. Anche gli uomini possiedono dei feromoni che attirano le donne: questi stimolano l’istinto femminile che riconosce nell’individuo che li emana virilità, forza e protezione. Non è un caso se alcune case cosmetiche abbiano inserito nei profumi venduti queste sostanze: il successo della fragranza ha decretato un vertiginoso picco di vendite.

Il profumo dolce dei bambini, che sembrano sempre odorare di caramella; mentre con la pubertà gli ormoni che si scatenano generano dei sentori particolari, non sempre piacevoli all’olfatto. Quando si diventa adulti, si apprende l’uso di deodoranti e profumi adatti al proprio tipo di pelle e si assiste ad un equilibrio ormonale che non ci fa più incappare in situazioni imbarazzanti tipiche della lezione di educazione fisica a scuola.

Il Monell Chemical Senses Center di Philadelphia, famoso per le sue ricerche su odori e sapori umani, ha pubblicato su una rivista i risultati di una ricerca condotta su un campione di persone di diverse fasce d’età. A queste hanno fatto indossare, per ben cinque notti consecutive, dei tamponi all’altezza delle ascelle, atti ad assorbire letteralmente gli odori emanati nel periodo di tempo. Questi tamponi (prelevati da individui compresi tra i 20 e 30 anni, i 45 e i 55 anni e tra i 75 e i 95 anni) sono stati poi annusati da un altro campione di persone (di età non superiore a 30 anni) che hanno immediatamente riconosciuto quali fossero stati applicati ad individui più anziani. La spiegazione viene data dal particolare odore tipico delle persone un po’ in là con gli anni: contrariamente a quanto si crede, gli anziani emanano un odore molto più leggero e piacevole rispetto ad adulti o ragazzi. Questo perché gli ormoni in circolo sono, ormai, decisamente inferiori se paragonati a quelli degli anni precedenti.



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domenica 7 agosto 2016

ZONE del Corpo Dove è Meglio Non TATUARSI



Farsi tatuare un disegno in alcune zone del corpo è "pericoloso" perchè, col passare del tempo, alcune di queste zone tendono a sformarsi e rischiano di sformare anche il tattoo.

Gli uomini tendono a favorire la spalla, l'avambraccio, la parte alta della schiena ed il polpaccio, mentre le donne favoriscono il seno, il fondoschiena, la caviglia ed il basso ventre.

Ma a prescindere da tutte le idee tattoo che si possono avere, è importante fare una considerazione: ci sono zone del corpo che, più di altre - col passare del tempo o a causa di uno scorretto stile di vita - tendono a sformarsi.

Ne consegue che un tatuaggio presente in una di queste zone può danneggiarsi ed aggiungere il danno alla beffa, evidenziando una zona non più tanto bella esteticamente attraverso un disegno "usurato".

Le cosiddette zone a rischio per i tatuaggi sono quelle che possono tendenzialmente accumulare adipe oppure a sformarsi naturalmente col passare del tempo. Ad esempio l'addome (specialmente per le donne a causa della gravidanza), i fianchi, le cosce e per le donne il seno.

Scegliere dunque con molta cura la zona in cui farsi disegnare un tatuaggio, dato che la scelta, col tempo, potrebbe rivelarsi errata anche per la qualità del tattoo stesso.

L’avambraccio è sicuramente uno dei posti più comuni dove farsi tatuaggi: soprattutto prima che esplodesse la moda dei tattoo, l’avambraccio era il luogo preferito per farsi il primo tatuaggio. Tra i grandi pregi di quest’area è sicuramente lo scarso dolore, dato della scarsa sensibilità del nostro corpo in quella parte.
Un tatuaggio sull’avambraccio è facilmente copribile, e non ce l’avremmo tutti i giorni e a tutte le ore davanti agli occhi, rendendo la cosa sicuramente meno stancante. Consigliato per chi vuole un tatuaggio intramontabile, senza sacrificare però partita estremamente visibili del proprio corpo.



La parte bassa del braccio, rispetto quella alta, è sicuramente più visibile e comporta un altro tipo di sacrificio che parte innanzitutto dal dolore stesso. Questa parte infatti molto più sensibile di quella del braccio alto e sarà sicuramente un pizzico più doloroso farsi tatuaggio in questa area del corpo. Sono molto belli, soprattutto se parte di un tatuaggio a manica che parta dalla spalla e finisca proprio sul polso.

L’impegno però è di quelli importanti: ogni volta che saremo a maniche corte il nostro (bellissimo) tatuaggio sarà visibile e bisogna essere sicuri al 100% di voler un tatuaggio del genere prima di pensare di farselo.

Anche le spalle hanno il pregio di far rimanere il nostro tatuaggio lontano dai nostri occhi. Non che questo sia necessariamente un bene o un male, ma le statistiche dicono che i tatuaggi che sono sempre davanti agli occhi finiscono per stancare molto prima degli altri. Il tatuaggio sulle spalle è diventato sempre più popolare, soprattutto negli ultimi anni.
Rispetto al braccio alto è sicuramente più doloroso. In genere si scelgono scapole oppure la parte un po più laterale della spalla, a seconda del disegno scelto e della grandezza dello stesso. In ogni caso consultatevi con il vostro artista preferito per ottenere un risultato adatto e per rendervi conto, almeno a parole, del dolore che proverete.

Petto, seno, e pancia sono anch’essi molto popolari. Tatuaggi che una volta erano destinati solo agli avanzi di galera e che invece oggi sono stati sdoganati da star, calciatori, celebrità. Farseli é sicuramente impegnativo, dato che si tratta di aree del corpo che sono particolarmente elastiche, e che quindi nel giro di pochi anni potrebbero deformare il nostro tatuaggio.

Si tratta di zone piuttosto sensibili, anche se si tratta di come in ogni caso, di dolore sopportabile, o per alcuni addirittura piacevole.

Un altro tatuaggio per gente quadrata. Non è una passeggiata, soprattutto se si tratta di un tatuaggio di dimensioni importanti e che andrà a coprire praticamente dalle spalle all’osso sacro. Bello è bello, ed ha anche l’innegabile vantaggio di poter essere coperto senza troppi problemi e di non essere sempre visibile, soprattutto quando siamo vestiti.

Il dolore è di quelli più importanti, sopratutto se per farcelo dovremo affidarci a lunghe sessioni. 

Mani, collo, e polsi sono anch’essi diventati sempre più popolari, anche se è il caso di sottolineare come generalmente nella società questi siano sicuramente meno accettabili. Tatuaggi sicuramente impegnativi, che saranno visibili anche quando siamo vestiti, e che potrebbero proiettare un’immagine estroversa di noi che sicuramente non fa per tutti.

Prima di pensare di farsi tatuaggi del genere è sicuramente importante rifletterci per diverso tempo. Analizziamo come diventerà la nostra persona una volta fatto un tatuaggio del genere.

Sono tatuaggi estremamente impegnativi, che sono tra le altre cose non adatti ad alcuni tipi di professioni. Scordatevi di ottenere un lavoro in banca o in un istituto pubblico, se il vostro collo o alle vostre mani saranno coperte di tatuaggi.

Lo stigma sociale contro i tatuaggi è ancora molto diffuso, soprattutto per quelli estremamente visibili e fatti in parti inusuali del corpo. In aggiunta i tatuaggi su mani e collo sono da sempre parte prediletta dalla criminalità organizzata d’oltre oceano, e sebbene l’abito non faccia il monaco, saranno in molti a non voler avere a che fare con voi solo perché avete il collo tatuato.



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domenica 1 novembre 2015

CORPI SCOLPITI



Da sempre uomini e donne intervengono sul proprio corpo in modo tale da essere riconosciuti e accettati all’interno della propria società. Dalla chirurgia estetica si possono trarre modelli per una nuova visione del proprio fisico che diventa capitale su cui investire anche in prospettiva di una scorciatoia sociale.

Avere addominali scolpiti in poco tempo, e in generale un corpo tonico, è praticamente il sogno di tutti, uomini e donne: non si tratta di un obiettivo irraggiungibile, anzi. Esiste una precisa dieta da seguire che, unita al corretto allenamento fisico e a un po’ di impegno, consente di avere gli addominali tanto desiderati e una pancia piatta.
Non si otterrà mai un addome ben definito e curato senza rimuovere il grasso in eccesso, dunque in questo caso l’alimentazione gioca un ruolo indispensabile: si dovrebbe innanzitutto prediligere una dieta ipocalorica, a basso contenuto di grassi, che preveda un menu composto da pietanze scarse di sale e con una quantità limitata di carboidrati. Meglio bere molta acqua, almeno 2 litri al giorno, così da assicurare al corpo il corretto livello di idratazione.
In una dieta per avere gli addominali scolpiti, non possono mancare i seguenti alimenti:
frutta fresca e verdure di stagione, come ad esempio zucchine, cipolle, spinaci, funghi, broccoli, peperoni, lattuga, pomodoro e via dicendo;
carne magra, soprattutto bianca come pollo, tacchino, coniglio;
uova, anche se è meglio assumerne solo l’albume, dato che un massiccio consumo del tuorlo contribuisce ad aumentare il livello di colesterolo cattivo nel sangue;
latte di cocco, da aggiungere nei frullati e negli yogurt (magri);
noci e mandorle non tostate;
avocado, da aggiungere a insalate e panini;
piccole quantità di burro biologico;
pasta, pane e riso integrali, in piccole quantità;
pesce e crostacei;
crusca e farina d’avena;
legumi;
salse semplici per condire la pasta.
In generale si dovrebbero fare cinque pasti al giorno, 3 principali (colazione, pranzo e cena) e dunque abbondanti e 2 spuntini smorza-fame, preferibilmente a base di frutta e yogurt magro. Tra gli alimenti da evitare vi sono i prodotti da forno, quelli eccessivamente calorici, grassi e ultraconditi, snack, bevande gassate e zuccherate e alimenti raffinati.



Interessante capire cosa spinge un ragazzo a voler diventare 'enorme', fortissimo, e 'intimidatorio', oppure 'scolpito' come una statua di Michelangelo.

Anche perché spesso alla base della ricerca del muscolo più grosso possibile, o del corpo più scolpito e tonico possibile, vi sono delle motivazioni che gli specialisti considerano 'borderline' o quasi patologiche.

Il fatto di dedicare quotidianamente un tempo e soprattutto un'attenzione esasperata all'allenamento, festività comprese, ha come inevitabile conseguenza il sovvertimento delle altre priorità: si cerca di adeguare gli orari di lavoro, magari uscire prima o addirittura non andare al lavoro perché l'allenamento lo richiede, non si vedono più gli amici perché quando loro si trovano, la persona deve essere al suo allenamento che in questi casi è rigorosamente "solitario"; e il tempo libero non passato in palestra viene dedicato a letture o navigazione in internet che consentano di approfondire la "pseudoscienza" degli integratori alimentari o peggio dei farmaci che si possano assumere per migliorare la performance.

Anche la ragazza passa all'ultimo posto e guai se si lamenta, considerato che la ricerca spasmodica e patologica della forma fisica perfetta non è finalizzata ad ottenere lodi e consensi e apprezzamenti (e chi più della partner dovrebbe "goderne"), ma ad una sfida con se stessi che non ha un traguardo, ma che appunto sposta sempre più in là l'asticella…

Il quarantenne/cinquantenne che "scopre" ad una certa età ("critica" bisognerebbe dire) le meraviglie del fitness, lo fa spinto da motivazioni differenti da quelle del giovane. Tra queste motivazioni probabilmente la ricerca di qualcosa che lo faccia uscire da una certa insoddisfazione personale, relazionale, piuttosto che spinto da un bisogno di ringiovanire e recuperare le emozioni di quella età (magari un amore con una ragazza molto più giovane). E non dimentichiamo che entro certi limiti non solo l'immagine che rimanda lo specchio è fonte di gratificazione se non si vede più quell'odiosa pancetta, ma che la sensazione soggettiva di benessere che l'attività fisica comporta è realmente "cosa" di valore, soprattutto per quelli ai quali magari il medico ha già detto che stanno lavorando con troppo stress per guadagnare sempre di più e godere di un'immagine di prestigio…

Esiste un punto limite, spingersi oltre il quale comporta non un progressivo vantaggio ma una serie sempre più ampia di svantaggi, il peggiore dei quali potrebbe riguardare proprio la salute fisica, non soltanto l'equilibrio psichico, proprio nella perdita di libertà e quindi della capacità di decidere per il meglio.



L'approccio terapeutico sotto il profilo psichiatrico vede nelle psicoterapie cognitivo-comportamentali lo strumento di maggior efficacia per riportare i comportamenti relativi all'allenamento esagerato e quelli alimentari patologici, in un ambito di normalità. Una attenzione particolare dovrà essere data dallo specialista psichiatra (che per questo è la persona appropriata per la valutazione iniziale del caso) ad eventuali patologie concomitanti, in particolare all'esistenza di un disturbo ossessivo-compulsivo propriamente detto.

Un problema molto particolare che si pone al confine tra i disturbi dell’alimentazione e le dipendenze patologiche è quello della bigoressia, o vigoressia, che dagli americani è stato anche definito con il termine tradotto di anoressia riversa.
Le persone bigoressiche sono persone che hanno l’ossessione di avere un fisico perfetto. E già qui ci sarebbe molto da discutere. Il fisico perfetto è davvero quello proposto dai media e dalle pubblicità? E quindi ecco che il bigoressico uomo insegue l’ideale dell’uomo palestrato muscoloso, dove al fisico perfetto si affianca l’idea di mascolinità esasperata ed esasperante e di forza e dinamicità, e la donna bigoressica che insegue l’ideale del gluteo perfetto, del sedere e del seno super rassodati. Il disturbo è stato spesso studiato in relazione al genere maschile, ma riguarda anche le donne.
Come mai questo disturbo si pone al confine tra i disturbi dell’alimentazione e le dipendenze patologiche? Innanzitutto, è chiaro che il nome di “anoressia inversa” ha un senso perché il fisico che la persona con questo problema vuole ottenere è un fisico vigoroso, prestante, atletico, prorompente, sia che si tratti di uomini che di donne. In realtà anche questo è l’obiettivo che le persone anoressiche cercano di ottenere. Ma il risultato finale è tangibile e differente: da una parte un corpo denutrito (anoressia), dall’altra un corpo apparentemente in salute e perfetto (vigoressia).
E qui si pone un problema molto centrale: come può una persona che giunge ad ottenere un fisico così perfetto considerarsi con un problema? E’ molto difficile infatti che una persona vigoressica chieda aiuto e che anche persone attorno possano consigliarglielo.
Ma se guardiamo al quadro patologico (e qui capiamo l’intreccio tra area dell’alimentazione e area della dipendenza patologica), la persona presenta un comportamento compulsivo ed impulsivo nei confronti dell’attività fisica, che non si placa mai. Gli sforzi vanno continuamente aumentati (tolleranza), il fisico va reso sempre più perfetto, definito e scolpito, le ore di palestra non sono mai sufficienti, l’attività fisica viene sempre più tollerata e sopportata, quasi come se il corpo fosse abituato a non sentire la stanchezza fisica, che è un importante indice perché ci dice che dobbiamo staccare, che dobbiamo riposarci, dobbiamo riprendere energie. Quali differenze trovate con una persona tossicodipendente, alcolista, giocatore patologico o internet dipendente?
Al tempo stesso per far sì che questo fisico perfetto si concretizzi la persona con problemi di vigoressia utilizza in maniera spasmodica e compulsiva cibi ipocalorici e/o integratori alimentari, assume anabolizzanti che possono essere molto pericolosi, si chiede costantemente se il numero di proteine è adeguato agli obiettivi che vuole raggiungere.
Si instaura in pratica un forte circuito in cui c’è un costante controllo non solo sull’attività fisica da svolgere e sul monitoraggio continuo del proprio corpo, ma al tempo stesso su tutto ciò che riguarda l’alimentazione.
Proprio come le persone anoressiche, le persone vigoressiche sono eccessivamente focalizzate sul proprio corpo, ma presentando una distorsione percettiva, certo differente, ma in ogni caso preoccupante. Alla fine dei conti né gli anoressici nè i vigoressici sono soddisfatti del risultato ottenuto: gli anoressici continuano a vedere il proprio corpo eccessivamente grasso mentre i bigoressici continuano a vederlo troppo flaccido. Sono un po' le due facce della stessa medaglia. E in entrambi dei casi, la posta in gioco deve farsi sempre più alta (e rischiosa).





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martedì 27 ottobre 2015

BAMBOLE UMANE




Se qualcuno pensa che sia solo un fenomeno femminile, quello di assomigliare alle bambole famose, ed in particolare alla mitica Barbie della Mattel, ebbene c’è un caso emblematico che arriva dal Brasile.

Celso Santebanes, dall’età di 16 anni, appoggiato dai familiari, si sottopone ad una serie di interventi chirurgici per somigliare a Ken, il fidanzato della biondissima Barbie. Il suo sogno nel cassetto infatti, è di avere occhi azzurri, capelli neri ed un fisico scolpito proprio come Ken. Per ora, come riporta il Daily Mail, questo ragazzo che viene dal Brasile ha già speso 38mila euro ritoccando mento, zigomi, naso, mascella. Inoltre, si è fatto impiantare una buona dose di silicone nel petto, ma non ha ancora finito. Ma pare che il caso di Celso non sia il primo; prima di lui ci sono stati Rodrigo Alves e Justin Jedlic. Quest’ultimo avrebbe persino realizzato il sogno di incontrare la sua Barbie; la differenza è che Celso, in Brasile, sta avendo un discreto successo e sul mercato è stata  immessa la Celso Doll a consacrare l’artificiosa bellezza del modello brasiliano. Il ventenne, su Instagram, dove posta le sue foto e il suo look dichiara: “Non mi sarei mai aspettato di avere un giorno un pupazzo dedicato a me. Ho sempre sognato di essere un pupazzo umano, ma averne uno identico a me è qualcosa di completamente inaspettato”. Celso infatti, sin da piccolo era ossessionato dalle bambole che collezionava nella sua stanzetta e, nonostante i pregiudizi che questo strano hobby sollevava nei coetanei, ha portato avanti il suo sogno, iniziando i ritocchi su se stesso a soli 16 anni. “È tutto così magico. La mia vita è cambiata. – ha dichiarato il giovane ad una rivista brasiliana – È come se l’intero Brasile mi stesse supportando. Le persone a volte sono spaventate dal mio aspetto e mi fermano per dirmi che somiglio ad un pupazzo. Ho sofferto a lungo per i pregiudizi, ma il mondo è pieno di persone che giudicano, perciò non m’importa più. Ora cerco la mia Barbie. Chi vuole essere la mia fidanzata? Dopo tutto nessuno è felice da solo”.



Dakota Rosa è da tutti conosciuta come Kota Koti. I suoi video hanno spopolato su tutto il web, in pochi giorni è stata cliccata più di 430 mila volte. Kota è la versione umana della bambola più conosciuta del mondo: la Barbie. Stessi occhi grandi, azzurri ed espressivi, stesso incarnato rosa e delicato, stessi capelli biondi e fluenti, insomma non sembra neanche un essere umano tanto che somiglia alla famosa bambola.

È anni ormai che va avanti la diatriba se le bambole come la Barbie o le Winks possano essere modelli negativi o meno nello sviluppo psichico delle bambine. È generazioni che si gioca alle bambole, che ci si maschera a carnevale come loro, che si imitano nelle fasi di crescita, ma è solo in questi ultimi anni che si sta diffondendo la moda di diventare come loro.

È molto frequente osservare adolescenti che modificano il proprio corpo o lo modellano con la dieta, lo sport e lo riempiono di tatuaggi e piercing, soprattutto in una fase di crescita e di sperimentazione, alla costante ricerca di se stessi, in una fase di transizione in cui si passa dall’essere bambini al diventare adulti. Capelli colorati, tagli di capelli, trucchi particolari, vestiti che riprendono quelli di un idolo o di un personaggio a cui ci si ispira, voler assomigliare a qualcuno non è patologia, ma è un modo di esprimere, durante il periodo adolescenziale, anche la ricerca della propria identità, ci si sperimenta per trovarsi e capire chi si è. Alcune volte ci si “innamora” magari di una cultura che non è la propria e si decide di voler cambiare identità, ricorrendo anche ad interventi di chirurgia estetica. Spesso vengono seguiti i modelli orientali che portano a tingersi i capelli di nero, a farsi tagli tipicamente orientali e, nei casi più estremi, a modificare la conformazione dei propri occhi attraverso la chirurgia. A volte però si arriva agli eccessi. In questi specifici casi c’è un rifiuto totale della propria identità e della propria fisicità. Si cambiano i connotati, ci si trasforma, non in una persona, ma in una bambola inanimata. La moda delle adolescenti e delle giovani ragazze che si sta espandendo anche al sesso maschile, è quella delle Living Doll o bambole umane. Non bastano più trucchi e vestiti per assomigliare ad una bambola o ad un manga giapponese, ma si ricorre alla chirurgia, a lunghi, ripetuti e dolorosi interventi chirurgici per annullare la propria persona e diventare una bambola, non per ASSOMIGLIARE ma per DIVENTARE. I modelli più ricercati sono Barbie per il femminile e Ken per il maschile. Oltre all’aspetto economico, questi ragazzi, ancora in una fase della crescita o nella prima giovinezza, si sottopongono ad operazioni di allungamento degli arti, di cambiamento delle parti del viso, di modificazioni corporee, iniezioni costanti e continuative di botulino perché la pelle della bambola non manifesta i segni del tempo e della vita. Si rifanno gli occhi per arrivare ad averli come quelli delle bambole, grandi ma con una fissità dello sguardo quasi disarmante, vuoto e inanimato, come se queste operazioni abbiano in qualche modo svuotato anche la persona delle proprie caratteristiche individuali e dei propri tratti di personalità. Si ritoccano la fronte per eliminare ogni forma espressiva a livello visivo, si trapiantano i capelli per essere in tutto e per tutto a livello estetico una bambola. Si vive costantemente a dieta, in palestra per mantenere i fisici statuari e perfetti. I modelli maschili in qualche modo sono anche muscolosi e in carne, ma quelli femminili hanno gambe e vita finissime, rappresentano modelli di estrema magrezza che possono portare anche al rischio di incorrere in disturbi della condotta alimentare quali l’anoressia. Basti pensare che Valeria Lukyanova, la Barbie umana più famosa al mondo, ha una vita di appena 50 cm e dichiara di vivere di luce e aria.

Uno degli aspetti primari è la non accettazione del proprio corpo, altre volte si tratta di traumi psicologici legati alle prese in giro da parte dei coetanei, alla non integrazione con gli altri.

Non è assolutamente colpa dei modelli, o di Barbie e di Ken, ma dell’uso distorto che ne fanno i ragazzi. La non accettazione del proprio corpo e di se stessi in quanto essere umano, un’autostima bassissima, evidenti problemi di immagine corporea, portano ad un rifiuto totale del proprio corpo e sono alla base di queste problematiche. Spesso sono presenti anche traumi infantili, tendenzialmente legati al corpo o alla sessualità.

A livello emotivo c’è un rifiuto di vivere, una paura di vivere, tant’è che si arriva a nascondersi dietro la maschera di una bambola approvata socialmente. In un certo senso si va sul sicuro, si è certi di essere approvati e riconosciuti socialmente e magari si diventa famosi come lei, si sfrutta la scia della sua popolarità. Purtroppo questi ragazzi non si rendono conto che stanno scrivendo la propria condanna e che diventeranno schiavi del proprio corpo e, soprattutto, che le bambole NON invecchiano, ma gli esseri umani si. Il problema sorgerà quando le operazioni chirurgiche non basteranno più per cancellare i segni del tempo e questi ragazzi si distaccheranno dal modello originale, quando verranno spogliati della propria maschera difensiva emergeranno profondi vissuti legati alla sfera emotivo-affettiva come stati ansiosi, insicurezza, depressione e, nei casi più gravi, il suicidio.

Anche la famiglia riveste un ruolo importante nello sviluppo di queste problematiche. I figli attraversano lunghe e dolorose trasformazioni sottoponendosi a numerosi interventi chirurgici che, nei casi di minori, devono essere approvati dai genitori stessi. In questi casi la famiglia spesso è assente, ha favorito l’insorgenza di un problema di non integrazione psiche-soma attraverso tutta una serie di carenze affettive o in altri casi rinforza in termini narcisistici la problematica del figlio.

L’annullare totalmente se stessi, vivere in funzione del modello di riferimento, non magiare, vivere di aria, sono già di per sé forme piuttosto importanti a livello clinico di attacco al corpo e di auto-aggressività. Se poi ci aggiungiamo problemi legati alla personalità e mancanza di confini psichici il quadro clinico è più completo.





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mercoledì 14 ottobre 2015

LA PELLE COME UN VESTITO



Ha troppi tatuaggi sul corpo, non può sottoporsi alla risonanza magnetica perché rischierebbe di rimanere ustionata. È successo a una ragazza che si è presentata al reparto di radiologia di un ospedale. «Ci sono rimasta male — racconta la ragazza —. Del resto mi avevano detto soltanto che dovevo togliermi gli orecchini e le eventuali collane». E invece a impedire che potesse sottoporsi a una risonanza magnetica all’addome c’era qualcosa che di certo non si può togliere come se fosse un abito: i suoi colorati tatuaggi su una coscia, sulla schiena e in altre parti del corpo.
Sorpresa e preoccupata, la ragazza ha preso atto di una situazione tutt’altro che episodica. Ossia, chi ha sul corpo tatuaggi grandi e colorati rischia, in caso di ricorso alla risonanza magnetica, ustioni gravi oltreché la possibilità concreta che l’esame non serva a nulla poiché i metalli contenuti negli inchiostri con cui si effettuano i tattoo oltre a surriscaldarsi, stimolano immagini falsate. Una soluzione potrebbe ricercarsi in inchiostri senza metalli ma la relativa certificazione è in pratica assai poco attendibile e, comunque, non accettata dai medici poiché non verrebbe rilasciata da personale sanitario ma, al massimo, dal tatuatore che spesso non può garantire il reale contenuto del materiale impiegato per il tatuaggio. Lo stesso problema, tra l’altro, potrebbe insorgere in caso di presenza di cosmetici, come certi ombretti luminescenti che contengono particelle metalliche. La ragazza che è stata costretta a rinunciare alla risonanza, tra l’altro, avrebbe dovuto effettuare un esame su una parte del corpo dove non sono presenti tattoo, ma il problema resta poiché, quando si tratta dell’addome, tutto il corpo viene immerso nel relativo campo magnetico.

«PURTROPPO questo è un problema che sta diventando assai frequente — commenta il radiologo  —. L’incompatibilità tra i campi magnetici della risonanza e gli elementi metallici è un fatto assodato che, prima dell’invasione della moda dei tatuaggi, non costituiva un problema. Da circa un anno e mezzo, tra l’altro, nel nostro reparto è in uso una macchina più sofisticata e attendibile ma anche a un più alto campo magnetico, cosicché il rischio di ustioni gravi per chi porta tatuaggi ampi è molto alto».
Che fare, dunque, se si ha la necessità di effettuare un esame diagnostico come la risonanza quando il corpo è tatuato? «Si può ricorrere alla Tac, la tomografia assiale computerizzata, oppure, come è sempre consigliabile prima di arrivare a questo livello di diagnostica, sottoporsi ad una ecografia».

Le origini del tatuaggio sono antichissime tanto che anche la “mummia di Similaun”, trovata tra i ghiacci delle Alpi nei primi anni ’90 e datata 5300 anni fa, ne riportava uno sulla schiena. Il termine deriva da “ta-tau”, che in polinesiano significa “segno sulla pelle”, ed è stato introdotto in Europa nel Settecento dall'esploratore inglese James Cook di ritorno da uno dei suoi leggendari viaggi nei Mari del Sud. Nelle popolazioni primitive, tatuarsi non ha nulla di trasgressivo, ma è anzi un segno di integrazione sociale. I maori della Nuova Zelanda usavano tatuarsi il viso in segno di distinzione di rango. Il disegno, chiamato “moko”, rendeva l'individuo unico e inconfondibile, come le impronte digitali. Sono davvero lontani i tempi in cui a tatuarsi erano quasi esclusivamente i malavitosi, i carcerati, le prostitute e i militari.
Oggi il tatuaggio è diventato un fenomeno di massa, senza perdere del tutto il sapore di piccola ed eccitante trasgressione. Gli studiosi del comportamento si sono chiesti perché in una società così mobile come la nostra, dove si cambia casa, lavoro e partner con estrema facilità, sentiamo il bisogno di lasciarci segni indelebili sulla pelle. La risposta che viene offerta dagli studiosi spiega come il tatuaggio oggi assolve le stesse funzioni che aveva nelle società tradizionali, anche se reinterpretate secondo i nostri codici culturali: viene usato per abbellirsi, comunicare, appartenere a un gruppo ed esorcizzare le paure.
Il mondo dei tatuaggi ha radici profonde nella storia dell’umanità e la sua moda, che ha conquistato in Italia non solo i giovanissimi, ma anche insospettabili over trenta e quaranta, fa interrogare sul perché di una scelta tanto particolare e definitiva che coinvolge l'immagine che di noi diamo agli altri. Ciò che oggi colpisce riguardo a quest’arte di decorare il proprio corpo in modo permanente è il suo essere diventato un fenomeno di costume che è uscito dagli ambiti ristretti di una specifica cultura underground per coinvolgere tutti i ceti sociali e tutte le età.
Le motivazioni per una scelta del genere sono in realtà diverse e non è escluso che molte di queste siano di natura strettamente personale. Non è detto però che non si possano riscontrare dei tratti comuni spiegabili con l’aiuto della psicologia.



La molla più potente e profonda che spinge a desiderare un tatuaggio è probabilmente quella di volersi distinguere da tutti gli altri, il bisogno di riaffermare a livello visivo la propria diversità, il proprio essere unici rispetto alla massa. In effetti non bisogna dimenticare che nelle società primitive il tatuaggio aveva la funzione di distinguere i vari gruppi sociali, oltre che quella di essere terapeutico e curativo.
Diventando parte integrante della propria identità personale, il tatuaggio “porta fuori” qualcosa di noi che in genere viene tenuto nascosto o non espresso. In questo senso, può rappresentare un modo per dichiarare la propria posizione rispetto al mondo, esteriorizzare quindi il proprio modo di essere davanti agli altri. In una società in cui le differenze sociali sono diventate meno palpabili, il tatuaggio aiuta sì a riconoscersi come parte di un gruppo o movimento, ma ha forse conservato un significato ancora più potente nel suo essere capace di esprimere sul corpo la propria interiorità.
Una prova di questo appare evidente se consideriamo come le motivazioni possano cambiare con l’età. Gli over 40 che ricorrono al tatuaggio, infatti, lo fanno per motivi completamente diversi rispetto a quelle dei giovanissimi. Per gli adolescenti, il tatuaggio può essere un modo per affermare una personalità ancora in via di costruzione, per un adulto che invece possiede una personalità ben strutturata la scelta risponde al desiderio di fermare il tempo ad un momento della vita in cui è ancora possibile trasgredire.
Se la tecnica del tatuaggio è rimasta immutata da millenni, le motivazioni sono invece cambiate. I ragazzi oggi si tatuano per anticonformismo, rifiuto dell'omologazione, ribellione. Ma il tatuaggio è nato come rispetto della tradizione e segno di appartenenza a un gruppo. Omologazione, quindi. I polinesiani, per esempio, raccontavano con tatuaggi simbolici la loro storia personale (ingresso nell'età adulta, matrimonio, status sociale, tribù...) e si marchiavano il corpo per essere degni di rispetto e più vicini alla divinità. E quando il tatuaggio è stato avvolto da un'aura sulfurea, segnale di immoralità e antisocialità, per certe comunità maschili rappresentava il simbolo di appartenenza, di legame: basti pensare all'Esercito o alla Marina, dove era disapprovato ufficialmente ma, di fatto, non impedito.
È curioso anche il fatto che una volta chi si tatuava dimostrava grande sicurezza in se stesso e disinteresse per il giudizio altrui. I ragazzi di oggi invece spesso scelgono il tatuaggio per esorcizzare la paura, l'insicurezza e la solitudine. Non a caso, in una società dove la famiglia e le comunità tradizionali sono in crisi, i segni tribali sono tra i preferiti.
Anche la scelta della parte del corpo da tatuare nasconde significati interessanti dal punto di vista psicologico. Un tatuaggio studiato per essere collocato in una zona del corpo molto visibile, e quindi costantemente sotto gli occhi di tutti, da al disegno una sorta di dimensione pubblica, tutto il contrario per quello disegnato nelle zone nascoste del corpo, da mostrare solo nei momenti di intimità.
In effetti, tutto questo mette in evidenza il grande valore comunicativo del tatuaggio ed è innegabile che esso susciti in chi lo guarda la curiosità di saperne di più sulla storia personale, sui gusti e sul modo di pensare della persona che lo esibisce. Non si spiegherebbe altrimenti il motivo per il quale i suoi cultori più accaniti vengano costantemente bersagliati di domande sulla loro vita privata nel corso delle manifestazioni del settore.
Dietro i disegni indelebili di questa tecnica si cela insomma il bisogno di uscire fuori dall’omologazione della propria immagine, così come viene dettata da moda e mass media. Per motivi diversi, certo, ma per un unico grande desiderio: poter dire agli altri ciò che si è, senza bisogno di parole e solo grazie alla portata universale del linguaggio delle immagini.
Il tatuaggio, dunque, è un messaggio che porta l'individuo in comunicazione con se stesso e con gli altri, racconta qualcosa della sua vita, delle sue scelte e dei suoi sentimenti. Recentemente è nata anche la “psicologia del tatuaggio” davanti alla sempre maggiore diffusione del fenomeno. La neo disciplina studia il carattere delle persone in base ai segni impressi in modo indelebile sulla loro pelle. Quando si tratta del nostro corpo, il significato dei simboli non può essere interpretato con la semplice intuizione, ma va cercato nell'inconscio. La scelta del disegno e della zona da tatuare non è mai neutra, ma rimanda al mondo dei simboli e fa emergere quello che è nascosto all'interno dell'individuo, il suo vero carattere.
Secondo la psicologia del tatuaggio, ad esempio, tatuarsi sulla parte sinistra del corpo, che per la psicoanalisi rappresenta il passato, è tipico delle persone pessimiste, con poca fiducia in se stesse. La destra, invece, legata al futuro, sempre secondo questi psicologi, denota un carattere solare, aperto ai cambiamenti, ma ben ancorato alla realtà.
Tatuarsi il tronco denota concretezza e capacità decisionali. Se la scelta cade sulle braccia, significa che l'individuo sta attraversando una fase di lenta maturazione. Mentre le persone infantili e poco riflessive preferiranno le gambe. Se il tatuaggio si trova in una parte anatomica normalmente nascosta come l'ombelico, l'interno cosce, la persona è timida e insicura, con forte senso di inferiorità. La caviglia è la zona preferita dalle donne sospettose e gelose, ma anche molto femminili e dagli uomini competitivi e battaglieri. Tatuarsi le zone genitali, infine, assume significati opposti per uomini e donne. Combattive, autonome e sensuali queste ultime. Maldestri e passivi i primi.
La zona da tatuare varia anche a seconda del sesso: gli uomini preferiscono la schiena, la spalla e il braccio destri. Le donne, la caviglia e il polso, adatti ai disegni più piccoli come fiori, rondini o delfini, che sono i prediletti dal sesso femminile. Il soggetto più tatuato in assoluto è il drago. Punto di incontro tra cultura orientale e occidentale, secondo gli psicologi il drago è la metafora della forza originaria e generatrice, testimonia il desiderio di affermazione di chi lo porta. Esiste anche nella sua versione “minimalista”, la lucertola, che rimanda a un'immagine di sé più contenuta e controllata. Sempre in tema di rettili, anche il serpente è molto utilizzato e rappresenterebbe un simbolo fallico.
Non mancano i cultori dei motivi astratti, primi tra tutti i “tribal”: grandi macchie nere, con il tratto spesso e le curve flessuose che ricordano i “moko” maori. È il tipo prediletto dai punk e, in generale, da chi rifiuta la massificazione e sente il bisogno di differenziarsi lasciando segni indelebili e così evidenti sulla propria pelle.
Gli ideogrammi giapponesi rivelano un animo raffinato, gusto estetico e fedeltà in amore.
Eroi guerrieri, vichinghi e motivi celtici costituiscono un'altra categoria molto precisa e sottintendono valori aggressivi. Non a caso sono i simboli scelti dagli skinhead, rimandano a una ipotetica comune matrice etnica e culturale, alla quale i gruppi di estrema destra sostengono di ispirarsi. Opposta e complementare a questa posizione c'è la passione per gli Indiani d'America, popolo identificato con l'oppressione e la privazione della libertà. Secondo gli psicologi del tatuaggio, quindi, la testa di un pellerossa comparirà più facilmente sul braccio di una persona impegnata a favore delle minoranze e molto curiosa nei confronti di altre lingue, storie e religioni.
Le ragioni di un tale successo vanno cercate anche nell’influenza di divi del cinema e delle rockstar nel mostrare i loro tatuaggi al pubblico.
Farsi un tatuaggio comporta tuttavia anche un po' di sofferenza fisica: perciò, seppure marginalmente, conserva per il dolore che infligge anche le caratteristiche di un rituale, di una prova di coraggio. C'è chi si tatua un portafortuna, chi vuole festeggiare così un avvenimento o segnalare un cambiamento: molti ragazzi, per il diciottesimo compleanno, chiedono a mamma e papà il permesso (e i soldi) per un tatuaggio.
C'è chi vuole giurare eterna fedeltà al proprio compagno e chi, viceversa, lo fa per riprendersi dopo un dolore, come la fine di un amore. In fondo, ogni esperienza di vita è indelebile come un tatuaggio. Perciò c'è chi si presenta dal tatuatore con le idee ben chiare, dopo essersi documentato sui significati simbolici. Moltissimi, però, non hanno tali preoccupazioni: il ragazzo alla moda vuole solo un disegno "trendy", per apparire più sexy o più aggressivo. Ed anche in questo caso il tatuaggio è un mezzo per comunicare qualcosa di sè.






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martedì 22 settembre 2015

I tatuaggi Degli Antichi EGIZI



Gli antichi Egizi, e soprattutto le élite, dedicavano una grande quantità di tempo e di energia per l'ornamento e la modificazione del corpo. I tipi di ornamenti e le modifiche indossate da un individuo rappresentavano moltissimo il livello sociale al quale apparteneva, la ricchezza e i ruoli sociali o politici. Poiché gli Egizi hanno lasciato una grande mole di opere d'arte, monili, sculture, materiali funerari e mummie, sappiamo di come trattassero i loro corpi pur di abbellirli , mummie egizie antiche riportano informazioni sulle molte pratiche che gli egizi usavano per modificare i loro corpi come il trucco, l'henné, le parrucche e le acconciature, i gioielli, la scarificazione e il tatuaggio punitivo (marchio), per passare poi alla circoncisione che segnava lo stato sociale e il passaggio all'età adulta per i ragazzi maschi (poi passò alla cultura ebraica collegandola a una falsa richiesta di un ipotetico dio).

Gli egiziani usavano il trucco fin da età precoce, ne attestano la veridicità prove che ci giungono da 6000 anni fa: gli oli usati per ammorbidire la pelle e i capelli, l'henné e altri materiali naturali per colorare vennero usati per tingere i capelli, le unghie, il viso e il corpo, profumi di piante come la rosa o la menta piperita vennero usate per profumare i capelli e il corpo, minerali come l'ocra e la malachite venivano macinati finemente per creare il trucco per viso e occhi. Sia uomini che donne si annerivano gli occhi con il Kohl (che poi diede il nome all'alcol ovvero medicina di dio o medicina di Allah).

Il tatuaggio pare fosse utilizzato soprattutto dalle donne; sia come pratica decorativa che come occasione rituale. I ritrovamenti di mummie tatuate fanno pensare che l’origine del tatuaggio sia merito dei Nubiani; mummie di donne tatuate risalgono fino a 4000 anni fa, come la sacerdotessa Amunet, sul cui corpo erano presenti linee di punti e un disegno ovale sull’addome, simbolo di fertilità.
Così, dai tempi più antichi fino ai giorni nostri, è ancora molto palpabile tutto il fascino verso i simboli del popolo egiziano: faraoni, croci, scarabei, sono tra i tatuaggi più diffusi tra chi cerca un disegno ricco di significato per decorare il proprio corpo. Non c’è alcun dubbio che per gli egiziani i simboli fossero parte integrante della vita di tutti i giorni: indossati come amuleti da vivi, diventavano compagni di viaggio per l’aldilà come rito funerario.
Tra i tatuaggi egiziani, tra i più diffusi c’è il simbolo della vita, l’ankh, a forma di T con al centro un cappio ovoidale. Nell’antichità il simbolo indicava la vita eterna; ora è tra i disegni più presenti su chi ama i tatuaggi, sia per la sua forma particolare perfetta in ogni zona del corpo, soprattutto dietro al collo, che per il suo significato.



Agli egiziani dobbiamo anche il bellissimo simbolo del fiore di loto, per loro simbolo di stabilità e di durata, capace di attirare il bene e di allontanare il male. Così com’è raffigurato per gli antichi egizi è assolutamente perfetto per un tatuaggio originale, essendo diffuso soprattutto nella sua forma realistica.
Non ha bisogno di presentazioni l‘occhio del dio falco Horus, divinità del cielo, simbolo di integrità e di protezione fisica.
Un altro simbolo egiziano, poco diffuso, è l’anello shenu.
Anche questo era ritenuto simbolo dell’eternità ed è caratterizzato da una forma circolare dove al suo interno erano raccolti i nomi dei faraoni.
Tra i simboli più belli dell’antico Egitto ricordiamo anche il nodo di Iside, una croce che assicurava protezione a vivi e morti.
Molti anche i simboli egiziani raffiguranti animali, come lo scarabeo, oggetto di culto per il popolo egizio, e il bennu, uccello favoloso paragonato alla Fenice e simbolo divino.

Egittologi del British Museum hanno esaminato una serie di antiche mummie e scoperto alcuni segreti inaspettati che sono stati letteralmente tenuti sotto chiave fino ad ora. Otto antiche mummie d’Egitto sottoposte a TAC negli ospedali di Londra, ha permesso agli scienziati di scoprire anche il nome di un uomo tatuato all’interno coscia di una mummia femminile risalente a 1.300 anni fa.

John Taylor, capo curatore dell’antico Egitto e Sudan dipartimento del British Museum, intervistato dal Daily Mail, ha detto: «Le otto mummie in mostra al British Museum, rivelano il lato umano delle mummie del Nilo. Vogliamo promuovere l’idea che queste mummie non sono oggetti ma veri esseri umani. Vogliamo cogliere l’umanità di queste persone». Daniel Antoine curatore della mostra ha detto: «Il corpo conservato di un’antica donna sudanese di età compresa tra i 20 e i 35 anni, che si pensa sia morta intorno al 700 dC, è stata trovata in Sudan nel 2005, ha rivelato un dettaglio inaspettato, un simbolo tatuato sulla pelle della sua coscia destra.

Il tatuaggio visibile chiaramente tramite la riflettografia infrarossa è un monogramma che definisce gli antichi caratteri greci MIXAHA, che si traduce come Michael. E’ un simbolo religioso che rappresenta l’Arcangelo Michele, patrono del Sudan medievale.

La figura nel Nuovo Testamento appare come un protettore e capo degli eserciti di Dio contro le forze del male di Satana, questo simbolo di protezione è stato in precedenza trovato nelle chiese antiche e su tavole di pietra, ma mai prima d’ora nella forma di un tatuaggio. Lei è la prima prova di un tatuaggio di questo periodo. Si tratta di un ritrovamento molto raro“.







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lunedì 21 settembre 2015

TATOO e RELIGIONE



Nell'Antico Testamento, agli israeliti usciti d'Egitto, Dio aveva proibito di praticare incisioni sul corpo e tatuaggi: "Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete dei tatuaggi addosso. Io sono il Signore" (Lev. 19:28). Ai sacerdoti ebrei era vietato farsi "incisioni nella carne" (Lev. 21:5) ed a tutti gli Ebrei veniva altresì ricordato: "Voi siete figli per il Signore vostro Dio; non vi fate incisioni addosso e non vi radete tra gli occhi per un morto" (Deut. 14:1).

Gli Israeliti venivano dall’Egitto, dove la pratica di farsi tagli sul volto, sulle braccia e sulle gambe nel periodo del lutto era comune tra i pagani ed era considerato un segno di rispetto per il morto, ma anche una specie di offerta propiziatoria verso le deità che governavano la morte e la tomba. Altra pratica diffusa nel paese che li aveva resi schiavi, era quella dei tatuaggi rappresentati con figure, fiori, foglie, stelle o altri disegni su varie parti del corpo. Erano realizzati con dei ferri infuocati, talvolta con inchiostro o pittura.

È probabilmente associato secondo Levitico 19:29, al costume di adottare tali segni in onore di qualche idolo, così si spiega chiaramente la proibizione. Perciò, venivano saggiamente vietati perché erano segni di apostasia e inoltre erano indelebili.



Il termine tatuaggio deriva dal taitiano "tatu", che significa "segnare qualcosa". I tatuaggi sono stati praticati, nelle diverse civiltà, per scopi differenti: in alcuni casi, soprattutto in estremo oriente, erano legati a riti religiosi o all'appartenenza ad un determinato clan per indicare maturità e coraggio; i greci usavano i tatuaggi per comunicare nel mondo dello spionaggio; i romani li usavano per segnare criminali e schiavi.

Nella Scrittura i due divieti citati, relativi alla proibizione di deturpare il corpo, erano giustificati perché ritenuti come un'offesa verso il Signore, il Creatore, ed erano considerati come atti di violenza a danno del corpo umano creato da Dio.

Incidersi il corpo era soprattutto una manifestazione violenta del dolore per la perdita dei propri cari, mentre i tatuaggi avevano una funzione di carattere superstizioso e re­ligioso, come dimostrazione di dedizione alla deità. Servivano come segno di riconoscimento di persone devote ad un determinato idolo. Per questa ragione la legge del Signore vietava incisioni e tatuaggi.







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martedì 8 gennaio 2013

Corpo di donna in protesta


  Joumana Haddad vs Alia el Mahdy

"Un mondo migliore non è possibile senza liberare le menti, i corpi e soprattutto il linguaggio delle donne".



Una libanese, l’altra egiziana. Poetessa, giornalista, traduttrice di fama mondiale e attivista per i diritti della donna, la prima; blogger e attivista diventata famosa durante la Primavera araba per aver pubblicato sui social network delle foto che la ritraevano nuda per manifestare contro la violenza, il razzismo, il sessismo, le molestie sessuali e l'ipocrisia nel suo paese l'Egitto, la seconda. Joumana Haddad e Alia Mahdy sono due donne, due donne arabe se lo si vuole specificare, ma soprattutto due donne in protesta. Il “filo di Arianna” che lega queste due donne però va ben oltre la loro arabicità e sta soprattutto nel loro “strumento” di protesta: il corpo.
Joumana Haddad ha da sempre come tema centrale delle sue poesie, tradotte in numerose lingue e reperibili sul sito www.joumanahaddad.com, il corpo e le tematiche ad esso connesse (la sessualità e l’erotismo). Oltre alle sue poesie, proprio perché profondamente convinta che il corpo possa essere il simbolo di una donna che infrange gli schemi e prende in mano il proprio destino rispetto ai desideri maschili e a qualunque altro potere limitante, Joumana Haddad fonda nel dicembre  2008 una rivista culturale trimestrale in lingua araba dal titolo Jasad (“corpo” in arabo).
Alia Mahdy, blogger e studentessa in comunicazione e media all'Università americana del Cairo, era quasi sconosciuta al pubblico internazionale fino al novembre 2011 quando ha postato otto foto di suoi nudi sul suo blog, utilizzando così il nudo integrale come strumento di contestazione soprattutto contro le molestie sessuali  messe in atto a piazza Tahrir per inibire le donne che prendevano parte alle contestazioni in strada contro il regime militare egiziano.
Per entrambe queste donne quindi, il corpo rappresenta un forte mezzo di provocazione all’esterno ed in particolar modo nel mondo arabo, tuttavia  il modo in cui la provocazione “corporea” viene messa in atto dalla Haddad e dalla Mahdy differisce non poco. La differenza sostanziale tra le due sta nell’utilizzo del linguaggio del corpo e anche del nudo: disinibito e poetico simbolo della donna che si narra, si ribella e si emancipa, nelle poesie di Joumana Haddad; molto più materiale, esibizionista e fonte di malintesi invece quello di Alia Mahdy. In virtù di questa differenza, il 28 Dicembre scorso proprio Joumana Haddad ha postato, sul Lebanon Now, un articolo  in cui riflette ad alta voce sull’ultimo atto di trasgressione/manifestazione del corpo fatta dalla Mahdy che, per protestare contro la shari'a nella nuova costituzione egiziana, ha sfilato nuda a Stoccolma con le attiviste del movimento FEMEN.

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mercoledì 18 luglio 2012

terra dipinta sul corpo


La modella filippina Sandra Seifert con la terra 'dipinta' sulla parte superiore del corpo in occasione dell'Earth Day.

La Seifert e' anche testimonial della Peta, che invita le persone a 'salvare il pianeta' anche diventando vegetariani. La Peta ribadisce che il consumo di carne e' una delle cause principali dei cambiamenti climatici.

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martedì 2 marzo 2010

IL CORPO E LO ZODIACO


LO ZODIACO SUL CORPO .


























- Il corpo dipinto...ed è subito arte.
Mi piace questa forma d'arte. Il corpo diviene la tela, l'artista il creatore di una nuova livrea etera.
Non sono tatuaggi indelebili,un colpo di spugna e tutto scompare.Esattamente come nei sogni o nelle favole. Eppure l'immaginario e il bisogno di espressione porta l'uomo a dedicare ore della sua esistenza a esternare la sua entità nella consapevolezza che tutto svanirà da lì a poco.
Festival del Body Painting, una spettacolare forma Body Art che adopera nella decorazione solo pigmenti naturali o acrilici e l'acqua.
L’arte di decorare i corpi affonda le sue radici nella storia dell’uomo. Le prime testimonianze risalgono ad incisioni rupestri del 15mila a.C. ma sono tante le popolazioni che nei secoli hanno usato questa forma di arte: dai popoli africani alle tribù della foresta amazzonica agli aborigeni Australiani, fino ai giapponesi che già dal 400 a.c. usavano dipingersi. La decorazione del corpo umano ha rivestito per questi popoli, e per alcuni riveste tuttora, un significato profondo, legato ad aspetti essenziali della vita come quelli cerimoniali, sacerdotali, estetici, intimidatori e sessuali.
Per altre culture, i corpi dipinti hanno invece lo scopo di ribadire il legame e l’appartenenza dell’uomo con la natura e con gli avvenimenti che ne segnano i passaggi più essenziali.

Oggi il Body paintng è una forma d’arte apprezzata in tutto il mondo. Anche nel nostro paese la curiosità intorno a questo nuovo modo di concepire il corpo umano e la nudità sta prendendo piede. Negli ultimi anni manifestazioni, feste, serata a tema, rappresentazioni teatrali hanno dato grande risalto a questa arte magnifica ed ancestrale.

A quest’arte è stato persino dedicato l’American body art festival che si tiene ogni anno a New York, dove gli artisti del bodypaint possono far sfilare le loro creazioni in un clima di divertimento, ma anche di ammirazione per chi riesce ad imitare più verosimilmente le trame più complesse quali il manto di un leopardo o quelle più originali come la corteccia di un albero.
Il termine bodypainting solo di recente ha acquisito questa accezione di pittura completa del corpo nudo, ma l’arte di pitturare il proprio corpo è antica di millenni: basta pensare allo marcato trucco egiziano, ai segni tribali che gli indiani d’America si dipingevano sulla faccia, alle decorazione all’henne che ancora oggi le donne musulmane si praticano sulle mani in occasione di celebrazioni solenni. -

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