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sabato 23 luglio 2016

I BENEFICI DEI FANGHI



La fangoterapia è una terapia termale che viene effettuata impiegando fango termale rimasto in infusione in speciali contenitori per circa 50-60 giorni.

Il fango maturo è alla base della fangoterapia che si compone di quattro passaggi:
l'applicazione del fango,
il bagno in acqua termale,
la reazione sudorale,
il massaggio tonificante.
Il fango viene applicato direttamente sulla pelle ad una temperatura tra i 37 °C e i 38 °C per un periodo che varia dai 15 ai 20 minuti. Al termine dell'applicazione, il paziente, dopo essere stato sottoposto ad una doccia calda, si immerge nel bagno termale alla temperatura di 37-38 °C per circa 8 minuti. Infine, viene asciugato con panni caldi.

La fangoterapia è efficace nelle forme infiammatorie croniche dell'apparato locomotore quali artrosi articolari, tendiniti, dolori e infiammazioni muscolari.

La fangoterapia è considerata un trattamento estetico e curativo a base di fango, utilizzato per eliminare i liquidi in eccesso, trattenuti soprattutto nei tessuti di gambe, addome e fianchi.

I fanghi sono una melma costituita dalla mescolanza di una componente solida con una componente liquida (acqua minerale o termale) e utilizzati sotto forma di "impacco". La componente solida ha una base inorganica, costituita principalmente da argilla, e una organica che comprende microflora (batteri, alghe, diatomee, protozoi, etc.), microfauna, humus, composti humo-minerali e vegetali di diversa natura, derivanti principalmente dalla fase di maturazione dei fanghi stessi o dal loro precedente utilizzo (detriti cellulari, secrezioni, etc.).

Nella componente liquida distinguiamo l'acqua contenuta nel fango vergine, che impregna il fango nel giacimento di origine, dall'acqua minerale nel quale viene fatto "maturare" il fango. Infatti, prima di poter essere utilizzato, il fango grezzo deve essere sottoposto ad un particolare processo di "maturazione".

Quello proveniente dalla sorgente, è sottoposto a macerazione per lungo tempo nell’acqua minerale, in modo che i granelli di argilla subiscano una trasformazione caricandosi di proprietà chimiche e chimico-fisiche dell’acqua in cui sono posti a macerare. Le acque minerali, oltre che a mineralizzare i fanghi, contribuiscono al processo di maturazione anche attraverso l'apporto di microorganismi e alghe.

Dalle proprietà fisiche dei fanghi deriva la loro consistenza, la concentrazione di sostanze attive in essi contenuta e il tipo di trattamento terapeutico per cui cui verranno applicati. Le proprietà del fango sono: la capacità calorica, cioè il potere di accumulo o di dispersione del calore, quando vengono a contatto con la pelle. La plasticità, cioè il grado di malleabilità del fango e quindi la capacità di aderire alla superficie corporea.

Questa proprietà è in relazione con il numero e le dimensioni delle particelle della componente solida: un'argilla è tanto più plastica quanto maggiore è il numero delle particelle che la compongono e quanto minore è la loro dimensione. Il potere di assorbimento e di scambio ionico dovuto al processo di osmosi in virtù del quale le sostanze minerali entrano attraverso la pelle ed escono particelle di acqua e di grasso.

L'osmosi è un processo fisico spontaneo di scambio, vale a dire senza apporto esterno di energia, che tende a diluire, in presenza di due soluzioni separate da una parete semipermeabile, come può essere la pelle, quella più concentrata, allo scopo di ridurre la differenza di concentrazione. Questo processo è un fenomeno importante in biologia, che interviene in alcuni processi di trasporto passivo attraverso membrane biologiche.

In Italia la fangoterapia è una pratica legata alle scienze e cure naturali, quindi non esiste ufficialmente la figura del fangoterapeuta. Si tratta di medici specializzati o persone esperte di terapie naturali che offrono la loro conoscenza riguardo questa cura.

Il Sistema Sanitario Nazionale copre l’erogazione delle cure termali per i pazienti colpiti da malattie: reumatiche, delle vie respiratorie, dermatologiche, ginecologiche, otorinolaringoiatriche, dell’apparato urinario, vascolari, dell’apparato gastroenterico. Per accedere alle cure, è necessaria la prescrizione del medico di base.

Ticket e spese di soggiorno sono a carico dell’assistito, che può scegliere lo stabilimento termale che preferisce tra quelli accreditati per il determinato ciclo di trattamento.

Depurano la pelle, spengono le infiammazioni e drenano i ristagni di liquidi. I fanghi, morbido impasto di argille miscelate sapientemente con acqua e ingredienti specifici, sono quanto di più indicato per risolvere gli inestetismi più comuni, come la cellulite, l’acne, la forfora.

Composti da una parte solida, a base di materiale organico e inorganico, e una liquida, cioè le acque minerali, i fanghi utilizzati per scopi estetici di solito contengono materiale terroso molto fine che restando a contatto per lungo tempo con acque termali, ne assorbe i principi attivi, come lo zolfo, le vitamine, gli oligoelementi. Spesso, la formulazione dei fanghi è arricchita da altre sostanze dall’azione specifica (fitoestratti, acido salicilico, oli essenziali, derivati marini) che ne modificano e aumentano l’efficacia.

La loro azione è dovuta in gran parte al cosiddetto effetto osmotico: applicando i fanghi sul corpo, si crea uno strato isolante che aumenta la temperatura della pelle, e di conseguenza i pori si aprono favorendo la penetrazione dei principi attivi contenuti nella miscela, con risultati che dipendono dalle zone del corpo dove avviene l’applicazione e dalle sostanze utilizzate: ricorrendo ai fanghi si può contribuire a eliminare il sebo in eccesso oppure contrastare la formazione di brufoli e impurità, rendere la pelle  levigata e morbida o ridurre i ristagni di liquidi, rivitalizzare i capelli regolarizzando anche la produzione di forfora o più semplicemente ridare un bel colorito al viso. Chi ama le fragranze, può trovare in commercio fanghi profumati: contro la cellulite per esempio ne esistono alcuni di colore bianco perché a base di caolino (sostanza che viene utilizzata al posto dell’argilla), e profumati alla cannella, oppure alla menta, o ancora all’anice stellato.



Supersicuri, i fanghi sono controindicati solo durante la gravidanza e l’allattamento (ma è possibile applicarli se il medico dà l’ok). In ogni caso, tenete presente che un leggero rossore o un pizzicore sono reazioni normali, dovute all’aumento della microcircolazione della cute, e di solito scompaiono a distanza di mezz’ora o di un’ora dal risciacquo. Attenzione però: se nel corso dell’applicazione queste sensazioni sono molto forti, è bene ridurre i tempi di posa. Non esponetevi ai raggi solari subito dopo il trattamento: durante i mesi estivi, è meglio applicarli di sera e aspettare fino al mattino prima di sdraiarsi al sole.

Chi soffre di cellulite non lascia niente di intentato pur di contrastarla, ben sapendo di avere a che fare con un “nemico” subdolo e insidioso:  e tra i vari rimedi contro la cellulite ci sono anche i fanghi, drenanti e stimolanti per la circolazione.

Efficacissimi sono quelli a base di alghe, che a questo scopo vengono raccolte, lasciate essiccare e lavorate in modo tale da non alterarne il contenuto in minerali, vitamine, glucidi, protidi, grassi e altre sostanze benefiche. Grazie agli estratti marini e vegetali, hanno un’azione drenante, ovvero  contribuiscono a eliminare il ristagno di liquidi e tossine tipico della cellulite, oltre a stimolare la circolazione. Si applicano sulla pelle ben pulita, avvolgendosi poi con una pellicola da cucina. Si tengono in posa per venti-trenta minuti, poi si sciacqua. Per ottimizzarne l’effetto del fango, si può applicare una crema coordinata, a base di estratti tonificanti e rinfrescanti. Potete acquistarli già pronti in qualsiasi erboristeria e in molte farmacie con settore naturale.

Anche i capelli possono giovarsi dell’applicazione di fanghi specifici. In commercio esistono formulazioni studiate per chiome secche, grasse o normali, opportunamente arricchite con alghe, oli vegetali, argilla ventilata e oli essenziali, per riequilibrare la produzione di sebo, nutrire i capelli contrastando la formazione delle doppie punte e renderli più morbidi e setosi. Gli impacchi si applicano di solito una o due volte alla settimana, sui capelli bagnati e con un leggero massaggio, lasciandoli in posa in alcuni minuti prima di sciacquare.

I fanghi termali sono molto utili nel combattere lo stress attraverso la fase di rilassamento muscolare che inducono naturalmente, inoltre purificano e disintossicano la pelle che appare subito più levigata e morbida al tatto. Anche la circolazione sanguigna trae notevoli benefici dalla fangoterapia con un effetto drenante e anticellulite.

Non ultimo l’effetto benefico sulle infiammazioni e sui dolori articolari. Esistono poi degli speciali fanghi termali salso-bromo idrici e di estratti di quillaja saponaria, trigonella, kigelia e luppolo che donano un effetto tonificante al decoltè.

Per eseguire nella maniera ottimale la fangoterapia occorre tenere a mente delle regole precise e affidarsi alla professionalità di centri specializzati. La temperatura del fango deve essere di circa 50 °C, con una media di 47 °C. La durata dell’applicazione non dovrebbe mai oltrepassare i 15-20 minuti con una sola applicazione giornaliera. Dopo l’applicazione, rimosso il fango, si effettua un bagno in acqua normale o minerale alla temperatura di 37-38 °C. Ogni quattro giorni è essenziale un giorno di riposo e tutto il ciclo di cura non deve superare dodici o quindici applicazioni.


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domenica 26 giugno 2016

LA VITILIGINE



La vitiligine o leucodermia è una malattia cronica della pelle non contagiosa, ad eziologia forse autoimmune, ma la sua origine è sconosciuta, anche se si sospetta sia ereditaria e genetica, caratterizzata dalla comparsa sulla cute, sui peli o sulle mucose, di chiazze non pigmentate, cioè zone dove manca del tutto la fisiologica colorazione dovuta al pigmento, la melanina, contenuto nei melanociti. I melanociti, forse attaccati dagli anticorpi, resterebbero vitali, ma smetterebbero di produrre melanina.

Le chiazze sono generalmente diffuse su tutto il corpo spesso in modo simmetrico. Gli esordi della vitiligine interessano solitamente le zone del corpo intorno ad aperture (intorno a occhi, ano, glande e genitali) e alle unghie (sulle dita, partendo dalle estremità), e più in generale: viso, collo, mani, avambracci, inguine. In zone dove sono presenti cicatrici si possono formare nuove chiazze.

Le macchie hanno colore decisamente bianco, con margini ben delineati e piuttosto scuri, ma la pelle delle zone colpite a parte la modificazione cromatica è assolutamente normale, meno nelle zone ricoperte da peli, dove sovente se ne nota lo sbiancamento e la parziale caduta o il diradamento (peli della barba). A volte compare anche prurito. Non potendosi proteggere mediante abbronzatura le zone bianche sono facilmente soggette a eritema solare e scottature da esposizione, come la pelle di un neonato o di una persona con albinismo: se ne consiglia la protezione mediante copertura tessile (indumenti coprenti) e/o creme ad altissima protezione (fattore superiore a 40), se si trascorre molto tempo al sole. È completamente infondata la credenza che tale malattia sia contagiosa.

Ben più complessi possono essere invece i risvolti psicologici di chi è affetto di vitiligine, per il senso di isolamento e depressione che a volte segue la comparsa delle macchie. Ciò è tanto più vero quanto la persona affetta da vitiligine si sente diversa dalle altre o addirittura rifiutata, osservata per il problema estetico che le macchie generano. La cosa ha più probabilità di verificarsi quando le macchie sono poste in parti del corpo molto visibili (volto, collo, mani) e la persona è di carnagione scura; chi invece è già di carnagione molto chiara riesce a evitare di evidenziare le macchie con la semplice accortezza di non esporsi al sole e non abbronzandosi dove ancora ha pigmento.

L'origine è sconosciuta (anche se si sospettano fattori autoimmuni e/o predisposizione genetica), né sono noti fattori scatenanti o favorenti anche se è stata documentata un'incidenza maggiore tra componenti della stessa famiglia (la possibilità di contrarre la vitiligine per i famigliari di un paziente - 6 % - è più alta rispetto alla percentuale comune della popolazione mondiale di malati di vitiligine, l'1 %) e legata a fattori di stress (benché tale teoria non sia verificata) che danno il via alla manifestazione primaria della vitiligine o alla sua recrudescenza dopo periodi - anche lunghi - di stasi.

Testimonianza della possibile patogenesi autoimmunitaria è sicuramente la presenza, in circa 20 % di individui affetti, di altre patologie autoimmuni che però non incidono con il decorso della vitiligine; tra esse: gastrite cronica atrofica autoimmune, tiroidite di Hashimoto, ipertiroidismo e ipotiroidismo, psoriasi (l'associazione di vitiligine e psoriasi, quindi con rischio di artrite psoriasica, è più rara di altre comorbilità, ma è possibile specie nelle forme di origine famigliare-genetica), allergie, celiachia, lupus eritematoso sistemico, dermatiti, alopecia areata, anemia perniciosa, diabete mellito di tipo 1 (diabete giovanile), malattia di Addison, miastenia gravis, dermatite atopica, artrite reumatoide e sclerodermia, nonché la presenza di segni come l'eosinofilia.



Un'altra possibile causa o concausa, è nell'ossidamento precoce da radicali liberi dell'ossigeno, come avviene nel normale sbiancamento dei capelli, ossia tramite il perossido di idrogeno (usato in medicina come acqua ossigenata disinfettante) prodotto come scarto del metabolismo organico. Con l’invecchiamento il corpo non è più in grado di neutralizzare gli effetti di questa sostanza perché nelle cellule vecchie la tirosinasi, un enzima che separa il perossido di idrogeno nelle sue due componenti di base (acqua e idrogeno) è presente in minor concentrazione. Esso si accumula nel bulbo pilifero, bloccando la sintesi del pigmento colorante, cioè la melanina.

L’ossidazione provocata dal perossido di idrogeno non interferisce solo con la produzione di melanina, ma blocca anche altri enzimi necessari per riparare le proteine danneggiate. Il risultato è una reazione a catena, fra cui la graduale perdita di pigmentazione del capello, dalla radice alla punta. I pazienti affetti da vitiligine, oltre alla reazione autoimmune, potrebbero soffrire di disturbi metabolici o endocrini dovuti a mancanza di sufficiente tirosinasi, e lo sbiancamento causato o aumentato dal perossido, che ha effetti di questo tipo sulla pelle.

La diagnosi si effettua tramite esame obiettivo e strumentale, e diagnosi differenziale. Rinvenute le tipiche chiazze, è necessario il test tramite lampada di Wood, alla cui luce le chiazze di vitiligine emettono una caratteristica fluorescenza bianca.

Test laboratoristici per le patologie in comorbilità sono invece test di funzionalità tiroidea e pancreatica, nonché la ricerca di anticorpi anti-dsDNA, anti-ANA, anti-ENA, anti-muscolo liscio, anti-tireoglobulina, anti-gliadina, anti-mucosa gastrica.

I trattamenti sono sempre protratti per lunghi periodi, e possono variare a seconda del clima e delle stagioni. Vengono utilizzati con successo trattamenti, topici e non, che vanno ripetuti nel tempo, come l'uso di immunosoppressori come tacrolimus o gli steroidi, i quali tuttavia hanno una minore incidenza ed efficacia che nelle altre malattie autoimmuni. Alternativi sono l'uso di lampade UVA-UVB (fototerapia PUVA o "UVB a banda stretta", associata a sostanze fotosensibilizzanti come gli psoraleni; efficace ma temporanea), il trapianto autologo di melanociti sani (per chiazze poco estese), ecc.

Se le chiazze sono troppo estese, si può ricorrere allo sbiancamento artificiale delle parti pigmentate, per uniformare la pelle. Molti pazienti ricorrono al trucco.

Nessuno conosce esattamente il motivo per cui questo accade, ma sappiamo che colpisce persone di entrambi i sessi e di tutte le razze: solo negli Stati Uniti da 1 a 2 milioni di persone patiscono questa condizione e più della metà è rappresentata da bambini e da ragazzi.

I dermatologi classificano i tipi di vitiligine secondo la quantità e la posizione delle macule:

Localizzata: vitiligine focale quando ci sono solo pochi punti in una sola piccola zona.
vitiligine segmentale è caratterizzata da macchie solo su un lato del corpo e di solito non altrove, presente per esempio solo su una gamba o sul viso. Questo tipo di vitiligine è relativamente rara.
Generalizzata si presenta in molti punti in tutto il corpo, che tendono ad essere simmetrici (interessano cioè il lato destro e sinistro del corpo, come un’immagine a specchio). Questa è la forma più comune.
Universale quando ad essere interessata è quasi tutta la superficie del corpo.
Anche se la vitiligine può verificarsi ovunque sul corpo, è più probabile che si manifesti in:
zone esposte al sole, come il volto o le mani,
pieghe della pelle come i gomiti, le ginocchia o l’inguine,
pelle intorno agli orifizi (le aperture del corpo) come gli occhi, le narici, l’ombelico e la zona dei genitali.
Sebbene tutte le razze siano colpite allo stesso modo, le macchie tendono ad essere più visibili su chi ha la pelle scura; a volte i pazienti con vitiligine sono affetti da altri sintomi, come l’ingrigimento prematuro dei capelli o una perdita di pigmento sulle labbra e dalla pigmentazione delle cellule in queste zone.

Un trattamenti più complesso è invece la fotochemioterapia con raggi ultravioletti di tipo A: viene inizialmente somministrato un medicinale fotosensibilizzante, in seguito la parte colpita viene esposta ai raggi diretti del sole o, più spesso, a specifiche lampade UVA per ricolorare la pelle. Questo tipo di trattamento è tuttavia associato ad effetti collaterali anche gravi.

La più diffusa cura per la vitiligine è la fototerapia con l’uso dei raggi ultravioletti di tipo B: gli UVB hanno un’azione stimolante sui melanociti e sono in grado di ridurre la risposta immunitaria locale. Per ridurre i potenziali effetti collaterali di questo trattamento sono state messe a punto apparecchiature che agiscono solo sulle zone cutanee interessate.

E’ attualmente allo studio un nuovo tipo di terapia per la vitiligine che si basa sul trapianto di melanociti, coltivati in vitro a partire da un piccolo prelievo cutaneo di pelle sana.

Michael Jackson ci provava con una crema chiamata Porcelana, raccontano le cronache. La pop star americana soffriva di vitiligine (confermata dall’autopsia dopo la sua morte, avvenuta nel 2009) e voleva «sbiancarsi» per coprire la malattia (che provoca la comparsa di macchie «ipopigmentate» cioè bianche, particolarmente visibili in chi ha la pelle scura). Adesso alcuni ricercatori americani della Yale University di New Haven (Connecticut) hanno dimostrato che un farmaco, usato per curare l’artrite reumatoide (una malattia delle articolazioni), può fare il contrario: non sbiancare, ma aiutare le macchie bianche a ritrovare il colore naturale. Il farmaco si chiama tofacitinib e la ricerca è pubblicata su Jama Dermatology.

La vitiligine è una patologia rara, non è contagiosa, ma è psicologicamente devastante: mina l’immagine della persona. Finora si può controllare con creme a base di cortisone o con terapie che sfruttano la luce, ma con risultati non sempre soddisfacenti. Ecco perché i ricercatori stanno cercando nuove soluzioni. L’anno scorso Brett King, un dermatologo della Yale University ha dimostrato che il tofacitinib (una molecola che inibisce certi enzimi chiamati Jak - approvato dall’Fda, l’ente americano per il controllo sui farmaci, nell’artrite reumatoide appunto) può funzionare nell’alopecia areata: una malattia che provoca la perdita di capelli in zone circoscritte del cuoio capelluto.

Artrite reumatoide e alopecia hanno un’origine (per la verità ancora non chiara) che si rifà a una predisposizione genetica e all’autoimmunità (questo significa che in certi casi il sistema immunitario dell’organismo produce anticorpi che, invece di difenderlo contro aggressioni esterne, aggrediscono l’organismo stesso). Lo stesso vale per la vitiligine. Allora, si sono chiesti i ricercatori di Yale, perché non provare questo farmaco anche nella vitiligine che ha la stessa origine? Detto, fatto. I ricercatori hanno somministrato la medicina a una paziente di 53 anni con macchie di vitiligine in tutto il corpo.

Dopo due mesi di trattamento la paziente ha mostrato una parziale “ripigmentazione” (cioè le macchie bianche si scurivano) sulla faccia, sulle braccia e sulle mani. Dopo cinque mesi queste macchie erano quasi sparite, ma ne rimanevano alcune sul resto del corpo. Il farmaco non ha provocato effetti collaterali. Il risultato è davvero interessante, ma avvertono gli autori, occorrono altri studi per stabilire la sicurezza e l’efficacia della cura. «Ma questo risultato – ha detto Brett King, uno degli autori dello studio – può davvero rivoluzionare il trattamento di questa malattia».










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martedì 17 maggio 2016

LE LAMPADE ABBRONZANTI




Con lo sviluppo delle lampade UV, a partire dagli anni ’70, alcune aziende hanno sfruttato questa tecnologia per immettere sul mercato i primi macchinari abbronzanti, finalizzati ad uso estetico e non più solo medico.
I primi “lettini” solari dunque, chiamati così poiché l’utilizzatore finale si ci sdraiava dentro, fecero il loro ingresso integrati come trattamento negli istituti di bellezza.
Negli anni ’80 ci fu una ulteriore diffusione e si cominciò a parlare molto delle cosiddette lampade UVA, chiamate così per la totale assenza di UVB nel loro spettro.
Ma è a partire dagli anni ’90 che si ha un vero e proprio boom della abbronzatura artificiale: con il miglioramento della tecnologia delle lampade UVA che cominciano ad emettere anche una contenuta percentuale di raggi UVB, allungando la durata della abbronzatura e migliorando la risposta della pelle, l’abbronzatura diventa sempre più una moda. Cominciano anche ad aprire i primi centri dedicati esclusivamente all’abbronzatura artificiale, con decine di macchine e prezzi sempre più bassi, all’attacco di fasce di popolazione giovane per la quale è importante l’aspetto fisico e che prima non potevano permettersi costose sedute in centri benessere. C’è una diffusione capillare dei solarium soprattutto nelle grandi città distanti dal mare (Milano su tutte) dove le persone con poco tempo possono abbronzarsi anche nelle pause pranzo. Vengono anche immesse sul mercato le prime “docce” solari, ovvero macchine abbronzanti che si fanno in piedi, favorite dai tempi di esposizione sempre più brevi, che permettono maggiore igiene e tempi di utilizzo più breve. Queste ultime rafforzano l’abbronzatura “express” ovvero l’abbronzatura veloce e poco costosa, l’abbronzatura di massa.
Dal 2000 in poi l’abbronzatura con lampade abbronzanti, diventata conosciuta e praticata, si è arricchita di servizi aggiuntivi, raffinandosi e diventando una parte integrante del costume dei paesi industrializzati.

Esistono lampade dette a “bassa pressione” e lampade ad “Alta pressione”.
Entrambe sono “lampade a scarica” in cui un gas viene eccitato ed emette fotoni. La differenza sostanziale sta nella pressione del gas utilizzato.

La tecnologia alla base della bassa pressione è immediatamente distinguibile per l’utilizzo dei tubi.
All’interno di questi troviamo il gas neon ad un pressione nell’ordine di pochi Pascal, mercurio e un fosforo. Le caratteristiche generiche delle lampade a bassa pressione sono:

Temperatura del gas all’interno del tubo di scarica relativamente bassa
Radiazione emessa quasi interamente nel campo del visibile e dell’ultravioletto con scarsa emissione nell’infrarosso.
Diagramma spettrale a righe con piccole quantità di energia irradiata al di fuori delle righe spettrali (emissione fortemente caratterizzata dal punto di vista cromatico)
Basso flusso luminoso emesso per unità di lunghezza del tubo di scarica.

Nelle lampade a fluorescenza gli atomi di mercurio eccitati emettono una radiazione UV che investe il fosforo di radiazioni causando la sua fluorescenza e la luce visibile. Per questo vengono chiamate anche lampade a fluorescenza. Parte della luce viene riflessa da uno strato di ossidi metallici posto sulla parte posteriore del tubo.
Ovviamente la quantità di fosfori (sostanze fluorescenti) presenti nelle lampade da illuminazione è molto più elevata che nelle lampade usate per l’abbronzatura nelle quali una buona parte della radiazione UV emessa dal mercurio viene emessa dal tubo e modulata solo in piccola parte dai fosfori.

Normalmente Il circuito è formato da un alimentatore (elettromagnetico), detto anche reattore, uno starter e il tubo ai cui estremi troviamo gli elettrodi.

La radiazione emessa dalle lampade a bassa pressione per l’abbronzatura ha un spettro con una buona presenza di raggi UVB, soprattutto rispetto all’altra tecnologia ad alta pressione. 
La tecnologia a bassa pressione è quindi più aggressiva sulla pelle e provoca più facilmente eritemi solari.

La tecnologia ad alta pressione è quella che fa uso di bulbi per emettere la luce. I bulbi ad alta pressione contengono vapori al neon e mercurio, oltre che alogenuri metallici (sodio, tallio e iodio).
Anche in questo caso la luce è emessa dalla ionizzazione del mercurio avviata da due elettrodi. Gli alogenuri metallici mantengono continuo lo spettro di emissione con un sensibile aumento dell’efficienza luminosa.

L’impulso deve essere dato anche in questo caso da un componente separato, l’accenditore. Come nel caso dello starter, l’accenditore provvede a fornire alla lampadina un voltaggio molto elevato che avvia il processo di ionizzazione.
A differenza delle lampade a bassa pressione, le lampadine ad alogenuri metallici emettono luce anche nello spettro degli UVC. Questo comporta l’utilizzo di particolari filtri per la luce, che evitano le radiazioni nocive all’utilizzatore finale della lampada abbronzante. 

La lampada ad alta pressione inoltre lavora a temperature molto più elevate dei tubi a bassa pressione. Passiamo infatti dai 40-50 C° di questi ultimi, agli oltre 600 della prima. Questo comporta l’inclusione nella macchina di un sistema di raffreddamento esclusivo per il complesso lampadina filtro (se raggiungesse temperature troppo elevate quest’ultimo si potrebbe spaccare). E’ ovvio che i costi totali di una macchina di questo tipo sono molto più elevati. In compenso lo spettro emesso ha una percentuale molto più elevata di UVA e consente un controllo molto mirato attraverso l’uso dei filtri.

Il decreto ministeriale 12 maggio 2011, n° 110, ha provveduto ad aggiornare la normativa italiana riguardante le lampade abbronzanti, vietando la sottoposizione a questo trattamento a: soggetti con patologie dermatologiche che possono essere aggravate dall’esposizione UV, minori di 18 anni, donne incinte, soggetti che soffrono o hanno sofferto di neoplasie della cute, soggetti con fototipo I e II che si scottano facilmente. Si tratta di un decreto rivolto a operatrici e operatori che lavorano nei centri estetici, un richiamo alla sicurezza, passando dall’informazione e dalla consapevolezza dei rischi connessi all’esposizione indiscriminata alle radiazioni UV. L’effetto acuto più conosciuto dell’eccessiva esposizione ai raggi UV è l’eritema, il tipico arrossamento della pelle, denominato anche scottatura. La sintesi di melanina stimolata dai raggi UV produce, nella maggior parte delle persone, l’abbronzatura della pelle, che avviene entro pochi giorni dall’esposizione. Un altro effetto di adattamento meno evidente è l’ispessimento degli strati superficiali della pelle, che attenua la penetrazione dei raggi UV negli strati più profondi. Entrambe le risposte sono un segno evidente di danno alla pelle. Le lampade abbronzanti possono provocare tumori alla pelle non melanocitici, che comprendono: il carcinoma basocellulare o basalioma e il carcinoma squamoso o spinocellulare.



Si tratta di tumori raramente letali, ma il trattamento chirurgico può risultare deturpante. Il carcinoma della pelle si manifesta più frequentemente sulle parti del corpo solitamente esposte al sole (orecchie, viso, collo e avambracci) e il principale fattore causale è l’esposizione, ripetuta e di lungo periodo, alla radiazione UV. Il melanoma maligno, invece, seppur meno diffuso del carcinoma, è la causa più frequente di morte per cancro della pelle. E’ più comune tra le persone con carnagione e occhi chiari e capelli rossi o biondi. Nell’occhio, gli effetti dell’esposizione acuta alle radiazioni UV comprendono la fotocheratite e la fotocongiuntivite; reazioni infiammatorie che normalmente appaiono poche ore dopo l’esposizione, sono analoghe all’eritema, ma si manifestano sui tessuti epiteliali molto sensibili (es. quelli del bulbo oculare e delle palpebre). L’esposizione al sole, in particolare alle radiazioni UVB , sembra essere il principale fattore di rischio per lo sviluppo della cataratta.

E’ stato dimostrato anche che l’abbronzatura artificiale, soggettivamente e socialmente apprezzata, tende a dare assuefazione, spingendo a eccedere nel desiderio di un colorito sempre più accentuato. La protezione è pertanto indispensabile, attraverso filtri solari, in funzione del proprio fototipo, delle caratteristiche di maggiore o minore secchezza cutanea e dell’età. I tempi e l’intensità delle sedute abbronzanti devono essere pianificati con attenzione e ridotti il più possibile, mentre prima di ogni seduta è necessario applicare antisolari con filtri UVA + UVB con Skin protection factor elevato, almeno 30-50, anche se si ha un fototipo scuro. Se si ha una pelle tendenzialmente grassa o acneica, vanno utilizzate formulazioni antisolari molto idratanti, mentre se la cute è già in partenza normale-secca o l’età è avanzata, bisogna orientarsi verso formulazioni antisolari più consistenti e ricche di composti lipidici. Subito dopo l’esposizione, invece, è necessario applicare creme e fluidi idratanti ed emollienti che aiutano a mantenere la pelle elastica, riducendone lo sfaldamento e favorendo una ricostituzione rapida del microfilm idrolipidico, capace di proteggerla dagli agenti esterni.

I raggi UV non sono tutti uguali. Si caratterizzano infatti per le diverse lunghezza d’onda. I raggi UV si suddividono in tre categorie denominati UVA, UVB ed UVC:
UVA: Sono i raggi ultravioletti caratterizzati dalla lunghezza d’onda più alta (400-315 nm (nanometri)). Questi raggi hanno una elevata capacità di penetrazione del derma ma scarsa energia (sembra un controsenso ma è così). Il loro potere abbronzante è molto alto ma, grazie alla loro bassa energia, è molto difficile scottarsi con essi.
I raggi UVB hanno lunghezza d’onda intermedia (315-280 nm). Hanno una media penetrazione nel derma e media energia. Questi raggi sono più aggressivi rispetto ai raggi UVA e tendono a provocare più facilmente eritemi e danni alla pelle
UVC: Sono i raggi con la lunghezza d’onda più corta (280-10 nm). Questi raggi non penetrano nel derma ma rimangono a livello superficiale nonostante la loro energia sia molto elevata. Non abbronzano ma bruciano soltanto. 

Si sono inoltre riscontrati altri effetti collegati all’esposizione dei raggi ultravioletti ovvero un miglioramento generale del tono dell’umore a causa di una diminuzione della melatonina a favore della serotonina e un riequilibramento dei ritmi circadiani. In particolare in presenza di Jet-Lag. Ovviamente la cosa si ritorce contro in caso di esposizione ai raggi UV prima di dormire (rischio d’insonnia).

I raggi UV inoltre vengono spesso utilizzati nelle prevenzione verso alcune malattie.
L’osteoporosi per esempio ha come fattore aggravante le poche ore passate alla luce del sole. Questa malattia, che consiste in un’abbassamento costante della massa ossea e della microarchitettura di questa, provoca un aumento del rischio di frattura. Nella terapia curativa vengono usate anche lampade abbronzanti per l’integrazione dei raggi UV.

Altra malattia cronica è la psoriasi, grave infiammazione della pelle le cui cause sono ancora sconosciute. E’ una malattia, che, seppur non rappresenti rischi per la salute e non sia infettiva, crea gravi disagi a chi ne è affetto. La psoriasi infatti causa arrossamenti della pelle e prurito nella prima fase, mentre quando si aggrava, porta addirittura alla desquamazione della pelle, con conseguente trauma psicologico per chi la vive. Oltre al trattamento farmacologico anche qui viene utilizzata la cosiddetta “PUVA” terapia, ovvero l’utilizzo di lampade UVA il cui effetto viene potenziato da farmaci foto sensibilizzanti (denominati psoraleni da P-UVA). Esistono anche nuove terapie che fanno uso esclusivamente dei raggi UVB “a banda stretta” ovvero UVB con frequenza d’onda pari a 311 nm. Gli UVB infatti si rivelano molto più efficaci degli UVA nel trattamento della psoriasi (per raggiungere gli stessi effetti si deve ricorrere talvolta a quantità di 1000 volte superiori di raggi UVA) ma hanno la controindicazione di causare più facilmente eritemi. L’azione di questi quindi deve essere bilanciata fra azione curativa ed azione erimatogena.

Malattia legata alla assenza di melanina è la vitiligine. Questa malattia si presenta con chiazze chiare distribuite su tutto il corpo. Infatti in queste zone non viene prodotta melanina nonostante la presenza e l’attività metabolica dei melanociti. Si può rozzamente considerare come un albinismo a chiazze. Le cause precise di questa malattia sono ancora sconosciute ma si presume abbia un’origine autoimmune. Ovviamente non è contagiosa ma la contrazione di questa malattia può portare ad isolamento volontario a causa del trauma psicologico di cui è responsabile (proprio come la psoriasi). Come per la psoriasi sopra illustrata l’unica cura è (insieme a farmaci immunomodulanti) una terapia a base di raggi UVB a banda stretta.

Tra le malattie che vengono curate tramite raggi ultravioletti troviamo anche il rachitismo, una forma di deformità ossea. Questa malattia rimane in realtà strettamente legata alla mancanza di vitamina D. Nell’organismo umano questa vitamina è prodotta perlopiù dalla cute (il 90% circa) mentre attraverso la dieta se ne assume in quantità troppo piccole. In assenza di tale vitamina non è possibile l’assimilazione del calcio da parte delle ossa. Da ciò deriva la malformazione ossea (osservata soprattutto in soggetti di età molto giovane) che si presenta in chi non si espone in nessun modo ai raggi solari. La cura per questa malattia è l’assunzione di vitamina D per via orale, l’esposizione a lampade agli ultravioletti o la semplice esposizione al Sole. 
Nota curiosa è che, in Siberia, dove gli inverni sono lunghi e l’esposizione al Sole molto ridotta, il governo ha previsto, sin dagli anni ’80, periodiche esposizioni a lampade UV per i bambini al fine di ridurre l’incidenza del rachitismo. Da ricordare inoltre che Giacomo Leopardi era affetto da rachitismo.

Fra i diversi sistemi che si usano per determinare gli effetti della radiazione solare sulla pelle, si usa il MED, ovvero la Minima Dose Erimatogena. La MED è misurata su una scala numerica che va da 0 ad infinito e nella quale la dose minima di raggi UV con i quali si ha un arrossamento è fissata a 1. E’ quindi una scala che varia da persona a persona: per un fototipo 2 la MED è molto bassa, mentre si alza enormemente per un fototipo 4 o 5. Solitamente si tende a considerare che fino a 1 MED non esistono effetti collaterali all’esposizione agli UV, mentre oltre si comincia a verificare, oltre all’arrossamento, anche l’invecchiamento cutaneo, il danneggiamento degli occhi se non adeguatamente protetti e le possibili reazioni foto allergiche o fototossiche. Ma come si ci può proteggere? La soluzione sta nei filtri solari. Queste particolari creme infatti creano uno strato protettivo che consente di stare al sole senza danni.

Molti si convincono che chi si abbronza prima delle vacanze con i raggi UVA delle lampade riesce a evitare il rischio di ustione. Va ricordato però che questo tipo di radiazione è meno efficace nel produrre l'arrossamento della pelle e nel favorire l'abbronzatura. E che la pigmentazione ottenuta con le lampade UV-A non fornisce alla pelle lo stesso grado di fotoprotezione di quella ottenuta con la radiazione UV-B. La radiazione UVA infatti non fa aumentare lo spessore della pelle e quindi viene meno il fattore di protezione naturale. “Pertanto – continua l’esperta dell’Idi – è meglio prepararsi all’estate assumendo betacarotene per via orale, così si ottiene una maggiore concentrazione di melanina.

Il rischio per gli occhi non protetti da occhiali adeguati è molto elevato. Molti per evitare l’effetto Panda pensano che sia sufficiente chiudere le palpebre. “Sulla congiuntiva e la cornea la radiazione UV però – sostengono gli esperti dell’Iss – può produrre irritazione e infiammazione (fotocheratocongiuntivite), fenomeni acuti molto fastidiosi, come la sensazione di sabbia negli occhi, che di solito regrediscono dopo qualche giorno. Il danno al cristallino e alla retina è invece più subdolo, poiché non si manifesta con reazioni acute”.



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lunedì 18 gennaio 2016

La Chirurgia Plastica Etnica



Da alcuni anni è aumentato in tutto il mondo il ricorso a pratiche di medicina estetica e chirurgia plastica per modificare i tratti esteriori allo scopo di minimizzare gli elementi distintivi e caratterizzanti l’origine etnica. Queste esigenze estetiche, ispirate a modelli occidentali, non sono sentite solo dai ceti sociali più elevati ma anche dalla gente comune, in particolare da persone che intendono inserirsi in un Paese diverso da quello di origine. Una pelle più chiara, e un aspetto che non riveli in modo inequivocabile un’origine legata a paesi ancora poveri o in via di sviluppo, può rappresentare davvero un lasciapassare per un lavoro migliore, un salario più alto, e la via di accesso ad ambienti socialmente più elevati?

Gli interventi più richiesti della chirurgia plastica «etnica» sono la “cantoplastica”, ossia il rimodellamento degli occhi orientali per ottenere una forma più arrotondata e minimizzare quella a mandorla, la rinoplastica (la tecnica denominata “slump implant” mira a rimpicciolire la base del naso e affinare la punta) per i soggetti mediorientali sia donne che uomini ma anche per gli afroamericani che talora la associano alla cheiloplastica (la riduzione del volume delle labbra) e a liposuzioni per il rimodellamento corporeo.

«Un fenomeno tutt’altro che marginale e dalle complesse implicazioni psico-sociali che non possono essere sottovalutate dal medico - spiega il Professore Mario Dini, già Direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica dell’Università di Firenze, intervenendo nel corso di un incontro a Milano dedicato all’argomento - In realtà moltissime pratiche vengono eseguite da soggetti a basso reddito che cercano soluzioni economiche e spesso rischiose. Persone che si affidano a strutture dei loro Paesi dove talora non vigono strette norme di sicurezza e igiene. Per non parlare dell’enorme sottobosco dei trattamenti fai-da-te e dell’uso di prodotti spesso vietati che in molti casi portano a danni molto difficili da risolvere».

Ma, a parere di un esperto, modificare i tratti cercando di minimizzare l’origine geografica o etnica è sempre da evitare? «No, o almeno non in assoluto. Facciamo un esempio: il naso mediorientale è oggettivamente grande e sul volto delicato di una donna può appesantire e indurire i lineamenti. La rinoplastica quindi può migliorare l’aspetto e rendere una donna più bella in assoluto mentre schiarire la pelle con metodi aggressivi è uno stereotipo. Il rischio di assecondare tutte le richieste è di andare incontro ad una delusione e a una insoddisfazione. I media hanno fatto una enorme pressione per trasferire il concetto che la pelle chiara (uno degli stereotipi più comuni) sia legata alla possibilità di avere successo, ma questo è il frutto della necessità del marketing delle aziende di vendere prodotti sbiancanti e creme solari ad altissima protezione».

«Le persone hanno spesso idee fantastiche e attribuiscono ad un intervento sul corpo il potere di cambiare la propria vita - continua il professor Dini - La maggior parte delle volte non è così. È coerente pensare che una donna senza seno sia a più agio dopo averlo fatto ingrandire in modo che la sua immagine interiore corrisponda a quella reale, ma le questioni legate alla “razza”sono molto più delicate, profonde, antiche. Il paziente straniero che desidera assimilare il suo aspetto a quello occidentale, universalmente considerato di successo, spera che il bisturi possa cambiare la cultura e questo non è possibile».

L’analisi è condivisa dalla dottoressa Genevieve Makaping, antropologa, giornalista e scrittrice camerunense: «Il rischio di accettare incondizionatamente di intervenire su questi soggetti rispondendo sempre “si” alle loro richieste è di lasciarle in un limbo culturale. Le persone che cercano di cancellare o minimizzare i propri tratti originari non sono completamente assimilate agli occidentali e si allontanano dal proprio gruppo sociale che spesso critica e stigmatizza questa scelta perché si sente a sua volta discriminato. Questa pressione all’omologazione nasce in parte dalla mancanza di supporto e mediazione sociali nei paesi di origine e in quelli di destinazione. Molto spesso gli emigrati sono lasciati a loro stessi, con poche capacità di sviluppare i propri talenti e schiacciati da uno stigma che parte da loro stessi».



Dietro e oltre la «maschera» del corpo spesso si cela una richiesta di riconoscimento. Osserva il counselor interculturale Ivan Carlot nell’introduzione al testo La follia dei dannati. Franz Fanon e la psichiatria tra potere e dolore, cura e rivoluzione, di Mauro Semenzato (IPOC): «Le questioni coloniali, rispetto a cinquant’anni fa, sono oggi profondamente mutate; trasfigurate e riordinate lungo processi che garantiscono in continuità accumulazione, interessi e poteri. Questioni che si sono parallelamente depositate nelle vicende di popolazioni e di gruppi, nelle rappresentazioni e nelle biografie di molti di coloro che fuggono, che giungono anche in Italia con un’aspettativa, con domande, debolezze e vitalità. Spesso si tratta di una richiesta di riconoscimento: parola centrale e problematica nel discorso di Fanon. Il riconoscimento è in grado di essere ancora la conferma della (relativa) libertà concessa al negro, la ripetizione delle dinamiche di dominio e schiavitù; oppure essere un articolato percorso di rimeditazione e rimedio delle ingiustizie, un conoscere nuovo l’altro attraverso e oltre le maschere, conoscere altro dell’altro».

Ecco che la chirurgia estetica rende il naso negroide (narici larghe) più snello, le palpebre orientali meno pesanti, la bocca eccessivamente carnosa più delicata. La bellezza oggi ha i canoni occidentali. Soprattutto le donne asiatiche, ma anche quelle africane ed afroamericane, si rivolgono alla chirurgia estetica per avere tratti meno etnici. L’idea di bellezza sta diventando sempre più globale. Aumenta sempre più il numero delle donne (ma anche degli uomini) dai lineamenti asiatici e negroidi che si sottopongono alla chirurgia estetica per “occidentalizzare” i tratti somatici caratteristici dell’etnia di appartenenza.  Questo fenomeno iniziato in sordina negli ultimi anni è diventato una e vera e propria tendenza.

Nell’occhio a mandorla, la pelle palpebrale compresa tra il sopracciglio e le ciglia forma un piano quasi verticale, privo della “occidentale” piega palpebrale. L’occhio appare così più piccolo, con un’aria triste ed abbattuta. Per mettere maggiormente in risalto il proprio sguardo, molti asiatici ricorrono alla blefaroplastica “etnica”.

A ricorrere maggiormente a questo intervento sono le donne giapponesi desiderose di modificare i propri occhi a mandorla con uno sguardo più aperto e lineamenti più occidentali.

Le labbra carnose – simbolo di sensualità nella cultura moderna – sono un pregio ricercato dalle donne occidentali. Ma una bocca particolarmente carnosa risulta sproporzionata nell’armonia generale del viso. Molte donne dai lineamenti africani richiedono la cheiloplastica riduttiva per ridimensionare il volume delle labbra. Grazie ad incisioni laser realizzate dal chirurgo estetico all’interno della bocca è possibile ridurre il volume della mucosa senza cicatrici visibili.

L’intervento di chirurgia estetica più richiesto dai soggetti di origine africana riguarda la correzione del naso dalla conformazione tipicamente negroide (schiacciato).

La rinoplastica in questo caso è finalizzata alla riduzione delle strutture cartilaginee ed in particolare la cartilagine alare. Interventi di questo genere devono essere realizzati con particolare attenzione alla coerenza estetica di tutto il volto.

I diversi canoni di bellezza dei vari paesi tendono attualmente ad uniformarsi a quelli occidentali (europei / americani). Questa tendenza è rafforzata dai mezzi di comunicazione (TV, cinema, internet, stampa, ecc) che divulgano un’imagine stereotipata occidentale quale icona di bellezza universale.

Alcune osservazioni statistiche dimostrerebbero che nelle cliniche asiatiche si sta verificando un vero e proprio boom di richieste da parte di donne che si rivolgono ai medici chirurghi per sottoporsi a complesse operazioni facciali.

Sempre secondo le osservazioni di un istituto americano, nel corso dell’ultimo anno sarebbero aumentate del 12 per cento le donne che desiderano “occidentalizzarsi”.

Ancora in merito, l’istituto sottolinea come nei soli Stati Uniti un quarto degli 11 milioni di interventi plastici effettuati ogni anno riguarderebbero persone che desiderano celare i propri tratti etnici, andando in tal modo ad abbracciare gli standard europei e americani.

La percentuale è chiaramente più elevata nel territorio asiatico, dove cresce del 20 per cento la richiesta di interventi di trasformazione della linea degli occhi, con abbandono della forma “a mandorla” e opzione per quella occidentale.




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domenica 1 novembre 2015

LA SCARIFICAZIONE



Una delle mode  più stravaganti e rivoluzionarie degli ultimi anni: la scarificazione, che si è ampiamente propagata tra giovani e meno giovani.  Questa nuova  tendenza consiste nello  scalfire tatuaggi sul corpo, incisioni indelebili che “marchiano” la pelle nuda asportandone dei  lembi .

Questo  fenomeno sta dilagando in tutta Europa. Si tratta di una pratica dolorosissima e molto criticata per le conseguenze e le tracce  che lascia sulla pelle di chi si sottopone a questo tipo di “arte”.

Sono sempre di più,  le persone che si sottopongono a  questo nuovo modo di tatuare la pelle, infatti la scarificazione permette di ottenere dei tatuaggi in 3D.

La scarificazione è una deformazione cutanea a scopi decorativi e protettivi, collegata a molte motivazioni. In passato, era praticata soprattutto da molte etnie africane, e spesso coincideva col rito iniziatico del passaggio dall'infanzia all'età adulta. Determinante era che il soggetto sottoposto a questa pratica molto dolorosa, e che poteva far perdere sangue in abbondanza, sopportasse le incisioni in stoico silenzio. La sofferenza è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra il coraggio e il valore del ragazzo che entra nell'età adulta: il popolo Nuer (Sudan meridionale e zona occidentale dell'Etiopia) ancora oggi si fa tagliare col rasoio, sei larghe strisce sulla fronte. L'operazione è molto pericolosa, in quanto la recisione di un nervo frontale può portare alla morte, nonostante i tentativi di arginare l’emorragia. Dopo un lungo periodo di convalescenza l'iniziato è ammesso alla tribù con grandi feste.

La scarificazione consiste in incisioni, tagli della pelle (con coltelli, rasoi, conchiglie, pietre affilate, ecc.) bruciature, allo scopo di produrre cicatrici permanenti. Ogni cicatrice viene soffregata varie volte con polveri e prodotti coloranti e lasciata a lungo aperta, finché la particolare pelle cheloide dei popoli africani non si cicatrizzi con forte evidenza plastica. I motivi preferiti sono solitamente di tipo geometrico, ma a volte vengono incisi animali stilizzati. Ogni etnia aveva i propri simboli. Sovente le donne avevano imponenti scarificazioni sul ventre, che ne costituivano anche l'attrazione sessuale. Come il tatuaggio e la mutilazione, la scarificazione era considerata segno di qualificazione sociale, e parecchie donne affermavano che senza quei segni non si sarebbero mai sposate. Nonostante sembrino intollerabili agli occidentali, le scarificazioni femminili erano fortemente attrattive per i gli uomini dei vari clan, che non sopportavano la pelle liscia, ma preferivano accarezzarne le escrescenze.

Impropriamente identificata con il tatuaggio, la scarificazione è diffusa soprattutto in Africa centrale ed in Nuova Guinea, sebbene molti governi locali le abbiano proibite. Questo processo venne utilizzato anche dalle popolazioni nordiche in epoca romana. Ad esempio gli storici romani affermavano che i Goti si incidessero le guance per non far crescere la barba. Questo fine rimane molto dubbio, ma di fatto testimonia la pratica della scarificazione anche in epoca romana.




Il significato delle scarificazioni, come per i tatuaggi è: di tipo estetico; di tipo apotropaico; di tipo onorifico; di tipo religioso (frequente tra gli indigeni convertiti al cristianesimo). In Etiopia molti indigeni abissini possono avere croci marcate a fuoco sulla fronte, o scarificazioni col numero delle messe cui hanno assistito; di tipo informativo, ossia a quale clan si appartiene, lo stato sociale. Ad esempio gli Shilluk dell'Alto Nilo hanno sulle arcate sopraccigliari caratteristiche scarificazioni dette "a grani di rosario" che vengono eseguite sia sugli uomini sia sulle donne e dipinte con terra bianca per evidenziarle. In una tribù musulmana dell'Alta Etiopia era usanza di scarificare sul dorso le pene inflitte ai colpevoli di qualche reato: ho rubato una mucca, ho commesso adulterio, ecc. La scarificazione di tipo totemico era legata ad un animale in cui ci si identificava. I boscimani infatti, praticavano una serie di incisioni sulla fronte dentro a cui cucivano microscopici frammenti di carne di antilope, animale di cui erano convinti di acquisire la velocità.

E’ considerata un nuovo traguardo raggiunto dalla body art, ormai la moda dei tatuaggi comuni non fa più effetto. Attraverso l’uso di uno strumento chirurgico elettrico la pelle viene bruciata e cauterizzata mettendo in risalto lo strato di epidermide  incisa, oppure l’incisione avviene direttamente sul disegno con l’uso di un bisturi.

La tecnica della scarificazione ottenuta con lo strumento chiamato elettrodermografo è meno invasiva rispetto al tatuarsi con l’uso del bisturi.

La pratica della scarificazione e' molto pericolosa e si consiglia vivamente, se proprio si e' intenzionati a praticarla, di affidarsi a mani esperte e di non provare ad eseguire queste tecniche in maniera amatoriale. Le conseguenze potrebbero essere disastrose.

Le principali tecniche sono quattro: Il BRANDING (marchio a fuoco), il CUTTING (incisione), l'ICE KISS (marchio di ghiaccio) e la SCARIFICAZIONE (scaring in inglese) vera e propria.
Ognuna di queste tecniche permette di ottenere risultati differenti e si va dalle sottili cicatrici in rilievo alle profonde ferite.

Per branding si intendono le cicatrici ottenute attraverso delle serie di bruciature provocate da oggetti riscaldati ( di solito acciaio o ceramica ) posti a contatto con la pelle. Il risultato come e' facile immaginare sono delle cicatrici in rilievo di un colore piu' scuro rispetto al tono della pelle.
Questa pratica fu pubblicizzata per la prima volta negli Stati Uniti appena una decina di anni fa dalla rivista "Modem Primitive" e subito esportata in Olanda, Germania e Inghilterra. In Italia gli studi attrezzati sono ancora pochissimi.Un branding non viene eseguito in una volta sola ( come la marchiatura degli animali per intenderci ), ma il disegno viene diviso in piu' parti e vengono creati i vari pezzi che lo comporranno con il metallo (o il materiale scelto).
Solitamente si e' portati a pensare che sia una pratica molto dolorosa perche' prevede delle bruciature. Invece non e' cosi' in quanto le parti roventi bruciano anche le terminazioni nervose facendo scomparire la sensazione di dolore che cosi' dura pochissimo.
La parte piu' noiosa invece e' la guarigione perche' la ferita si irrita facilmente. A volte per ottenere delle cicatrici piu' evidenti questa irritazione e' provocata volontariamente.
Degli effetti molto simili al branding possono essere raggiunti anche grazie alle bruciature da freddo ottenute da materiali ghiacciati (ICE KISS) come l'azoto liquido.

IL CUTTING viene praticato usando strumenti molto affilati come dei bisturi chirurgici, senza andare molto in profondita' (un paio di millimetri) , permettendo cosi' un buon controllo sul disegno. Una volta guarito il cutting si presenta come una sottile cicatrice in rilievo. Per accentuare l'effetto e' possibile eseguire dei tagli perpendicolari nei bordi interni della ferita appena creata, massaggiare con dell'inchiostro da tatuaggio la ferita, forzarne il ritardo della guarigione come per il branding.




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CORPI SCOLPITI



Da sempre uomini e donne intervengono sul proprio corpo in modo tale da essere riconosciuti e accettati all’interno della propria società. Dalla chirurgia estetica si possono trarre modelli per una nuova visione del proprio fisico che diventa capitale su cui investire anche in prospettiva di una scorciatoia sociale.

Avere addominali scolpiti in poco tempo, e in generale un corpo tonico, è praticamente il sogno di tutti, uomini e donne: non si tratta di un obiettivo irraggiungibile, anzi. Esiste una precisa dieta da seguire che, unita al corretto allenamento fisico e a un po’ di impegno, consente di avere gli addominali tanto desiderati e una pancia piatta.
Non si otterrà mai un addome ben definito e curato senza rimuovere il grasso in eccesso, dunque in questo caso l’alimentazione gioca un ruolo indispensabile: si dovrebbe innanzitutto prediligere una dieta ipocalorica, a basso contenuto di grassi, che preveda un menu composto da pietanze scarse di sale e con una quantità limitata di carboidrati. Meglio bere molta acqua, almeno 2 litri al giorno, così da assicurare al corpo il corretto livello di idratazione.
In una dieta per avere gli addominali scolpiti, non possono mancare i seguenti alimenti:
frutta fresca e verdure di stagione, come ad esempio zucchine, cipolle, spinaci, funghi, broccoli, peperoni, lattuga, pomodoro e via dicendo;
carne magra, soprattutto bianca come pollo, tacchino, coniglio;
uova, anche se è meglio assumerne solo l’albume, dato che un massiccio consumo del tuorlo contribuisce ad aumentare il livello di colesterolo cattivo nel sangue;
latte di cocco, da aggiungere nei frullati e negli yogurt (magri);
noci e mandorle non tostate;
avocado, da aggiungere a insalate e panini;
piccole quantità di burro biologico;
pasta, pane e riso integrali, in piccole quantità;
pesce e crostacei;
crusca e farina d’avena;
legumi;
salse semplici per condire la pasta.
In generale si dovrebbero fare cinque pasti al giorno, 3 principali (colazione, pranzo e cena) e dunque abbondanti e 2 spuntini smorza-fame, preferibilmente a base di frutta e yogurt magro. Tra gli alimenti da evitare vi sono i prodotti da forno, quelli eccessivamente calorici, grassi e ultraconditi, snack, bevande gassate e zuccherate e alimenti raffinati.



Interessante capire cosa spinge un ragazzo a voler diventare 'enorme', fortissimo, e 'intimidatorio', oppure 'scolpito' come una statua di Michelangelo.

Anche perché spesso alla base della ricerca del muscolo più grosso possibile, o del corpo più scolpito e tonico possibile, vi sono delle motivazioni che gli specialisti considerano 'borderline' o quasi patologiche.

Il fatto di dedicare quotidianamente un tempo e soprattutto un'attenzione esasperata all'allenamento, festività comprese, ha come inevitabile conseguenza il sovvertimento delle altre priorità: si cerca di adeguare gli orari di lavoro, magari uscire prima o addirittura non andare al lavoro perché l'allenamento lo richiede, non si vedono più gli amici perché quando loro si trovano, la persona deve essere al suo allenamento che in questi casi è rigorosamente "solitario"; e il tempo libero non passato in palestra viene dedicato a letture o navigazione in internet che consentano di approfondire la "pseudoscienza" degli integratori alimentari o peggio dei farmaci che si possano assumere per migliorare la performance.

Anche la ragazza passa all'ultimo posto e guai se si lamenta, considerato che la ricerca spasmodica e patologica della forma fisica perfetta non è finalizzata ad ottenere lodi e consensi e apprezzamenti (e chi più della partner dovrebbe "goderne"), ma ad una sfida con se stessi che non ha un traguardo, ma che appunto sposta sempre più in là l'asticella…

Il quarantenne/cinquantenne che "scopre" ad una certa età ("critica" bisognerebbe dire) le meraviglie del fitness, lo fa spinto da motivazioni differenti da quelle del giovane. Tra queste motivazioni probabilmente la ricerca di qualcosa che lo faccia uscire da una certa insoddisfazione personale, relazionale, piuttosto che spinto da un bisogno di ringiovanire e recuperare le emozioni di quella età (magari un amore con una ragazza molto più giovane). E non dimentichiamo che entro certi limiti non solo l'immagine che rimanda lo specchio è fonte di gratificazione se non si vede più quell'odiosa pancetta, ma che la sensazione soggettiva di benessere che l'attività fisica comporta è realmente "cosa" di valore, soprattutto per quelli ai quali magari il medico ha già detto che stanno lavorando con troppo stress per guadagnare sempre di più e godere di un'immagine di prestigio…

Esiste un punto limite, spingersi oltre il quale comporta non un progressivo vantaggio ma una serie sempre più ampia di svantaggi, il peggiore dei quali potrebbe riguardare proprio la salute fisica, non soltanto l'equilibrio psichico, proprio nella perdita di libertà e quindi della capacità di decidere per il meglio.



L'approccio terapeutico sotto il profilo psichiatrico vede nelle psicoterapie cognitivo-comportamentali lo strumento di maggior efficacia per riportare i comportamenti relativi all'allenamento esagerato e quelli alimentari patologici, in un ambito di normalità. Una attenzione particolare dovrà essere data dallo specialista psichiatra (che per questo è la persona appropriata per la valutazione iniziale del caso) ad eventuali patologie concomitanti, in particolare all'esistenza di un disturbo ossessivo-compulsivo propriamente detto.

Un problema molto particolare che si pone al confine tra i disturbi dell’alimentazione e le dipendenze patologiche è quello della bigoressia, o vigoressia, che dagli americani è stato anche definito con il termine tradotto di anoressia riversa.
Le persone bigoressiche sono persone che hanno l’ossessione di avere un fisico perfetto. E già qui ci sarebbe molto da discutere. Il fisico perfetto è davvero quello proposto dai media e dalle pubblicità? E quindi ecco che il bigoressico uomo insegue l’ideale dell’uomo palestrato muscoloso, dove al fisico perfetto si affianca l’idea di mascolinità esasperata ed esasperante e di forza e dinamicità, e la donna bigoressica che insegue l’ideale del gluteo perfetto, del sedere e del seno super rassodati. Il disturbo è stato spesso studiato in relazione al genere maschile, ma riguarda anche le donne.
Come mai questo disturbo si pone al confine tra i disturbi dell’alimentazione e le dipendenze patologiche? Innanzitutto, è chiaro che il nome di “anoressia inversa” ha un senso perché il fisico che la persona con questo problema vuole ottenere è un fisico vigoroso, prestante, atletico, prorompente, sia che si tratti di uomini che di donne. In realtà anche questo è l’obiettivo che le persone anoressiche cercano di ottenere. Ma il risultato finale è tangibile e differente: da una parte un corpo denutrito (anoressia), dall’altra un corpo apparentemente in salute e perfetto (vigoressia).
E qui si pone un problema molto centrale: come può una persona che giunge ad ottenere un fisico così perfetto considerarsi con un problema? E’ molto difficile infatti che una persona vigoressica chieda aiuto e che anche persone attorno possano consigliarglielo.
Ma se guardiamo al quadro patologico (e qui capiamo l’intreccio tra area dell’alimentazione e area della dipendenza patologica), la persona presenta un comportamento compulsivo ed impulsivo nei confronti dell’attività fisica, che non si placa mai. Gli sforzi vanno continuamente aumentati (tolleranza), il fisico va reso sempre più perfetto, definito e scolpito, le ore di palestra non sono mai sufficienti, l’attività fisica viene sempre più tollerata e sopportata, quasi come se il corpo fosse abituato a non sentire la stanchezza fisica, che è un importante indice perché ci dice che dobbiamo staccare, che dobbiamo riposarci, dobbiamo riprendere energie. Quali differenze trovate con una persona tossicodipendente, alcolista, giocatore patologico o internet dipendente?
Al tempo stesso per far sì che questo fisico perfetto si concretizzi la persona con problemi di vigoressia utilizza in maniera spasmodica e compulsiva cibi ipocalorici e/o integratori alimentari, assume anabolizzanti che possono essere molto pericolosi, si chiede costantemente se il numero di proteine è adeguato agli obiettivi che vuole raggiungere.
Si instaura in pratica un forte circuito in cui c’è un costante controllo non solo sull’attività fisica da svolgere e sul monitoraggio continuo del proprio corpo, ma al tempo stesso su tutto ciò che riguarda l’alimentazione.
Proprio come le persone anoressiche, le persone vigoressiche sono eccessivamente focalizzate sul proprio corpo, ma presentando una distorsione percettiva, certo differente, ma in ogni caso preoccupante. Alla fine dei conti né gli anoressici nè i vigoressici sono soddisfatti del risultato ottenuto: gli anoressici continuano a vedere il proprio corpo eccessivamente grasso mentre i bigoressici continuano a vederlo troppo flaccido. Sono un po' le due facce della stessa medaglia. E in entrambi dei casi, la posta in gioco deve farsi sempre più alta (e rischiosa).





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