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martedì 1 maggio 2018

CAPELLI BLU



La prima a tingersi i capelli di blu è stata l'attrice Lucia Bosé.

Oggi frotte di ragazze giovani e giovanissime ambiscono ad avere i capelli blu. Ma, come ha ampiamente dimostrato l'ex reginetta di bellezza, il blu è un colore che non ha età. L'importante è "sentirselo" addosso. Sì, perché fa comunque parte delle tinte audaci che acquistano e donano fascino se le se si porta con disinvoltura.

Il blu diventa un'alternativa alle tinte tradizionali, dando di sé un'immagine frizzante e decisamente non convenzionale. Sarebbero queste le motivazioni comuni per cui i capelli blu piacciono tanto.



A volte nella nostra vita abbiamo bisogno di fare delle pazzie, senza nessun motivo preciso. Tingersi i capelli di blu è un modo divertente per uscire da una routine ormai noiosa e stantia. 

Il blu è il colore della tranquillità, della meditazione e della profondità interiore. È un colore raffinato e anche sui capelli, pur donando un look fuori dagli schemi, è elegante più del rosa, del verde e del grigio, molto difficile da portare perché va abbinato a una personalità forte e a un trucco studiato sulle tonalità dei capelli e della pelle.

I capelli blu a volte parlano dell'elemento acqua. Le ragazze con tali capelli sono di solito nature fedeli e sottili, meravigliose casalinghe.




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sabato 23 luglio 2016

I BENEFICI DEI FANGHI



La fangoterapia è una terapia termale che viene effettuata impiegando fango termale rimasto in infusione in speciali contenitori per circa 50-60 giorni.

Il fango maturo è alla base della fangoterapia che si compone di quattro passaggi:
l'applicazione del fango,
il bagno in acqua termale,
la reazione sudorale,
il massaggio tonificante.
Il fango viene applicato direttamente sulla pelle ad una temperatura tra i 37 °C e i 38 °C per un periodo che varia dai 15 ai 20 minuti. Al termine dell'applicazione, il paziente, dopo essere stato sottoposto ad una doccia calda, si immerge nel bagno termale alla temperatura di 37-38 °C per circa 8 minuti. Infine, viene asciugato con panni caldi.

La fangoterapia è efficace nelle forme infiammatorie croniche dell'apparato locomotore quali artrosi articolari, tendiniti, dolori e infiammazioni muscolari.

La fangoterapia è considerata un trattamento estetico e curativo a base di fango, utilizzato per eliminare i liquidi in eccesso, trattenuti soprattutto nei tessuti di gambe, addome e fianchi.

I fanghi sono una melma costituita dalla mescolanza di una componente solida con una componente liquida (acqua minerale o termale) e utilizzati sotto forma di "impacco". La componente solida ha una base inorganica, costituita principalmente da argilla, e una organica che comprende microflora (batteri, alghe, diatomee, protozoi, etc.), microfauna, humus, composti humo-minerali e vegetali di diversa natura, derivanti principalmente dalla fase di maturazione dei fanghi stessi o dal loro precedente utilizzo (detriti cellulari, secrezioni, etc.).

Nella componente liquida distinguiamo l'acqua contenuta nel fango vergine, che impregna il fango nel giacimento di origine, dall'acqua minerale nel quale viene fatto "maturare" il fango. Infatti, prima di poter essere utilizzato, il fango grezzo deve essere sottoposto ad un particolare processo di "maturazione".

Quello proveniente dalla sorgente, è sottoposto a macerazione per lungo tempo nell’acqua minerale, in modo che i granelli di argilla subiscano una trasformazione caricandosi di proprietà chimiche e chimico-fisiche dell’acqua in cui sono posti a macerare. Le acque minerali, oltre che a mineralizzare i fanghi, contribuiscono al processo di maturazione anche attraverso l'apporto di microorganismi e alghe.

Dalle proprietà fisiche dei fanghi deriva la loro consistenza, la concentrazione di sostanze attive in essi contenuta e il tipo di trattamento terapeutico per cui cui verranno applicati. Le proprietà del fango sono: la capacità calorica, cioè il potere di accumulo o di dispersione del calore, quando vengono a contatto con la pelle. La plasticità, cioè il grado di malleabilità del fango e quindi la capacità di aderire alla superficie corporea.

Questa proprietà è in relazione con il numero e le dimensioni delle particelle della componente solida: un'argilla è tanto più plastica quanto maggiore è il numero delle particelle che la compongono e quanto minore è la loro dimensione. Il potere di assorbimento e di scambio ionico dovuto al processo di osmosi in virtù del quale le sostanze minerali entrano attraverso la pelle ed escono particelle di acqua e di grasso.

L'osmosi è un processo fisico spontaneo di scambio, vale a dire senza apporto esterno di energia, che tende a diluire, in presenza di due soluzioni separate da una parete semipermeabile, come può essere la pelle, quella più concentrata, allo scopo di ridurre la differenza di concentrazione. Questo processo è un fenomeno importante in biologia, che interviene in alcuni processi di trasporto passivo attraverso membrane biologiche.

In Italia la fangoterapia è una pratica legata alle scienze e cure naturali, quindi non esiste ufficialmente la figura del fangoterapeuta. Si tratta di medici specializzati o persone esperte di terapie naturali che offrono la loro conoscenza riguardo questa cura.

Il Sistema Sanitario Nazionale copre l’erogazione delle cure termali per i pazienti colpiti da malattie: reumatiche, delle vie respiratorie, dermatologiche, ginecologiche, otorinolaringoiatriche, dell’apparato urinario, vascolari, dell’apparato gastroenterico. Per accedere alle cure, è necessaria la prescrizione del medico di base.

Ticket e spese di soggiorno sono a carico dell’assistito, che può scegliere lo stabilimento termale che preferisce tra quelli accreditati per il determinato ciclo di trattamento.

Depurano la pelle, spengono le infiammazioni e drenano i ristagni di liquidi. I fanghi, morbido impasto di argille miscelate sapientemente con acqua e ingredienti specifici, sono quanto di più indicato per risolvere gli inestetismi più comuni, come la cellulite, l’acne, la forfora.

Composti da una parte solida, a base di materiale organico e inorganico, e una liquida, cioè le acque minerali, i fanghi utilizzati per scopi estetici di solito contengono materiale terroso molto fine che restando a contatto per lungo tempo con acque termali, ne assorbe i principi attivi, come lo zolfo, le vitamine, gli oligoelementi. Spesso, la formulazione dei fanghi è arricchita da altre sostanze dall’azione specifica (fitoestratti, acido salicilico, oli essenziali, derivati marini) che ne modificano e aumentano l’efficacia.

La loro azione è dovuta in gran parte al cosiddetto effetto osmotico: applicando i fanghi sul corpo, si crea uno strato isolante che aumenta la temperatura della pelle, e di conseguenza i pori si aprono favorendo la penetrazione dei principi attivi contenuti nella miscela, con risultati che dipendono dalle zone del corpo dove avviene l’applicazione e dalle sostanze utilizzate: ricorrendo ai fanghi si può contribuire a eliminare il sebo in eccesso oppure contrastare la formazione di brufoli e impurità, rendere la pelle  levigata e morbida o ridurre i ristagni di liquidi, rivitalizzare i capelli regolarizzando anche la produzione di forfora o più semplicemente ridare un bel colorito al viso. Chi ama le fragranze, può trovare in commercio fanghi profumati: contro la cellulite per esempio ne esistono alcuni di colore bianco perché a base di caolino (sostanza che viene utilizzata al posto dell’argilla), e profumati alla cannella, oppure alla menta, o ancora all’anice stellato.



Supersicuri, i fanghi sono controindicati solo durante la gravidanza e l’allattamento (ma è possibile applicarli se il medico dà l’ok). In ogni caso, tenete presente che un leggero rossore o un pizzicore sono reazioni normali, dovute all’aumento della microcircolazione della cute, e di solito scompaiono a distanza di mezz’ora o di un’ora dal risciacquo. Attenzione però: se nel corso dell’applicazione queste sensazioni sono molto forti, è bene ridurre i tempi di posa. Non esponetevi ai raggi solari subito dopo il trattamento: durante i mesi estivi, è meglio applicarli di sera e aspettare fino al mattino prima di sdraiarsi al sole.

Chi soffre di cellulite non lascia niente di intentato pur di contrastarla, ben sapendo di avere a che fare con un “nemico” subdolo e insidioso:  e tra i vari rimedi contro la cellulite ci sono anche i fanghi, drenanti e stimolanti per la circolazione.

Efficacissimi sono quelli a base di alghe, che a questo scopo vengono raccolte, lasciate essiccare e lavorate in modo tale da non alterarne il contenuto in minerali, vitamine, glucidi, protidi, grassi e altre sostanze benefiche. Grazie agli estratti marini e vegetali, hanno un’azione drenante, ovvero  contribuiscono a eliminare il ristagno di liquidi e tossine tipico della cellulite, oltre a stimolare la circolazione. Si applicano sulla pelle ben pulita, avvolgendosi poi con una pellicola da cucina. Si tengono in posa per venti-trenta minuti, poi si sciacqua. Per ottimizzarne l’effetto del fango, si può applicare una crema coordinata, a base di estratti tonificanti e rinfrescanti. Potete acquistarli già pronti in qualsiasi erboristeria e in molte farmacie con settore naturale.

Anche i capelli possono giovarsi dell’applicazione di fanghi specifici. In commercio esistono formulazioni studiate per chiome secche, grasse o normali, opportunamente arricchite con alghe, oli vegetali, argilla ventilata e oli essenziali, per riequilibrare la produzione di sebo, nutrire i capelli contrastando la formazione delle doppie punte e renderli più morbidi e setosi. Gli impacchi si applicano di solito una o due volte alla settimana, sui capelli bagnati e con un leggero massaggio, lasciandoli in posa in alcuni minuti prima di sciacquare.

I fanghi termali sono molto utili nel combattere lo stress attraverso la fase di rilassamento muscolare che inducono naturalmente, inoltre purificano e disintossicano la pelle che appare subito più levigata e morbida al tatto. Anche la circolazione sanguigna trae notevoli benefici dalla fangoterapia con un effetto drenante e anticellulite.

Non ultimo l’effetto benefico sulle infiammazioni e sui dolori articolari. Esistono poi degli speciali fanghi termali salso-bromo idrici e di estratti di quillaja saponaria, trigonella, kigelia e luppolo che donano un effetto tonificante al decoltè.

Per eseguire nella maniera ottimale la fangoterapia occorre tenere a mente delle regole precise e affidarsi alla professionalità di centri specializzati. La temperatura del fango deve essere di circa 50 °C, con una media di 47 °C. La durata dell’applicazione non dovrebbe mai oltrepassare i 15-20 minuti con una sola applicazione giornaliera. Dopo l’applicazione, rimosso il fango, si effettua un bagno in acqua normale o minerale alla temperatura di 37-38 °C. Ogni quattro giorni è essenziale un giorno di riposo e tutto il ciclo di cura non deve superare dodici o quindici applicazioni.


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mercoledì 1 giugno 2016

I TRATTI SOMATICI



Le notevoli differenze esteriori che contraddistinguono i gruppi umani sono in gran parte dovute al fattore climatico. Nelle lunghe migrazioni che hanno portato l’Homo sapiens dall’Africa, sua regione d’origine, in tutti gli angoli del pianeta, gli esseri umani sono stati capaci di adattarsi alle diverse condizioni ambientali via via incontrate, grazie alla selezione naturale: un processo di adattamento indispensabile alla sopravvivenza, vista la forte differenza sussistente tra le condizioni climatiche del continente africano rispetto a quelle presentate dagli altri continenti.
Uno dei segni più evidenti su cui si basa la classificazione degli esseri umani è il colore della pelle, determinato dalla quantità di melanina presente nell’epidermide, che produce una vasta gamma di sfumature, dall’estremamente chiaro delle popolazioni nordeuropee allo scuro intenso di certi gruppi africani.
Il colore della pelle è solo una delle modificazioni avvenute nel corpo in risposta alle nuove condizioni ambientali via via incontrate dall’uomo nel lungo processo di colonizzazione del pianeta. Se si osservano le dimensioni corporee delle popolazioni che vivono in regioni molto umide, come la foresta tropicale (pigmei, indios amazzonici), si nota immediatamente quanto esse siano ridotte rispetto alla media umana. Infatti in un clima caldo e umido è conveniente essere piccoli per aumentare la superficie rispetto al volume, poiché è alla superficie che avviene l’evaporazione del sudore, che consente al corpo di raffreddarsi. Inoltre un corpo piccolo necessita di un minore impiego di energia nel muoversi e quindi di una minore produzione di calore interno. Allo stesso modo, i capelli crespi, tipici dei pigmei della foresta dell’Ituri (Congo) e dei neri in generale, trattengono maggiormente il sudore, prolungando l’effetto di raffreddamento dovuto alla traspirazione (Cavalli Sforza 1996). Nelle popolazioni che vivono in climi freddi sono caratteristici i tratti somatici di tipo mongolico: il naso piccolo riduce il pericolo di congelamento e le narici affilate fanno in modo che l’aria, arrivando più lentamente ai polmoni, si riscaldi e acquisti umidità; l’accumulo di grasso sotto le palpebre protegge gli occhi dal freddo e lascia un’apertura molto sottile, che riduce l’esposizione dell’occhio ai venti artici; il volume corporeo è maggiore di quello delle popolazioni di foresta, poiché, diminuendo la superficie rispetto al volume, si riduce la dispersione di calore verso l’esterno; il corpo e la testa, infine, hanno forme che tendono alla rotondità, in quanto la forma sferica trattiene maggiormente il calore.  Per contro, nei popoli che abitano regioni torride e desertiche (come i gruppi nilotici dell’Africa orientale o i tuareg del Sahara) si nota una tendenza verso una figura allungata e sottile, che consente una dispersione del calore ottimale e un migliore raffreddamento.

Le migrazioni sono causa di incroci tra individui di popolazioni diverse, con conseguente inevitabile modificazione delle frequenze geniche. Per esempio, come risultato del flusso di geni, la popolazione del Brasile moderno ha una frequenza genica che non era caratteristica degli africani, europei e nativi americani che contribuirono alla formazione di tale popolazione (Harris 1993).

Si è visto come la diversità del colore della pelle e delle dimensioni corporee sia in realtà un fattore adattivo, dettato in particolare dall’influenza del clima e pertanto non legato alla razza. Procedendo a una mappatura sistematica si possono riscontrare diversità genetiche anche tra piccole popolazioni contigue e, scendendo ancora più nel dettaglio, si potrebbero mettere in evidenza le diversità genetiche esistenti tra gruppi di individui all’interno della popolazione stessa. Se ci sono differenze di tipo genetico, queste non sono dovute alla separazione delle razze in quanto tali, bensì a eventuali barriere di tipo linguistico o di tipo ambientale. In quest’ottica, appare chiaro che la volontà di classificazione, seguendo un rigoroso metodo scientifico, dovrebbe portare a un frazionamento totale del genere umano, dove, per assurdo, ogni individuo verrebbe a costituire una razza a sé.

Se i processi adattivi hanno provveduto a modificare i corpi degli uomini in conseguenza dei loro habitat, gli uomini hanno contribuito a creare altre differenze per distinguere il proprio gruppo di appartenenza da quelli limitrofi, modificando i tratti originali del corpo tramite particolari acconciature dei capelli, tatuaggi, cicatrici, deformazioni corporali ecc. (decorazione). Così, per esempio, nell’Africa occidentale i diversi gruppi etnici si distinguono tra di loro in base alle cicatrici che vengono incise sul volto dei neonati, le quali rappresentano una vera e propria ‘carta d’identità’ dalla cui lettura è possibile stabilire il gruppo etnico del portatore, la regione di origine e, in alcuni casi, anche il clan cui esso appartiene.
Una delle modificazioni più appariscenti è la deformazione del cranio, pratica seguita da diverse popolazioni. Gli armeni e i curdi dell’Asia minore si deformavano il cranio per evitare di essere confusi con i turchi e quindi condotti come schiavi in Persia. Lo stesso costume era diffuso forse nel Messico precolombiano e sicuramente fra alcuni gruppi di indiani del Nord America (un gruppo di essi era significativamente conosciuto come ‘teste piatte’). Un’altra testimonianza dell’esigenza di segnare sul corpo la differenza di status e di potere è riscontrabile fra i dìì del Camerun, dove la popolazione maschile pratica la circoncisione, mentre il capo per esprimere la sua diversità si sottopone a un’ulteriore operazione, attraverso la quale il pene è privato quasi completamente della pelle. Anche la tendenza a ‘scrivere’ sui corpi per definirne la particolarità è uno dei segni tipici dell’attività culturale, che determina la distinzione in primo luogo tra gli uomini e gli animali e, successivamente, tra i diversi gruppi umani. La necessità di non essere uguali agli altri nasce dall’esigenza di creare un ‘noi’ definito e limitato. La comunità, il gruppo, l’etnia sono entità che esistono in funzione di una loro diversità rispetto agli altri, diversità che, non essendo sempre evidenziata da tratti naturali visibili, viene creata mediante la modificazione particolare del proprio corpo al fine di trasformarlo in ‘emblema’ che rappresenti l’appartenenza a un determinato gruppo. La creazione di un’identità implica due operazioni diametralmente opposte: la prima consiste nel ‘separare’ e quindi nel rendere diverso; la seconda invece nell’‘assimilare’, cioè nel rendere uguale (Remotti 1996). Lo scrivere sul proprio corpo risponde a queste due esigenze: tracciando segni particolari, utilizzando colori specifici, modificando forme originali di parti del corpo, si rende quest’ultimo diverso dagli altri; allo stesso tempo tali operazioni danno vita a un gruppo che si riconosce, per opposizione, in quanto portatore unico di tali segni distintivi.

Il paradossale che si riscontra in quasi tutti gli organismi dell'Australia, si mostra anche nell'uomo indigeno di questo continente, ciò che ha condotto ad elevarlo a tipo speciale. I suoi caratteri fisici sono i seguenti: statura raramente superiore a metri 1,83, ne inferiore a m. 1,52; in media può calcolarsi per gli uomini a m. 1,62 e per le donne a m. 1,58. Corpo snello, braccia e gambe lunghe, generalmente assai magre. Ventre molto prominente. Fronte stretta, di solito fuggente; occhi piccoli, neri, infossati; naso alla radice depresso, in basso largo, aquilino. Zigomi larghi, mandibola robusta, mento rientrante. Bocca grande con labbra tumide. Capelli lunghi, lisci, ondulati o ricciuti, ma non lanosi, neri o bruni oscuri. Corpo riccamente peloso, barba bene sviluppata. Pelle nera o bruna oscura che tramanda un odoro ingrato. Indice cefalico in media di 71,49; indice dell'altezza, 73. Capacità craniana poco superiore ai 1200 c. c. Angolo facciale inferiore a 70 gradi. Abita l'Australia.

Facoltà intellettuali, bassissime. Di pudore nessuna traccia tanto è vero che i missionari non hanno mai potuto abituarli a portare vestiti. Praticano la pittura del corpo ed il tatuaggio, e dedicano molte cure alla capigliatura ed alla barba. Conducono vita nomade ed hanno capanne assai imperfette. Sono onnivori e alcune tribù dedite all'antropofagia.

I Negriti hanno statura bassa che in media non tocca i m. 1,47; capelli neri, lanosi, disposti a ciuffi; pelle nera o lucente; barba scarsissima. Sono subbrachicefali, poichè l'indice cefalico non supera il valore di 83. Abitano le isole Andamane, l'interno della penisola di Malacca e le isole Filippine, e si suppone che nei tempi passati avessero una distribuzione geografica assai più estesa della presente. A seconda della località da essi abitata ebbero nomi diversi; cioè si distinguono i Mincopai delle isole Andamane, i Semangi dell'interno di Malacca, gli Aeti delle isole Filippine, e i Chalangi di Giava.

I Tasmaniani avevano una statura fra m. 1,67 e 1,73, raramente più alta; torace ampio e bene sviluppato, braccia piuttosto lunghe; mani delicate e piccole; gambe sottili e scimmiesche e piedi sproporzionatamente grandi, larghi e piatti. Pelle ruvida, come si suol dire, atta per accendere fiammiferi, arida, di odore caprino e di colore fuliginoso a diverse sfumature. Capelli lanosi, disposti a ciuffi; estesi molto in basso sulla fronte in ambedue i sessi. Barba negli uomini bene sviluppata, corpo dei medesimi molto peloso e sovente anche nelle donne. Occhi vivaci, infossati, ad iride bruna oscura. Naso breve, alla base depresso, largo, con pinne molto sviluppate. Bocca enorme, labbra grosse. Denti bianchi, grandi. Fronte stretta, bassa, alquanto fuggente. Mento largo, ma basso e sfuggente indietro. Indice cefalico fra 76 e 77. Prognatismo moderato. Capacità craniana alquanto superiore a quella degli Australiani. Abitavano la Tasmania.

Dei Tasmaniani non ci restano che alcuni crani sparsi nei diversi Musei, qualche fotografia degli ultimi superstiti ed i ricordi dei viaggiatori. La scomparsa di questi selvaggi è dovuta in buona parte alla brutalità degli Inglesi che li trattarono come animali feroci.



I Papuani hanno statura soltanto mediocre che si calcola di m. 1,60 negli uomini e di m. 1,50 nelle donne; sono bene conformati, ad estremità però sottili e piede piatto. Colore della pelle nero o di cioccolata. Naso grosso e largo alla base, ma rilevato e curvo; labbra grosse, arcate sopraccigliari molto marcate, fronte bassa e mento fuggente. Capelli ricchi, neri, lanosi, disposti a ciuffi, formanti al solito un'ampia parrucca; barba e pelo bene sviluppati. Sono popoli dolicocefali, avendo i maschi un indice cefalico medio inferiore a 70, le femmine inferiore a 72. Faccia notevolmente prognata, a prognatismo più alveolare che mascellare. Foro occipitale collocato alquanto più indietro che nelle razze superiori.

Abitano la Melanesia, ossia tutte le isole ed i gruppi insulari dalla Nuova Guinea ad ovest fino alle isole Viti ad est.

Ad essi appartengono i Neo-Guineani, che ne rappresentano il tipo nella maggiore sua purità, gli abitanti delle isole dell'Ammiragliato, quelli dell'arcipelago della Nuova Bretagna, gli abitanti delle isole Salomone, gli abitanti delle isole della Regina Carlotta e dello Nuove Ebridi, i Neo-Caledoniani ed i Vitiani.

I Boschimani hanno la pelle di colore molto chiaro per essere abitatori dell'Africa meridionale, e cioè del colore del cuoio conciato, inoltre assai rugosa anche negli individui di età non molto avanzata. Capelli neri, lanosi, disposti a ciuffi. Statura piccola od appena mediocre. Prognatismo moderato. Labbra piene, ma meno tumide che nei Negri. Barba scarsa, corpo pochissimo peloso. Naso piccolo con larghe narici. Mento piccolo ed acuto. Occhi socchiusi, ma non obbliqui. Mani e piedi piccoli.

Nelle femmine vi ha manifesta steatopigia, e le labbra minori degli organi sessuali esterni sono sviluppate in modo da produrre il così detto grembiule. Razza dolicocefala. Il setto che divide la fossa olecranica dalla coronoidea è perforato.

Gli Ottentoti abitano l'estremo sud-ovest dell'Africa, estendendosi verso nord fino circa al 19° grado di latitudine australe. I Boschimani, detti anche Saan, hanno la loro sede principale lungo il fiume Orange, ma si estendono a nord fino al Kumene ed allo Zambesi, ossia fino al 27° grado circa di lat. australe.

La deposizione di grasso, che nelle femmine determina la steatopigia, ha luogo nelle natiche ed intorno a esse, e sulla faccia esterna delle coscia.

Gli Abantu, hanno statura generalmente grande od almeno superiore alla media, giacchè sale a circa m. 1,70. Sono popoli dolicocefali, l'indice della larghezza oscillando intorno al valore di 72. L'indice dell'altezza è in media di 73,81. Capacità craniana intorno a 1450 c. c. L'occipite sporge molto in dietro, la fronte è bene arcuata. Testa prognata pel potente sviluppo delle mascelle e dell'apparato della masticazione in genere; l'angolo facciale, secondo il Topinard, è di 68° 21'. Spazio interorbitale largo; naso rilevato. Capelli lanosi, non disposti a ciuffi. Labbra grosse. Pelle bruna con molte sfumature. Corpo scarso di peli, barba debole. Abitano il mezzodì dell'Africa fino circa all'equatore che di poco sorpassano, detratta quella porzione del sud-ovest che è occupata dai Boschimani e dagli Ottentoti.

Non è facile di definire il tipo nero, perchè multiforme; nondimeno sono generalmente validi i seguenti caratteri. Statura piuttosto alta e snella, talvolta molto alta, raramente piccola. Cranio dolicocefalo, a fronte stretta; coll'occipite assai sporgente in dietro e la fossa temporale molto profonda. Arcate sopraccigliari poco sporgenti. Testa prognata. Faccia lunga e stretta; occhi neri, orizzontali, poco aperti. Bocca larga, denti bianchissimi ed obbliqui in ambedue le mascelle. Labbra tumido. Naso largo, schiacciato, sopratutto alla base. Mento breve. Pelle di colore bruno che va fino al nero, scarsamente pelosa, di odore particolare ingrato, e che al tatto fa l'impressione del velluto. Capelli neri, lanosi, a modo di fitto vello. Barba di solito scarsa e tardiva. Braccia con avambraccio proporzionatamente molto lungo. Polpaccio della gamba poco sviluppato; piede piatto e sfornito di arco davanti al tallone. Bacino piccolo e stretto. Capacità craniana inferiore ai 1400 c. c.. Abita il territorio che si estende fra l'equatore ed il tropico del Cancro che di poco oltrepassa, tocca verso l'ovest l'Atlantico e non arriva verso est fino al mare.

I Malesi hanno pelle bruna chiara, talvolta ramea; capelli abbondanti, neri, diritti od ondulati; barba quasi sempre scarsa; occhi moderatamente aperti, neri o bruni, alquanto obbliqui; naso corto, largo, piatto, a narici dilatate; fronte alta, bene convessa; bocca grande con labbra grosse ed arrovesciate. Prognatismo marcato.

Sono in generale brachicefali, raramente mesaticefali, soltanto per effetto dell'incrocio tendenti talvolta alla dolicocefalia. Statura di solito bassa, raramente mediocre. I Malesi abitano la penisola di Malacca, le isole dell'arcipelago della Sonda, le isole Filippine e la Micronesia, nelle quali località però non sono gli unici inquilini, ma trovasi più o meno mescolati a popoli di altri tipi; verso ovest si estendono fino all'isola di Madagascar.

I Polinesi sono bene conformati e di bella statura. Il loro cranio ha una capacità non molto discosta da quella degli Europei, essendo calcolata in media a 1480 c. c., e quindi superiore a quella dei Papuani che per ubicazione sono i popoli a loro più vicini. L'indice cefalico è variabile, poichè, ad esempio, è di 83,5 negli abitanti delle isole di Tonga, o di 74 in quelli delle isolo Marchesi. Prognatismo assai leggero; indice nasale 49,3. Ossa malari robuste, faccia ovale. Colore della pelle variabile fra il bruno ed il giallognolo. Naso ora corto e largo, ora saliente e perfino aquilino; narici larghe. Radice del naso infossata; arcate sopraorbitali poco pronunciate. Occhi neri, bene aperti, non obliqui. Barba scarsa, meno però che nei Malesi. Capelli neri, diritti, lisci, talvolta in seguito ad incrocio cogli Europei ondulati od arricciati. Fronte alta. Tendenza alla pinguedine. I Polinesi sono sparsi sopra un largo tratto del grande Oceano equinoziale, estendendosi dall'arcipelago di Tonga all'isola della Pasqua (Rapanui) e dalla Nuova Zelanda alle isole Sandwich, ed abitano per conseguenza, oltre la Nuova Zelanda (Maori) e le isole di Sandwich (Canachi), gli arcipelaghi di Tonga, di Samoa, di Cook di Tahiti, di Paumotou o di Mendana.

I caratteri della razza  mongolica sono i seguenti: statura mezzana, nelle donne assai minore che negli uomini. Cranio brachicefalo, raramente mesaticefalo. Testa più o meno prognata, con un angolo facciale fra 68 e 70 gradi. Faccia larga, rotonda, a zigomi alti e protuberanti. Indice orbitario magasemo (di 93,8 nei Chinesi). Labbra larghe e di solito tumide. Occhio nero, piccolo, a fessura palpebrale obliqua perchè diretta in alto ed in fuori; sopracciglia sottili, nere, poco arcuate. Naso largo, schiacciato, simile a quello del Negro, ma piccolo e fino anzichè grossolano. Pelle giallognola, talvolta bruna e perfino volgente al nero. Capigliatura distesa, ruvida e nera, di lunghezza ad un dipresso eguale negli uomini o nelle donne. Barba rara e sottile, che non cresce che sulle labbra ed alla punta del mento; corpo glabro.

Questa razza occupa la massima parte dell'Asia orientale (China, Corea, Giappone, Manciuria, ecc.), il sud-est di questo continente (Tonchino, Anam, Siam, Birmania), gran tratto delle coste dell'Oceano glaciale artico, molte regioni centrali ed occidentali dell'Asia medesima (Mongolia, Turchestan, Turchia, ecc.), qualche tratto dell'Europa settentrionale (Finnlandia) ed una porzione del sud-est della stessa Europa (Ungheria, Turchia europea).

Gli Artici od Iperborei sono affini ai Mongoli, dei quali non rappresentano che una varietà modificata dalle condizioni speciali di vita. I loro caratteri sono i seguenti: Statura piuttosto piccola, determinata più dalla brevità degli arti inferiori che da quella del tronco. Capelli lisci, diritti, neri. Dolicocefalia più o meno pronunciata. Pelle di colore bruno, sovente con passaggio al bianco, al giallo o al rosso. Zigomi fortemente pronunciati, e quindi faccia larga. Bocca larga con labbra tumide; apparecchio masticatorio assai sviluppato. Occhi stretti ed obliqui. Abitano il nord-est dell'Asia e la parte più settentrionale dell'America.

Agli Artici appartengono gli Aleuti delle isole Aleuzie e della penisola di Alasca; gli Aini che abitano l'isola di Ieso, le Kourili e la parte meridionale dell'isola di Sakhalian (Tarrakai); i Ciucci o Tuschi dell'estremo nord-est del continente asiatico; e gli Eschimesi, i quali si estondono nell'estremo settentrione dell'America lungo la costa dell'Oceano glaciale dalla Groenlandia allo Stretto di Bering.

I caratteri che in generale si considerano propri della razza americana sono i seguenti: Statura superiore alla media, sebbene alcuni popoli abbiano statura molto alta, come i Patagoni, ed altri piuttosto bassa, come i Fuegiani. Pelle di colore bruno olivastro, variamente misto di bianco e di rosso, e qualche volta di colore cannella. Capelli lunghi, lisci, neri, e tanto rigidi che vengono paragonati ai crini di cavallo; barba scarsa, nera, tardiva, e soltanto al labbro superiore ed al mento; corpo quasi affatto nudo. Occhi piccoli, infossati; apertura palpebrale il più delle volto obliqua, talora però orizzontale. Razza megasema e mesorina. Arcate sopraccigliari bene sviluppate. Naso di solito prominente, perfino aquilino; narici larghe. Faccia larga, poco prognata, zigomi sporgenti; denti verticali, forti, raramente soggetti alla carie. Fronte larga, ma bassa e fuggente. Bocca grande. Sono popoli più sovente dolicocefali che brachicefali, con cranio di dietro appiattito e quasi verticale, in molte regioni artificialmente deformato. Abita l'America ad eccezione di quella parte settentrionale che è occupata dagli Iperborei.

I Nubiani si mostrano nei loro caratteri intermedi fra i Neri ed i Mediterranei, accostandosi però più a questi ultimi che a quelli, mentre i Cafri sono più affini ai Negri che alla razza caucasica. I loro caratteri sono i seguenti: Statura più sovente mediocre che alta. Colore della pelle gialla-bruno o rosso-bruno, oppure bruno a varie gradazioni fino al nero. Naso largo. Capelli neri, diritti od inanellati, mai lanosi. Labbra poco tumide o sottili. Cranio dolicocefalo. Abitano il nord-est dell'Africa sul Nilo medio e si estendono verso ovest nel Sudan centrale incuneandosi fra le stirpi negre.

I Nubiani si suddividono in due gruppi, che sono i Fulà che stanziano fra il Senegambia all'ovest ed il Bornu e Mandara all'est, il Sahara al nord e i monti della Guinea al sud; ed i Nubiani in senso stretto che abitano la valle nubiana del Nilo, il Kordofan, il Sennaar e il Dongola.

I Dravidiani sono molto affini ai Caucasici ed occupavano in tempi passati una maggiore superficie che al presente. I loro caratteri sono i seguenti: Capelli lisci ed inanellati, barba molto abbondante, fronte alta, naso sporgente e stretto, labbra alquanto tumide, colore della pelle più o meno bruno e talvolta volgente al nero od al giallo. Abitano l'India anteriore e parte di Ceylan.

La loro pelle può essere così oscura da somigliare a quella dei Neri, ai quali i Dravidiani si avvicinano anche per le labbra alquanto tumide, ma la loro pelle non manda un odore ingrato, i capelli non sono lanosi, nè la faccia è prognata. Dai Mongoli si staccano pei capelli inanellati, pel colore della pelle di solito più oscuro e pel possesso di barba lunga e fitta.

Si distinguono tre rami principali di Dravidiani, che sono i Munda dell'India settentrionale; i Dravidiani in senso stretto del Carnatic, della costa settentrionale di Madras, di quella occidentale del Dekan, di quella di Malabar fra Maugaloro e Trivanderam, dei monti Nilgiri, ecc.; ed i Singalesi dell'isola di Ceylan.

I caratteri dei Mediterranei sono i seguenti: statura variabile, in generale mediocre od alta, non piccolissima. Colore della pelle bianco-roseo, talora bruno. Capelli lunghi, sovente inanellati, mai lanosi, neri, castani o biondi (raramente rossi). Barba folta dei medesimi colori; corpo in generale piuttosto peloso, sopratutto nel sesso maschile. Fronte alta. Capacità craniana intorno ai 1500 c. c. Faccia oblunga, a zigomi poco pronunciati, con angolo facciale molto elevato e con denti piccoli e verticali. Labbra sottili e rosse; mento bene sviluppato. Occhi neri, bruni o celesti, con varie gradazioni fra questi colori; apertura palpebrale orizzontale. Naso bene rilevato, talvolta aquilino.



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giovedì 19 maggio 2016

LA RASATURA DEI CAPELLI



L’acconciatura è da sempre uno dei modi principali di espressione personale. Fin dai tempi antichi, ogni foggia di capigliatura veicola dei significati più o meno espliciti.
Nel passato, ad esempio, portare i capelli sciolti era normalmente un segno di lutto, o di sottomissione. Eppure, in altri contesti come ad esempio quelli rituali, lasciare liberi i capelli costituiva un elemento fondamentale di certe danze sciamaniche, irruzione del sacro che selvaggiamente spazza via convenzioni e limitazioni sociali.
Se pensiamo alle donne, per le quali i capelli costituiscono una delle principali armi di seduzione, il fatto che essi fossero nascosti o esibiti, raccolti o sciolti, era frequentemente inteso come segno della disponibilità o delle riserve della femmina; su questa scia, si è arrivati in alcune culture a proibire alle donne sposate di mostrare i capelli (ad esempio in Russia, dove il proverbio recita “una ragazza si diverte solo finché ha il capo scoperto“), o a imporre di nasconderli all’entrata in Chiesa (occidente cristiano), per inibirne la funzione di provocazione sensuale.

I capelli sono associati a certi poteri – come la forza e la virilità, si pensi a Sansone – ma soprattutto al concetto di identità.

Nei secoli passati una chioma fluente era indizio di potenza e nobiltà. Così, il privilegio aristocratico di portare i capelli lunghi in Francia era appannaggio esclusivo di Re e Principi, mentre in Cina vigeva addirittura l’interdizione a certi pubblici uffici per chiunque portasse i capelli corti, che erano visti come una vera e propria mutilazione. E mutilazione definitiva, segno di sommo disprezzo, era per i nativi americani tagliare lo scalpo dei nemici in guerra. Parallelamente, in alcune civiltà vigeva il tabù del taglio di capelli per i neonati durante i primi anni di vita, per non rischiare che perdessero l’anima. Innumerevoli popoli fanno del primo taglio di capelli di un bambino un vero e proprio rito di passaggio, con tanto di feste e operazioni propiziatorie per allontanare gli spiriti malefici – dato che il piccolo, privato assieme ai capelli anche di una parte della sua forza vitale, è più esposto ai pericoli. È il caso degli indiani Hopi dell’Arizona, che procedevano al taglio soltanto collettivamente, una volta all’anno, durante i festeggiamenti per il solstizio d’inverno. Altrove, il taglio dei capelli è sospeso durante una guerra, o in conseguenza a un voto: gli Egizi non si radevano quando erano in viaggio, e in tempi più recenti i barbudos di Fidel Castro avevano giurato di non toccare né barba né capelli fino a che Cuba non fosse liberata dalla tirannia.



Rasate erano le “streghe”, in segno di punizione prima del rogo (perché, nei capelli lunghi, c’era il male). Le monache, prima di entrare in convento. Le bambine povere, che vendevano i capelli per soldi. Poi, il ‘900. Il corto rasato diventa simbolo di tortura, dolore, sopruso, disperazione.
Nel 1944, dopo la liberazione della Francia, le donne Francesi colpevoli di aver cooperato, fatto amicizia o aiutato i Nazisti, sia in maniera volontaria o forzata, ricevettero una punizione che consisteva nella rasatura della testa in modo da rendere pubblico il loro “tradimento”.
Si presume che le vittime di questo atroce fenomeno di tipo sessista furono oltre 20000 ed agli orrendi spettacoli che si svolgevano in piazze pubbliche assistettero anche i bambini.

Ecco dunque perché il taglio forzato dei capelli del nemico è una punizione terribile fin dall’antichità, utilizzata talvolta come pena ancora più bruciante della morte. Ogni minimo aspetto della realtà, per l’uomo, si riveste sempre di significati profondi, e anche oggi una semplice cattiveria fra ragazzi che potrebbe sembrare tutto sommato innocua (i capelli comunque ricresceranno in breve tempo) indigna particolarmente l’opinione pubblica; forse perché vi si può riconoscere, fatte le dovute proporzioni, l’eco di riti e pratiche crudeli di ancestrale portata simbolica.


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lunedì 18 aprile 2016

I CAPELLI ROSSI



“Rosso malpelo, tre soldi un cavelo”, “pel di carota”, “testa rugena”… a differenza dei biondi e dei bruni, i capelli rossi non sono semplicemente una delle possibili tinte che ha la chioma di una persona, spesso diventano la causa di pregiudizi, di luoghi comuni che possono avere anche un notevole impatto sull’esistenza individuale e sulle relazioni sociali.

Benchè, nell’immaginario collettivo, alcune figure dai capelli rossi abbiano una valenza positiva, basti pensare alla Sirenetta di Disney, a Jesssica Rabbitt, a Pippi Calze-lunghe…, ed una ricerca abbia dimostrato che il 60 per cento delle donne che si tingono i capelli, lo fa a casa e di queste, il 26 per cento sceglie di farsi bionda, il 27 per cento bruna ed il 30 percento rossa, così le vendite di tinte rosse sono aumentate del 17 percento dal 2000 ad oggi,nonostante tutto ciò, di fatto, le valenze negative associate all’avere le chiome fulve, persistono un po’ ovunque.

Le persone con i capelli rossi hanno, non di rado, occupato un posto particolare nella storia proprio per essere state oggetto di ingiustificate discriminazioni tanto è che, ultimamente, è in corso un effervescente dibattito sul fatto che il “gingerism” (ossia l’essere rossi di capelli) generi delle forme di discriminazione ed aggressività persino più accentuate del razzismo.

Ai rossi è, generalmente, associato un carattere irascibile ed una certa focosità sessuale. Malgrado simili luoghi comuni dipingano le rosse come dotate di un temperamento “caldo”, invero, una simile correlazione non è mai stata dimostrata da nessuno studio scientifico.

Ammesso che il primo essere umano fulvo visse circa 50.000 anni fa in Africa ed i suoi epigoni si sparsero in tutta l’Europa del Nord, i pre-giudizi e le credenze sui rossi sembrano permeare tutte le culture.

Gli antichi egizi, che tendevano a divinizzare  ogni realtà e situazione, specialmente quelle che incutevano paura o comportavano particolari pericoli, da un lato, hanno creduto che gli animali e gli uomini fulvi, avessero un legame speciale con il dio ‘Set’e molti dei loro faraoni avevano i capelli rossi. Incluso Ramses, il più potente di tutti.

Di contro, però, consideravano anche il rosso come colore foriero di gravi sfortune pertanto molte fanciulle con la capigliatura fulva, sono state bruciate per spazzare via la loro tinta. Inoltre, si è scoperto che, alla loro epoca, non pochi rossi erano stati sepolti vivi.

Gli antichi Greci ritenevano che le donne rosse si trasformassero in vampiri dopo la morte.

Aristotele, invece, le descriveva come emotivamente non-addomesticabili.

Lo storico romano Cassio descrisse la regina guerriera britannica Boudicca come “alta e terribile di aspetto per la gran massa di capelli rossi”.

Tra l’altro, gli antichi romani pagavano un prezzo maggiorato per gli schiavi dai capelli fulvi.

Nel Medioevo, il rosso era visto come il colore del Diavolo, e si pensava che un bambino nato con i capelli rossi fosse stato concepito durante il periodo nel quale la donna era mestruata.

Durante l’Inquisizione spagnola, invece, le chiome  “color fiamma” provavano che la persona avesse rubato il fuoco dell’inferno e, perciò, che meritasse di essere bruciata come strega.

Nei primi anni del 1600, alla fine del regno della regina Elisabetta I emerse nel sud-ovest dell’Inghilterra la convinzione che le fate e le creature ultraterrene fossero rosse. Così le persone dai capelli rossi sono state, da allora in poi, sempre ritenute dotate di talenti extra-ordinari oltre che maliziose.

E se in Danimarca è un onore avere un figlio dai capelli rossi, in Corsica, se si supera una persona con la chioma rossa per la strada, si deve sputare e girarsi. Non è chiaro se tale gesto venga fatto perché si pensi porti fortuna o perché si crede che i rossi lascino l’amaro in bocca.

In Polonia, si ritiene che se si superano tre persone con i capelli rossi si vincerà alla lotteria.

Ed ancora, il nome Russia significa “terra dei rossi” in onore di un vichingo dai capelli rossi di nome Rurik.

E se i clown dai capelli rossi hanno la loro origine proprio in Russia, anche lì la tradizione locale vuole che i capelli rossi siano un indice di un temperamento focoso oppure di follia. Un proverbio ammonisce: “Non c’è mai stato un santo con i capelli rossi.”

Di fatto, i personaggi con i capelli rossi nella Bibbia non godevano di buona fama.



Il termine Adamo è, presumibilmente, la parola ebraica per ‘rosso’ o ‘rubicondo’, e Giuda viene spesso raffigurato con i capelli rossi così come Maria Maddalena. Il re Davide si pensa sia stato rosso ed alcuni addirittura ritengono che il leggendario ‘marchio di Caino’ fosse proprio la sua chioma fulva.

L’associazione dei capelli rossi con l’inaffidabilità e la bruttezza prevale in qualche modo in età moderna.

I nazisti si domandavano se consentire o meno alle persone dai capelli rossi di sposarsi, temendo che la loro progenie fosse degenerata.

Nella moderna Gran Bretagna, pur avendo la maggiore concentrazione di persone con i capelli rossi, o forse proprio per questo, i termini “ginger” o “ginga” vengono utilizzati per descrivere spregiativamente i fulvi.

Questo ha dato origine a termini come “gingerphobia” (paura di rosse) o “gingerism” (pregiudizi contro i rossi).

In genere, si trovano più persone con capelli rossi alle latitudini settentrionali, ma ve ne sono anche tra gli ungheresi, gli egiziani, gli israeliani ed alcune tribù nigeriane

La maggiore concentrazione di costoro è in Scozia (13%), seguita da vicino dall’Irlanda con il 10%.

I pigmenti della pelle e dei capelli sono costituiti da diversi tipi di melanina. Ci sono due grandi gruppi di melanina, eumelanina, che è bruna, e la feomelanina, che è rossa.

Così chi ha capelli scuri ha una prevalenza di eumelanina e chi rossi molto luminosi ha poca eumelanina ma molta feomelanina.

Chi ha capelli ramati ha un po’ di entrambi i tipi di pigmenti.

Il colore della pelle e dei capelli sono spesso associati, ma non sempre. Per esempio, le persone con i capelli rossi sono, di solito, abbastanza pallide di carnagione, non tendono ad abbronzarsi ma a scottarsi al sole e hanno una maggiore probabilità di avere le lentiggini. Ci sono, tuttavia, come sempre, anche delle eccezioni alla regola.

Nel 1995, Jonathan Rees dell’Università di Edimburgo, ha scoperto che il recettore della melanocortina 1, una proteina codificata da un gene precedentemente scoperto nei topi, è il responsabile della produzione di capelli rossi nell’uomo.

Ognuno di noi ha due copie di questo gene che può presentare delle piccole variazioni, quattro o cinque delle quali sono molto comuni nelle popolazioni europee.

Quando un soggetto è portatore di tali caratteri su entrambi i cromosomi, allora, molto probabilmente, ha i capelli rossi.

Secondo i genetisti c’è un’ereditarietà “autosomica” quando entrambi i genitori non sono rossi  ma il figlio lo è perché si sono incontrati due caratteri recessivi.

Se uno dei genitori ha i capelli rosso vivo, ed è, quindi portatore di due dei caratteri (uno per ciascuno dei cromosomi), ed anche l’altro genitore ne è portatore, allora la percentuale di probabilità di avere figli con i capelli rossi sale al 50% .

È questo aspetto della genetica e della modalità di trasmissione, che spiega perché il colore dei capelli rosso non si presenti in tutte le generazioni, ma, talvolta, ne salta qualcuna.

Ci sono diversi tipi di capelli rossi. Alcuni sembrano “biondo fragola”, altri rosso vivo, altri ancora ramati.

Per quanto se ne sa, la genetica alla base di queste differenze è  abbastanza simile, nel senso che i cambiamenti nel gene prima menzionato, sembrano essere significativi per tutti i tipi di capelli rossi. Tuttavia, se abbiamo i capelli rosso vivo è molto più probabile che siamo portatori di due copie diverse del gene piuttosto che se siamo “biondo fragola”.

Ci sono molti altri enigmi sui capelli rossi, oltre a quelli genetici.

Alcuni uomini potrebbero avere la barba rossa, ma i capelli di colore scuro. Questo non è del tutto sorprendente perché in molti mammiferi la parte anteriore del corpo è di un colore leggermente diverso rispetto alla posteriore.

In certi animali, questo fatto è chiaramente spiegato su base molecolare,  per gli uomini, invece, non sembra sia così. Tuttavia vari studi hanno osservato che le persone con la barba rossa è più probabile che abbiano almeno una coppia diversa del gene dei capelli rossi.

Un altro enigma è il motivo che induce il colore dei capelli a cambiare così tanto nel corso della vita. Sappiamo che esso tende ad essere più tenue alla nascita e diventa più scuro, in particolare durante l’adolescenza e la pubertà. Non conosciamo, però, il motivo per il quale le cellule che producono melanina diventano più attive in questo periodo. Allo stesso modo, naturalmente, non capiamo perchè i capelli diventano grigi e più sottili in età avanzata.

I rossi  hanno spesso diversi colori dei capelli nelle varie fasi della vita, rispetto agli altri. La loro chioma non diventa grigia ma paglierina e poi bianca ed incanutiscono da più vecchi nei confronti dei bruni o dei biondi.

Un aspetto medico significativo è che gli individui con i capelli rossi sono, in media, più propensi a scottarsi al sole, il che aumenta per costoro il rischio di contrarre il cancro alla pelle.

Così, secondo Madhu Pathak, un dermatologi di Harvard, “i rossi sono tre volte perdenti perché il loro pigmento rosso è un filtro inadeguato della luce solare e la loro pelle è più sensibile al cancro, alle scottature ed alle rughe da l’età”.

Personaggi storici, a loro volta, fulvi: da Vincent van Gogh, Wilma & Pebbles Flintstone, Pippi Longstocking, Cyndi Lauper, Annie Potts, Carol Burnett (with whom I share a birthday), Winston Churchill, Anne of Green Gables, MAria Stuarda, a Galileo, Sarah Bernhardt, My Sister, Lucille Ball, Ronald Mc Donald, Conan O’Brien, Queen Elizabeth I, Sarah Ferguson, Henry VIII, Susan Sarandon, Raggedy Ann & Andy, Katherine Hepburn, Bette Midler, Ginger Rogers, Red Skelton, Rita Hayworth, Nichole Kidman, Molly Ringwald, Ann Margret, Bonnie Rait, Julianne Moore, Fiona di Shrek, Danny Elfman, Bernadette Peters, Sissy Spacek, Toni Collette, Gillian Anderson, Sarah Mclachlan, Axl Rose, Jessica Rabbit, The Little Mermaid, Peppermint Patty, Mary Jane (moglie di Spiderman), Emily Dickinson…




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venerdì 11 marzo 2016

LA ROSA IN TESTA




Sono punti della capigliatura in cui la direzione o meglio l'inclinazione della fuoriuscita del capello dalla cute fa formare una specie di vortice.

Fanno proprio un onda circolare (hanno proprio la forma di un fiore, una rosellina appunto...) e ...non si riesce proprio a raddrizzarli nemmeno pettinando 1000 volte... quell'ondina cocciuta rimane così com'è!!!!



La rosa in testa è il nemico numero 1 soprattutto delle donne, che non riescono a creare lo styling desiderato a causa di alcune ciocche che prendono una piega differente da quella che vorremmo. Invece di vederlo come un difetto, utilizza la rosa a tuo vantaggio, per renderla un vero e proprio punto di forza e dare un nuovo styling alla tua chioma. Una rosa per esempio, può essere utilizzare per direzionare il ciuffo in modo del tutto naturale.

I capelli intorno alla ‘rosa’ sono anche spessi, crespi e opachi e ovviamente bisogna stirarli. Ci sono prodotti in commercio che ammorbidiscono  definitivamente la struttura (per un paio di mesi) rendendolo docile e malleabile per  asciugatura. Ma quello che si può fare in tutti i casi è sfruttare questa caratteristica e trasformarla in un’alleata per direzionale e volumizzare il ciuffo”.



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giovedì 17 dicembre 2015

GLI UOMINI CON IL RIPORTO



Calvo è bello. Calvo è saggio. Calvo è intelligente. Calvo è... Insomma è tutto. Non erano forse pelati (va da sé che inclusi sono gli stempiati) Socrate o Shakespeare? Giulio Cesare o Cezanne? E non si può certo dire che Sean Connery (da agente 007 indossava un toupet), William Hurt e Luca Zingaretti (l’ apoteosi) non siano sexy! E’ che tra «riportini» a sinistra, destra o al centro e lunghezze esagerate su basette e «coppini» per distrarre l’ attenzione dalle piazze cui sopra - per non parlare di improbabili caschetti fuori età. Uno studio sulla calvizie è uno studio sulla natura umana dice uno scrittore. La superficialità e la vanità sono sotto gli occhi di tutti e in ogni dove. L’ illusione di chi è convinto che sia impossibile individuare la sua parrucca o il suo riportino è al tempo stesso esilarante e deprimente». E siccome le statistiche vanno per assonanza (tre trentenni su dieci sono calvi e stanno perdendo i capelli; poi quattro quarantenni sui dieci; cinque cinquantenni su dieci e così via) Baldwin ha deciso che raccontare le storie dei pelati più famosi al mondo, gli aneddoti, gli errori e le leggende fosse il modo migliore per arrivare ai quaranta validi motivi per andare fieri della propria pelata. A cominciare dal fatto che (al contrario di quanto pensano i signori) nessuno riesce mai a capire l’ età dei calvi; che ci si guadagna in sicurezza e accettazione di sé; che è igienicamente più facile curarsi; che la «piazza pulita» incute rispetto; che è più semplice da baciare; che non si perde più tempo dai parrucchieri chiacchieroni; che i malocchi stanno lontani. Trapianti e riporti, però, in politica. E qualche calvo coraggioso (da Churchill a Mitterrand). «Ma non, ahimè, in Usa», dice Baldwin. Oltreoceano vale sempre la legge di Noble («The hirsute tradition in American Politics»): «A pari condizioni, un calvo non potrà mai essere eletto presidente degli Stati Uniti». Tanto è vero che nel ’ 72 George McGovern non riuscì a battere Richard Nixon: si ritirò quando scoprirono che indossava un toupet. E dovettero faticare non poco Carter e Clinton per ricreare l’ immagine giovanile e vigorosa di una chioma alla John F. Kennedy. Fissazione tutta americana quella dei capelli se è vero che fra i divi c’ è persino chi si attaccò la parrucca col mastice (Tony Curtis) o chi, non contento del riporto, si fece ritoccare (Kevin Costner in «Guardia del corpo») al computer le piazze! Ma la «modernità» è Bruce Willis che dichiara in tv: «La calvizie è il modo in cui Dio ti fa vedere che sei solo un essere umano».  Dall’ antichità si è data ogni tipo di colpa alla perdita dei capelli che in realtà ha a che fare con una combinazione fra testosterone ed ereditarietà. Ma nei secoli sono stati accusati: il sesso (il troppo - dicevano - fa cadere le chiome perché toglie calore al bulbo); l’ intelligenza (i cervelli sviluppati o in attività premono e non permettono una buona irrorazione, sempre al bulbo); le dieta (ora troppa carne, ora troppa verdura); l’ empietà (per via del fatto che le guide religiose avessero sempre chiome rigogliose!); gli choc (questo è vero ma si tratta di «alopecie» particolari); il riso (inteso ridere, perché negli anni Cinquanta gli studiosi avevano notato che le scimmie avevano facce statiche sì, ma pelose)! I rimedi? Fra i più terrificanti: dagli sterchi vari, alle leccate di mucca, al latte di pipistrello, alle ragnatele, alla pipì sino al cerume. E poi ortiche, bacche di mirra, denti di cavallo tostati, serpenti, lanolina, fulmini (sì, fulmini) e paraffina. Giusto per ricordarne qualcuno. Oggi?  Ma non era che calvo è bello?

Ardita terza via tricologica fra la calvizie e il trapianto chirurgico, il riporto nell'immaginario lombrosiano è indice di doppiezza sfuggente, di subdola untuosità, di sottile ipocrisia. Falsificazione dell'idea stessa di scriminatura, non sta né di qua, né di là. Chi sceglie il riporto è un pavido, perché non ha il coraggio di rasarsi del tutto i capelli. E un mellifluo, perché vuole convincerti bassamente di averli.
Chi lo porta, il riporto, è un sofista del pelo, un azzeccagarbugli cutaneo, un infido doppiogiochista. Sarà per questo, forse, che l'acconciatura posticcia eccelle tra gli uomini di legge e tra i politici. I quali, a caso, sono famosi per spaccare il capello in quattro. O cercare il proverbiale pelo nell'uovo.
È un magistrato Alfonso Marra, presidente della Corte d'appello di Milano, impresentabile riporto raccomandatizio, tinto di colori oscuri. È un politico di lungo pelo l'onorevole Gerardo Bianco, deputato in nove legislature, esponente di quattro partiti e titolare di un imponente riporto da prima Repubblica, poi azzerato dalle Mani pulite di un colluso barbiere di Montecitorio. Ed è avvocato e politico, sintesi pilifera delle sottigliezze proprie della professione leguleia e dell'arte di governo, il presidente del Senato Renato Schifani. Il cui gattopardesco riporto, di una lunghezza che stava in sezione aurea con il diametro degli occhiali da archivista, divenne a un certo punto un affare di Stato, oltre che una questione di decoro istituzionale. Tanto da costringere pietosamente il Premier ad intimargli, come si disse, di dargli un taglio. In nome del popolo italiano e pure della decenza televisiva. Berlusconi Deus ex forbice.
Per secoli tollerato dalle convenzioni sociali che vedevano nella rasatura totale un atto di arroganza e nella calvizie un sintomo di scarsa virilità, il riporto dei capelli è oggi in caduta libera, vittima di una cultura spietata della perfezione corporea che impone o una nuca cinematograficamente levigata alla Luca Zingaretti, oppure un tupé sportivamente glamour alla Andre Agassi. Anche la semicalvizie, di questi tempi, è in crisi.



Eppure, la Storia riporta celebri e celeberrimi casi. Giulio Cesare, generale, dittatore e divus, non ebbe paura né dei Britanni né dei Galli né degli Elvezi né dei senatori romani, i peggiori di tutti. Ma era terrorizzato dalla calvizie, sovente soggetta alla derisione dei suoi nemici. Anche prima del furore della battaglia, dicunt, Cesare si dedicava a tirarsi sulla fronte, dalla sommità del capo, gli scarsi capelli. E fra tutti gli onori che gli furono conferiti dal Senatus populusque romanus nessuno ricevette e praticò più volentieri del diritto a portare sul capo una (coprente) corona d'alloro. Alopecia iacta est.
Napoleone, orgoglioso e vanitoso com'era, odiava due cose in uguale misura: gli inglesi e l'incipiente calvizie. Per vincere la quale ricorreva, nella toilette quotidiana, al deprecabile riportino, conscio che un taglio o un'acconciatura sbagliata possono trasformarsi in una tragedia. Sia in guerra sia in amore, sia in politica sia in televisione. Dove, peraltro, il riporto o parrucchino catodico ha fatto la fortuna di altrimenti anonimi giornalisti, come il telecronista di 90° minuto Franco Strippoli da Bari, oppure ha rinfoltito quella di sempreverdi capoccia dello schermo, come Aldone Biscardi. Professione riport.
L'inclemenza della natura può colpire democraticamente tutte le teste. Ma tra quelle baciate dalla fortuna epperò abbandonate dai capelli, quelle costrette per obblighi professionali a stare sotto i riflettori, rifulgono di più. Ecco perché il cinema e lo sport, in questo campo, hanno dato tanto. Il riporto col borsello di Lino Banfi nelle scollacciate commedie sexy all'italiana di viscida memoria. L'elegante riporto all'inglese di Bobby Charlton, che prima di ogni partita utilizzava come collante una miscela di the Twinings e lucido per scarpe Queen's Garden. L'incomprensibile riporto all'americana di Dan Peterson, Chattanooga Tennessee. Mmmhmmh, per me Numero uno. Oppure, negli stessi anni televisivi, Dick Van Patten alias Tom Bradford della Famiglia Bradford, che aveva otto figli Bradford e un riporto lungo 112 episodi.
Bislungo modello «Bar sport», spalmato «a mulinello», pomposamente «a turbante», liscio o gonfiato, unto o laccato, il riporto è un modo, come ogni pettinatura, per affermare il proprio carattere, per provocare scandali (o disgusti), per opporsi alle consuetudini sociali o anche soltanto per proclamare la propria filosofia di vita: «Poco è meglio di nulla», afferma cristianamente il riportato; «Nulla è meglio di poco», obietta nietzscheianamente il rasato.
Può essere un insulto alla povertà, come il miliardario Donald Trump che mostra con orgoglio il suo riporto imperiale senza aver pudore nel difenderlo: «Molti criticano la mia pettinatura. Ma io devo piacermi, non piacere». O uno schiaffo alla bellezza, come l'attore hollywoodiano Jude Law che pur con il suo affascinante «ritocco» nel 2004 fu eletto dalla rivista People l'«uomo più sexy del mondo». Chi ha detto che è meglio The Final Cut?
Maledizione geneticamente maschile, insormontabile barriera sociale e ultima spiaggia al di là dell'onore e della farmacologia, il riporto - che non maschera mai abbastanza e copre sempre troppo poco - è, come lo stereotipo teatrale del dubbioso Amleto, la metafora di una inquietante insicurezza. Spaventosa, come quello di Dario Argento. Incomprensibile, come quello di Celentano.

La parrucca, usata per convenzione sociale nel '700, non era assolutamente simile a veri capelli: corrispondeva ai capelli per un codice sociale. Mascheramenti di questo tipo sono le finte bionde diffuse tra i popoli mediterranei e di colore, i tacchi alti, le labbra al silicone e altri artifici che fingiamo di accettare come naturali.

Nel '900, un ruolo di questo tipo lo ha svolto il riporto, vale a dire lo stratagemma di pettinare i capelli laterali o frontali per coprire la calvizie della sommità.

Il riporto si forma nel tempo con l'abitudine di 'riportare' i capelli. Con l'espandersi della calvizie il riporto viene allungato fino ad attraversare la rosea sommità del capo con sottili strisce o con un velo vaporoso.

Il riporto non sostituisce i capelli perduti. Infatti si vede benissimo che il riporto non sono capelli. Non è un falso come la parrucca o il toupet. Il riporto mostra chiaramente che la persona è calva.

La società che offriva al riportato la protezione di una percezione socialmente controllata, nella quale il suo riporto era 'capelli', è scomparsa, vittima di una cultura spietata della perfezione corporea. Viviamo una vera crisi del riporto, che ha spinto molti semicalvi a passare alla rasatura, rinunciando a quel poco di capello che avevano. Prima era il contrario: la rasatura era vista quasi come un atto di arroganza, una ostentazione. Ma come, buttare via i pochi capelli che ci sono per non far vedere che si è un po' calvi?

Il passaggio dal riporto alla rasatura segna quindi una società meno tollerante delle piccole imperfezioni fisiche (al punto che il singolo si amputa dei pochi capelli pur di nascondere il suo handicap, che non può cancellare); oggi un neo peloso sul volto richiede l'immediato intervento chirurgico, ieri si portava per tutta la vita; meno solidale, meno disposta alla copertura collettiva della dignità dell'uomo maturo nascondendo i suoi difetti; più individualista, nella quale la difesa, il presidio e la responsabilità della propria immagine sono a carico solo del singolo. Oggi indossare un corpo rispettoso dei canoni estetici è un obbligo sociale quanto lo era nel '700 portare la parrucca.

La rasatura segna inoltre virilità, perché è nel cliché virile lo sprezzo dei maquillage e delle mascherature.

Di fatto non è così: la rasatura richiede più cura del riporto: togliete al rasato il suo rasoio per una settimana e tornerà ad essere un povero pelatino (se non è totalmente calvo).

Il rasato mostra di trovarsi a suo agio tra gli elementi naturali: la pioggia non gli bagna i capelli, il vento non li scompone; il sole lo abbronza; si lava la testa con una passata di mano. In realtà la mancanza di capelli crea problemi di sudorazione e insolazioni.

Il riportato vive invece nel timore della natura: la pioggia lo riduce a un pulcino bagnato, il sole rivela ancor meglio la sua mascheratura. Ma soprattutto è terrorizzato dal colpo di vento, che senza preavviso scoperchia il riporto sventolando la misera tendina come una bandiera.

La rasatura corrisponde a un'immagine di natura, una naturalità codificata, formalizzata, estetizzata. La stessa visione per cui Tarzan vive nella jungla con un gonnellino di pelle di leopardo e una ragazza di New York naufragata su un atollo se ne va in giro in tanga e scalza, con i capelli sempre puliti, come se fosse da subito in grado di resistere al sole, alle asperità del suolo e alle carenze igieniche.





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lunedì 14 dicembre 2015

I RASTA



I rasta, o dreadlocks, non sono solo un tipo di acconciatura per non passare inosservati, ma una filosofia di vita.

I dreadlocks o dreads (Jata in Hindi, o erroneamente chiamati rasta) sono formati aggrovigliando i capelli su se stessi, e si possono ottenere in diversi modi, uno dei quali sta nel non pettinarsi per lungo tempo: in questo modo si formeranno dei locks (nodi) che con il tempo sarà impossibile sciogliere. Nel Rastafarianesimo - movimento religioso principalmente giamaicano che ha portato maggiormente in vista questo tipo di capigliatura - i dreadlocks possono ricordare la criniera del leone, simbolo della tribù di Giuda da cui discende Ras Tafari.

La parola dreadlock non possiede una traduzione precisa. Sappiamo che dread, in inglese, è un sostantivo che significa "paura","timore", mentre lock significa "bloccare" o, più precisamente, "intrecciare", poiché i dredlocks sono delle vere e proprie trecce di capelli. Il termine, pertanto, potrebbe voler dire "intrecciare con timore" (sottinteso "di dio", in quanto nata come pratica religiosa) o, più liberamente, "rigido intreccio".

Il nome rasta, invece, deriva dalla contrazione di "Ras Tafari", espressione etiopica che descrive Tafari Makonnen, imperatore d'Etiopia dal 1930 con il nome di Hailé Selassié.

Oltre che nel Rastafarianesimo – dove rappresentano un'adesione alla naturalità dell'uomo donata da Dio, un mantenimento della forza divina che si esprime attraverso la lunghezza dei capelli (si pensi a Sansone, per esempio), uno degli elementi che costituiscono il voto di Nazireato, nonché un rifiuto dell'ordine mondano e delle convenzioni appartenenti a Babilonia –, i dreadlocks sono presenti in altre religioni, come l'Induismo (Sanatanadharma): gli asceti erranti definiti sadhu, infatti, portano dreadlocks spesso estremamente lunghi come segno della rinuncia al mondo e alla mondanità, essendo la loro esistenza ormai rivolta a moksha, la fine del ciclo di nascite-morti-rinascite.

Regole base per una buona riuscita dell’opera sono una media lunghezza del capello (almeno 15 cm) e  una giornata libera da qualsiasi impegno, per riuscire ad avere una testa veramente “rasta” ci si impiegano dalle 6 alle 12 ore, se vi mettete nelle mani di un buon professionista. L’ideale sarebbe avere un capello di partenza secco, sfibrato, possibilmente privo di forfora che potrete facilmente ottenere facendo una vera e propria decolorazione con ossigeno puro  e poi ritingendo i capelli del vostro colore naturale.


Non un uncinetto qualsiasi, ce ne vuole uno preciso di misura 0,55-0,60. Fondamentale, prima di iniziare a bistrattare i capelli, è suddividere la chioma in ciocche ben ordinate e definite. Quindi, isolate una ciocca di capelli sulla nuca alla base del collo, in modo che sulla cute risulti un quadratino di 2 per 2 cm (o piu o meno grande in base allo spessore che si desidera per il dread). Cercate di effettuare la divisione su una base quadrata, e non circolare questo permettera ai dread durante la ricrescita di agrovigliarsi meglio.

Procedete con la classica cotonatura: si prendono i capelli e si spazzolano al contrario, con un pettine a denti stretti in modo da creare i nodi che sono l’anima del dread, per finire con la fase “grattugia”, grattando la ciocca con l’uncinetto e stringendo il pizzico tra pollice e indice.

Fase terminale: sempre con l’uncinetto, partendo dalla base della ciocca, tirate dentro al corpo di nodi nodi tutti i capelli che escono fino a compattarli insieme per formare il dread.

Lavateli dopo almeno un mese che li avete fatti. Se lo fate prima, anche solo con l’acqua,rischiate di rovinarli. Ovviamente non è sempre così, dipende da persona a persona,può anche essere che il dreadmaker vi abbia fatto un lavoro così perfetto da farli reggere da subito al primo lavaggio, potrete capirlo dalla compattezza che percepite quando li tastate. 2 settimane di attesa per il secondo e per il terzo lavaggio.
A questo punto potete cominciare a fare shampii più frequenti, una volta a settimana può andare bene, e se proprio non resistete al richiamo della pulizia, fate lavaggi con acqua.

Assolutamente sconsigliato l’utilizzo di shampoo, balsamo, e prodotti schiumogeni, poichè tendono a rovinare i dreadlocks e anche il sapone di marsiglia, è una legenda metropolitana è molto irritante per la cute.

È consigliato l'utilizzo di olii shampoo a base di erbe facilmente reperibili nelle erboristerie, i quali risultano avere un'azione meno aggressiva sul cuoio capelluto. La manutenzione avviene tramite uncinetto, che va fatta senza abusarne, poiché il capello corre il rischio di spezzarsi, e soprattutto se stringiamo troppo spesso le basi nel corso del tempo potranno incorrere fenomeni di perdita dei capelli, più o meno ingenti a seconda della condizione del soggetto; piuttosto si aggiusta la porzione soprastante la base del dreadlocks, ma senza abusare di questo processo per via del fatto che comunque i capelli si spezzano, e a furia di aggiustarli, ad esempio nelle punte, c'è il rischio di perdere centimetri. Nei "corpi" spezziamo solo i capelli, con il rischio di creare delle zone più deboli nel dread, che possono indebolirsi troppo e spezzarsi anch' esse. La crescita avviene in modo del tutto naturale e spontaneo, ed è quindi inutile cercare di forzarla a "dreaddificarsi" con colle, cere o uncinetto, anche per avere dei dreadlocks con un aspetto più naturale possibile.

Il dreadlock può essere rasato del tutto, o semplicemente tagliato alla base, lasciando così i 2-3 centimetri di base sciolta che si hanno normalmente quando non si interviene nella base con l'uncinetto (pratica sconsigliata, poiché strappa i capelli aggredendo il cuoio capelluto indebolendolo e causando, nei soggetti più predisposti, la calvizie). È possibile variare la colorazione del capello naturale.




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