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martedì 12 luglio 2016

LO SBIANCAMENTO ANALE



La colorazione scura dell’ano era una seria preoccupazione sempre crescente delle pornostar, dei danzatori e poi delle stelle del cinema. Poiché la domanda di sbiancamento anale è cresciuta, la gente ha cominciato a sviluppare prodotti per soddisfare le esigenze dei propri clienti.

Si vive in una società dove si è più “esposti”, le star vogliono esaltare la loro bellezza a riguardo di tutte le aree del loro corpo, per questo le persone si rivolgono allo sbiancamento anale come il prossimo passo nella valorizzazione della loro bellezza. Lo sbiancamento anale permette sia a uomini che donne di apparire al meglio, soprattutto nelle loro zone più intime.

Ognuno è diverso. Alcuni di noi hanno diverse pigmentazioni della pelle. Tuttavia, vi sono molte ragioni per cui la decolorazione dell’ano o della vagina può verificarsi. La colorazione scura dei capezzoli del seno e della vagina possono derivare da cambiamenti ormonali che possono verificarsi dopo la gravidanza. Lo sfintere anale scurisce principalmente a causa dei rifiuti corporei. Tuttavia, l’ano può cambiare il proprio colore anche a causa delle fluttuazioni ormonali, sia negli uomini che nelle donne. Una delle causa di oscuramento dell’ano è anche la rasatura.

Lo sbiancamento anale è una tecnica medico chirurgica che consiste nello schiarimento della cute e mucosa circostante l’orifizio anale, regione ove in alcuni pazienti si accumula, nel corso degli anni, una smisurata quantità di melanina che conferisce un’insolita, sproporzionata e fastidiosa iperpigmentazione rispetto al resto del corpo. Tale colorazione più scura tende a comparire e a peggiorare con l’età, ma spesso è presente anche i giovani.

Non si tratta di un problema, ma è una caratteristica del corpo umano del tutto naturale e pertanto non richiederebbe alcun intervento. Tuttavia, alla maggior parte delle persone, questa diversa colorazione della pelle – che risulta più scura e tendente al marrone – risulta molto sgradevole alla vista e spesso viene erroneamente associata a una scarsa igiene personale. Ciò può determinare ansia nel momento in cui ci si approccia al partner durante i rapporti sessuali.



La procedura di sbiancamento anale comporta l’applicazione di una crema cosmetica nella zona anale. Questa procedura di sbiancamento è vietata in alcuni paesi, in particolare in Francia e nel Regno Unito, a causa dei principi attivi della crema, l’idrochinone, una sostanza che si sospetta sia cancerogena. Il Mercurio e altre sostanze chimiche sono anche essere utilizzati come agenti sbiancanti attivi della pelle.

La melanina, una sostanza chimica prodotta naturalmente dal nostro corpo, scurisce il colore. La melanina svolge un fattore determinante nello sbiancamento anale della pelle e funge da protettore naturale del sole. Più melanina viene prodotta, più scura diventa la pelle. L’idrochinone, (un prodotto chimico usato anche nell’elaborazione delle foto, tinture per capelli e la produzione di gomma), il mercurio e altre sostanze chimiche inibiscono la produzione della pelle di melanina e ne diminuiscono la produzione nella zona cutanea in cui vengono applicate.  Questi agenti sbiancanti schiariscono temporaneamente il colore della pelle, ma l’esposizione ai raggi ultravioletti possono riossidare la pelle, creando un aspetto più scuro rispetto a quello di prima. Questa è una ragione per cui la maggior parte delle volte si consiglia di evitare l’esposizione alla luce solare subito dopo l’applicazione dei prodotti per lo sbiancamento anale.

L’uso prolungato di idrochinone può ispessire le fibre di collagene con un conseguente aspetto della pelle che diverrà a macchie, mentre il Mercurio, utilizzato a lungo termine, è un noto cancerogeno. Di conseguenza, l’esposizione prolungata a entrambi questo prodotti possono causare il cancro, l’avvelenamento da mercurio, insufficienza renale o epatica. Lo sbiancamento anale potrebbe anche causare ustioni chimiche in una zona altamente sensibile come quella anale.

Lo sbiancamento anale è sicuro se si utilizza il prodotto giusto. Occorre trovare un prodotto completamente naturale appositamente formulato per lo sbiancamento anale.

Ci sono un certo numero di prodotti disponibili che sono stati utilizzati per questo scopo, ma molti hanno sostanze chimiche aggressive e potenzialmente pericolose come l’acido cogico o idrochinone come i loro principi attivi e non sono mai stati destinati ad essere utilizzati su aree sensibili come l’ano o la vagina. Molti di questi prodotti sono stati utilizzati dalle donne afro-americane per schiarire la loro pelle. Ma queste sostanze chimiche possono avere alcuni effetti collaterali pericolosi come bruciore anale e cicatrici. Questo, a sua volta, potrebbe portare a incontinenza anale.

Ci sono prodotti sbiancanti, come l’acido azelaico, che sono meno tossici e servono a ridurre la produzione di melanina, aumentando però possibili complicanze cutanee a lungo termine.  Come per qualsiasi intervento di chirurgia estetica, ci sono rischi che possono o non possono superare i potenziali benefici. Si consiglia vivamente di consultare il proprio medico prima di tentare lo sbiancamento anale oppure andare a chiedere una consulenza in un salone che offre questo servizio. Alcuni kit di sbiancamento anale nei saloni ne pubblicizzano la sicurezza, ma ci sono dei rischi connessi con l’esposizione a lungo termine a queste sostanze chimiche, in particolare cancerogeni.




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giovedì 19 maggio 2016

LA RASATURA DEI CAPELLI



L’acconciatura è da sempre uno dei modi principali di espressione personale. Fin dai tempi antichi, ogni foggia di capigliatura veicola dei significati più o meno espliciti.
Nel passato, ad esempio, portare i capelli sciolti era normalmente un segno di lutto, o di sottomissione. Eppure, in altri contesti come ad esempio quelli rituali, lasciare liberi i capelli costituiva un elemento fondamentale di certe danze sciamaniche, irruzione del sacro che selvaggiamente spazza via convenzioni e limitazioni sociali.
Se pensiamo alle donne, per le quali i capelli costituiscono una delle principali armi di seduzione, il fatto che essi fossero nascosti o esibiti, raccolti o sciolti, era frequentemente inteso come segno della disponibilità o delle riserve della femmina; su questa scia, si è arrivati in alcune culture a proibire alle donne sposate di mostrare i capelli (ad esempio in Russia, dove il proverbio recita “una ragazza si diverte solo finché ha il capo scoperto“), o a imporre di nasconderli all’entrata in Chiesa (occidente cristiano), per inibirne la funzione di provocazione sensuale.

I capelli sono associati a certi poteri – come la forza e la virilità, si pensi a Sansone – ma soprattutto al concetto di identità.

Nei secoli passati una chioma fluente era indizio di potenza e nobiltà. Così, il privilegio aristocratico di portare i capelli lunghi in Francia era appannaggio esclusivo di Re e Principi, mentre in Cina vigeva addirittura l’interdizione a certi pubblici uffici per chiunque portasse i capelli corti, che erano visti come una vera e propria mutilazione. E mutilazione definitiva, segno di sommo disprezzo, era per i nativi americani tagliare lo scalpo dei nemici in guerra. Parallelamente, in alcune civiltà vigeva il tabù del taglio di capelli per i neonati durante i primi anni di vita, per non rischiare che perdessero l’anima. Innumerevoli popoli fanno del primo taglio di capelli di un bambino un vero e proprio rito di passaggio, con tanto di feste e operazioni propiziatorie per allontanare gli spiriti malefici – dato che il piccolo, privato assieme ai capelli anche di una parte della sua forza vitale, è più esposto ai pericoli. È il caso degli indiani Hopi dell’Arizona, che procedevano al taglio soltanto collettivamente, una volta all’anno, durante i festeggiamenti per il solstizio d’inverno. Altrove, il taglio dei capelli è sospeso durante una guerra, o in conseguenza a un voto: gli Egizi non si radevano quando erano in viaggio, e in tempi più recenti i barbudos di Fidel Castro avevano giurato di non toccare né barba né capelli fino a che Cuba non fosse liberata dalla tirannia.



Rasate erano le “streghe”, in segno di punizione prima del rogo (perché, nei capelli lunghi, c’era il male). Le monache, prima di entrare in convento. Le bambine povere, che vendevano i capelli per soldi. Poi, il ‘900. Il corto rasato diventa simbolo di tortura, dolore, sopruso, disperazione.
Nel 1944, dopo la liberazione della Francia, le donne Francesi colpevoli di aver cooperato, fatto amicizia o aiutato i Nazisti, sia in maniera volontaria o forzata, ricevettero una punizione che consisteva nella rasatura della testa in modo da rendere pubblico il loro “tradimento”.
Si presume che le vittime di questo atroce fenomeno di tipo sessista furono oltre 20000 ed agli orrendi spettacoli che si svolgevano in piazze pubbliche assistettero anche i bambini.

Ecco dunque perché il taglio forzato dei capelli del nemico è una punizione terribile fin dall’antichità, utilizzata talvolta come pena ancora più bruciante della morte. Ogni minimo aspetto della realtà, per l’uomo, si riveste sempre di significati profondi, e anche oggi una semplice cattiveria fra ragazzi che potrebbe sembrare tutto sommato innocua (i capelli comunque ricresceranno in breve tempo) indigna particolarmente l’opinione pubblica; forse perché vi si può riconoscere, fatte le dovute proporzioni, l’eco di riti e pratiche crudeli di ancestrale portata simbolica.


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giovedì 24 dicembre 2015

LA BARBA



La cute dei giovani che si apprestano per la prima volta a radersi - spiega Corinna Rigoni, dermatologa all' Università degli Studi di Milano - è spesso caratterizzata da foruncoli o produzione eccessiva di grasso. Si tratta, in genere, di disturbi lievi che si manifestano intorno ai 14 anni e tendono a scomparire o a ridursi durante la crescita. «Di tutt’ altro genere - prosegue la dottoressa Rigoni - sono gli inconvenienti causati proprio dalle prime rasature: tagli, arrossamenti, irritazioni, allergie da contatto, eritemi, desquamazione. In genere dovuti all’ inesperienza nella scelta e nell’ impiego degli "strumenti da lavoro""». «Se sono presenti acne, foruncoli, ipersebborrea si consiglia di utilizzare anche come dopo barba sostanze dermo-purificanti, come, per esempio, quelle che contengono l' olio dell' albero del tè, per ridurre sia l' eccessiva produzione di sebo sia il rischio di infezioni batteriche» dice l' esperta. «In caso le infezioni ci siano già: usare rasoi usa e getta». Ci sono, poi, regole valide per tutti. Quando la barba cresce lentamente, in modo non omogeneo e basta una rasatura settimanale, è preferibile usare il rasoio manuale, da passare nel senso del pelo, poi in senso contrario solo dove occorre. Utile applicare una lozione prebarba, in crema o fluida, conforme alla tipologia della cute (anti-arrossamento, lenitiva e così via). Successivamente, applicare un prodotto da barba di buona qualità (le formulazioni in gel sono tra le più delicate), in grado di produrre una schiuma densa e di facile assorbimento. Ottimi anche i lubrificanti (in sapone o crema), a base di oli vegetali e glicerina. Per le pelli più sensibili: schiume a base di aloe. Il dopobarba sarà a base di sostanze calmanti (camomilla) per pelli che si arrossano, a base di allantoina per proteggere dalle irritazioni, specifico per chi soffre di acne.

Per i nostri padri la barba era il simbolo della ribellione, della trasandatezza ostentata per dispetto. Oggi è diventata un’arma di seduzione, un vezzo che si concede anche l’uomo meno attento alle mode e che fa gioire i pigri del rasoio. Vero e proprio must, il viso irsuto è in grado di cambiare completamente l’aspetto di un uomo, rendendolo più attraente e sensuale. Tutto sta nell’individuare i tipi di barba che meglio si adattano al proprio volto.

La Mutton chops o Friendly mutton chops è la barba che cresce in corrispondenza delle basette, delle guance e dei baffi, ad eccezione del mento. Un effetto-Wolverine, per intenderci, che dona equilibrio a chi ha la fronte e il mento allungati.

Chin Curtain è ottimo per un viso rettangolare, questo taglio è quello che ci vuole per ammorbidire le spigolosità e mettere in risalto lo sguardo. Da provare anche le varianti Short Boxed beard, Ducktail e French Fork, più folte e con pizzetto incluso.

Chin Puff, insieme alle varianti Van Dyke, Balbao, Sparrow, Pizzetto, Zappa e Mosca, aggiunge un po’ di durezza ad un viso rotondo. Se avete un viso da ragazzino o paffuto anche a 30 anni suonati e volete darvi un tono, è quello che fa per voi. Vi basterà modellare la peluria su mento e baffi, scegliendo la lunghezza che preferite.

Petit Goatee insieme ai modelli Anchor e Hollywoodian è quello che ci vuole per ammorbidire i visi quadrati. Fate crescere la barba sul mento, con o senza baffi e basette, e mantenete la lunghezza per acquistare profondità.

Fu Manchu dona a chi ha gli zigomi pronunciati ed il mento piccolo. Basterà modellare la lunghezza di mosca e baffi che vanno ad incorniciare la bocca e lasciare il mento sbarbato per ottenere maggiore simmetria.

Pizzetto è la scelta ideale per chi ha il viso triangolare e a diamante. Fatevi crescere la barba sul mento e regolatene con cura la lunghezza. Valide alternative sono anche gli stili Anchor e Van Dyke.

Gli uomini dal viso ovale sono i più fortunati perché qualsiasi tipo di barba sceglieranno gli starà a pennello, avranno solo l’imbarazzo della scelta..



Ma se (ancora) non avete ben chiaro che forma abbia il vostro viso e volete andare a colpo sicuro, optate per la barba incolta. Sta bene praticamente a tutti e dona quell’aspetto un po’ selvaggio che piace tanto alle donne. Occhio però alla lunghezza, che va mantenuta sui 2-3 millimetri al massimo per evitare l’effetto-clochard.

Che la virilità corra sul filo del pelo che ammanta viso e corpo di uomini maturi è elemento di difficile sorpasso per i sensi femminili, che potranno anche lasciarsi influenzare dalle mode che vogliono il maschio liscio come una pesca, ma che, alla fine, tornano sempre all’ancestrale attrazione della selvaggia orsaggine.

L’uomo con la barba piace. Punto. C’è poco da fare.
Ma il fascinoso dettaglio, oltre ad essere un apprezzato orpello che attira le estimatrici e apportare benefici salutari al soggetto che se ne fregia, può essere anche utilizzato come indicatore caratteriale della sua personalità, stando a quanto sostenuto dall’esperto in psicologia Dr. Allan Peterkin che ha stilato una sorta di ‘prontuario psicologico del barbuto’ a seconda del taglio di barba che usa portare.

1- La barba folta è tipica dell’uomo maturo: "Penso che molti la associno a una barba da accademico. Hanno anche delle connotazioni religiose (basti pensare a Mosé e Gesù). È un po' ‘old-fashioned’, ma sono in molti i giovani che la portano oggi".

2- Il pizzetto a punta è per un uomo bloccato nel passato: "Andava di moda negli anni '90, quando era un gesto dimostrativo. Alcuni uomini ancora lo portano, ma qualcuno che ho intervistato mi ha detto: 'se tuo padre o il tuo dentista la portano, forse è ora di cambiarla".

3- Barba corta per un uomo alla moda: "Se dai un'occhiata ai magazine per uomo quasi tutte le pubblicità hanno un uomo con la barba tenuta corta. Ogni tanto la si vede completa di baffi. La gente pensa sia semplice, che basti uscire così come si è dal letto e invece richiede cura".

4- ‘Alla Elvis’: si tratta di un uomo autoironico. "Tutti pensano ad Elvis, io invece ho in mente gli hipster di Brooklyn e i campus delle università dove gli uomini sperimentano molto con il proprio look. È un look giocoso".

5- Barba ‘sottogola’ è di un uomo che richiede attenzione che vuole che gli vengano fatte domande a proposito della sua barba. Per chi vuole sentirsi speciale e avere un look che non trova in ufficio o per strada".

6- Baffi sono tipici dell’uomo un po' presuntuoso. "Storicamente, è sempre stato il più chiacchierato dei tipi di barba. Negli anni '70, ha preso una connotazione sessuale, c'era il baffo da scambista, da attore porno e quello gay/bisex. Recentemente ha perso un po' questa connotazione. Credo che i giovani che portano i baffi siano abbastanza sicuri da sé da non interessarsi al giudizio altrui".

7- A forma di ferro di cavallo. Un uomo che si sente ribelle: “È sempre stato il baffo dei motociclisti e poi dei pugili".

8- ‘A manubrio’ è per un uomo piacevole e affascinante. "Viene in mente un barbiere, un gentiluomo di altri tempi... un uomo un po' vecchio stampo che beve tè sul portico".

9- Il pizzetto è per un uomo un po' anticonvenzionale. "Durante le guerre mondiali in America andava di moda il look pulito. Poi, ogni decina d'anni si aggiungeva un po' di barba. Negli anni '50 è diventato il pizzetto e negli ani '60 è stato adottato dagli hippies".

10- Il "Mutton chop" è del gentiluomo dal cuore grande. "Quello che viene in mente è un gentiluomo vittoriano con un monocolo o un generale d'altri tempi. È molto vittoriano come stile".



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giovedì 17 dicembre 2015

GLI UOMINI CON IL RIPORTO



Calvo è bello. Calvo è saggio. Calvo è intelligente. Calvo è... Insomma è tutto. Non erano forse pelati (va da sé che inclusi sono gli stempiati) Socrate o Shakespeare? Giulio Cesare o Cezanne? E non si può certo dire che Sean Connery (da agente 007 indossava un toupet), William Hurt e Luca Zingaretti (l’ apoteosi) non siano sexy! E’ che tra «riportini» a sinistra, destra o al centro e lunghezze esagerate su basette e «coppini» per distrarre l’ attenzione dalle piazze cui sopra - per non parlare di improbabili caschetti fuori età. Uno studio sulla calvizie è uno studio sulla natura umana dice uno scrittore. La superficialità e la vanità sono sotto gli occhi di tutti e in ogni dove. L’ illusione di chi è convinto che sia impossibile individuare la sua parrucca o il suo riportino è al tempo stesso esilarante e deprimente». E siccome le statistiche vanno per assonanza (tre trentenni su dieci sono calvi e stanno perdendo i capelli; poi quattro quarantenni sui dieci; cinque cinquantenni su dieci e così via) Baldwin ha deciso che raccontare le storie dei pelati più famosi al mondo, gli aneddoti, gli errori e le leggende fosse il modo migliore per arrivare ai quaranta validi motivi per andare fieri della propria pelata. A cominciare dal fatto che (al contrario di quanto pensano i signori) nessuno riesce mai a capire l’ età dei calvi; che ci si guadagna in sicurezza e accettazione di sé; che è igienicamente più facile curarsi; che la «piazza pulita» incute rispetto; che è più semplice da baciare; che non si perde più tempo dai parrucchieri chiacchieroni; che i malocchi stanno lontani. Trapianti e riporti, però, in politica. E qualche calvo coraggioso (da Churchill a Mitterrand). «Ma non, ahimè, in Usa», dice Baldwin. Oltreoceano vale sempre la legge di Noble («The hirsute tradition in American Politics»): «A pari condizioni, un calvo non potrà mai essere eletto presidente degli Stati Uniti». Tanto è vero che nel ’ 72 George McGovern non riuscì a battere Richard Nixon: si ritirò quando scoprirono che indossava un toupet. E dovettero faticare non poco Carter e Clinton per ricreare l’ immagine giovanile e vigorosa di una chioma alla John F. Kennedy. Fissazione tutta americana quella dei capelli se è vero che fra i divi c’ è persino chi si attaccò la parrucca col mastice (Tony Curtis) o chi, non contento del riporto, si fece ritoccare (Kevin Costner in «Guardia del corpo») al computer le piazze! Ma la «modernità» è Bruce Willis che dichiara in tv: «La calvizie è il modo in cui Dio ti fa vedere che sei solo un essere umano».  Dall’ antichità si è data ogni tipo di colpa alla perdita dei capelli che in realtà ha a che fare con una combinazione fra testosterone ed ereditarietà. Ma nei secoli sono stati accusati: il sesso (il troppo - dicevano - fa cadere le chiome perché toglie calore al bulbo); l’ intelligenza (i cervelli sviluppati o in attività premono e non permettono una buona irrorazione, sempre al bulbo); le dieta (ora troppa carne, ora troppa verdura); l’ empietà (per via del fatto che le guide religiose avessero sempre chiome rigogliose!); gli choc (questo è vero ma si tratta di «alopecie» particolari); il riso (inteso ridere, perché negli anni Cinquanta gli studiosi avevano notato che le scimmie avevano facce statiche sì, ma pelose)! I rimedi? Fra i più terrificanti: dagli sterchi vari, alle leccate di mucca, al latte di pipistrello, alle ragnatele, alla pipì sino al cerume. E poi ortiche, bacche di mirra, denti di cavallo tostati, serpenti, lanolina, fulmini (sì, fulmini) e paraffina. Giusto per ricordarne qualcuno. Oggi?  Ma non era che calvo è bello?

Ardita terza via tricologica fra la calvizie e il trapianto chirurgico, il riporto nell'immaginario lombrosiano è indice di doppiezza sfuggente, di subdola untuosità, di sottile ipocrisia. Falsificazione dell'idea stessa di scriminatura, non sta né di qua, né di là. Chi sceglie il riporto è un pavido, perché non ha il coraggio di rasarsi del tutto i capelli. E un mellifluo, perché vuole convincerti bassamente di averli.
Chi lo porta, il riporto, è un sofista del pelo, un azzeccagarbugli cutaneo, un infido doppiogiochista. Sarà per questo, forse, che l'acconciatura posticcia eccelle tra gli uomini di legge e tra i politici. I quali, a caso, sono famosi per spaccare il capello in quattro. O cercare il proverbiale pelo nell'uovo.
È un magistrato Alfonso Marra, presidente della Corte d'appello di Milano, impresentabile riporto raccomandatizio, tinto di colori oscuri. È un politico di lungo pelo l'onorevole Gerardo Bianco, deputato in nove legislature, esponente di quattro partiti e titolare di un imponente riporto da prima Repubblica, poi azzerato dalle Mani pulite di un colluso barbiere di Montecitorio. Ed è avvocato e politico, sintesi pilifera delle sottigliezze proprie della professione leguleia e dell'arte di governo, il presidente del Senato Renato Schifani. Il cui gattopardesco riporto, di una lunghezza che stava in sezione aurea con il diametro degli occhiali da archivista, divenne a un certo punto un affare di Stato, oltre che una questione di decoro istituzionale. Tanto da costringere pietosamente il Premier ad intimargli, come si disse, di dargli un taglio. In nome del popolo italiano e pure della decenza televisiva. Berlusconi Deus ex forbice.
Per secoli tollerato dalle convenzioni sociali che vedevano nella rasatura totale un atto di arroganza e nella calvizie un sintomo di scarsa virilità, il riporto dei capelli è oggi in caduta libera, vittima di una cultura spietata della perfezione corporea che impone o una nuca cinematograficamente levigata alla Luca Zingaretti, oppure un tupé sportivamente glamour alla Andre Agassi. Anche la semicalvizie, di questi tempi, è in crisi.



Eppure, la Storia riporta celebri e celeberrimi casi. Giulio Cesare, generale, dittatore e divus, non ebbe paura né dei Britanni né dei Galli né degli Elvezi né dei senatori romani, i peggiori di tutti. Ma era terrorizzato dalla calvizie, sovente soggetta alla derisione dei suoi nemici. Anche prima del furore della battaglia, dicunt, Cesare si dedicava a tirarsi sulla fronte, dalla sommità del capo, gli scarsi capelli. E fra tutti gli onori che gli furono conferiti dal Senatus populusque romanus nessuno ricevette e praticò più volentieri del diritto a portare sul capo una (coprente) corona d'alloro. Alopecia iacta est.
Napoleone, orgoglioso e vanitoso com'era, odiava due cose in uguale misura: gli inglesi e l'incipiente calvizie. Per vincere la quale ricorreva, nella toilette quotidiana, al deprecabile riportino, conscio che un taglio o un'acconciatura sbagliata possono trasformarsi in una tragedia. Sia in guerra sia in amore, sia in politica sia in televisione. Dove, peraltro, il riporto o parrucchino catodico ha fatto la fortuna di altrimenti anonimi giornalisti, come il telecronista di 90° minuto Franco Strippoli da Bari, oppure ha rinfoltito quella di sempreverdi capoccia dello schermo, come Aldone Biscardi. Professione riport.
L'inclemenza della natura può colpire democraticamente tutte le teste. Ma tra quelle baciate dalla fortuna epperò abbandonate dai capelli, quelle costrette per obblighi professionali a stare sotto i riflettori, rifulgono di più. Ecco perché il cinema e lo sport, in questo campo, hanno dato tanto. Il riporto col borsello di Lino Banfi nelle scollacciate commedie sexy all'italiana di viscida memoria. L'elegante riporto all'inglese di Bobby Charlton, che prima di ogni partita utilizzava come collante una miscela di the Twinings e lucido per scarpe Queen's Garden. L'incomprensibile riporto all'americana di Dan Peterson, Chattanooga Tennessee. Mmmhmmh, per me Numero uno. Oppure, negli stessi anni televisivi, Dick Van Patten alias Tom Bradford della Famiglia Bradford, che aveva otto figli Bradford e un riporto lungo 112 episodi.
Bislungo modello «Bar sport», spalmato «a mulinello», pomposamente «a turbante», liscio o gonfiato, unto o laccato, il riporto è un modo, come ogni pettinatura, per affermare il proprio carattere, per provocare scandali (o disgusti), per opporsi alle consuetudini sociali o anche soltanto per proclamare la propria filosofia di vita: «Poco è meglio di nulla», afferma cristianamente il riportato; «Nulla è meglio di poco», obietta nietzscheianamente il rasato.
Può essere un insulto alla povertà, come il miliardario Donald Trump che mostra con orgoglio il suo riporto imperiale senza aver pudore nel difenderlo: «Molti criticano la mia pettinatura. Ma io devo piacermi, non piacere». O uno schiaffo alla bellezza, come l'attore hollywoodiano Jude Law che pur con il suo affascinante «ritocco» nel 2004 fu eletto dalla rivista People l'«uomo più sexy del mondo». Chi ha detto che è meglio The Final Cut?
Maledizione geneticamente maschile, insormontabile barriera sociale e ultima spiaggia al di là dell'onore e della farmacologia, il riporto - che non maschera mai abbastanza e copre sempre troppo poco - è, come lo stereotipo teatrale del dubbioso Amleto, la metafora di una inquietante insicurezza. Spaventosa, come quello di Dario Argento. Incomprensibile, come quello di Celentano.

La parrucca, usata per convenzione sociale nel '700, non era assolutamente simile a veri capelli: corrispondeva ai capelli per un codice sociale. Mascheramenti di questo tipo sono le finte bionde diffuse tra i popoli mediterranei e di colore, i tacchi alti, le labbra al silicone e altri artifici che fingiamo di accettare come naturali.

Nel '900, un ruolo di questo tipo lo ha svolto il riporto, vale a dire lo stratagemma di pettinare i capelli laterali o frontali per coprire la calvizie della sommità.

Il riporto si forma nel tempo con l'abitudine di 'riportare' i capelli. Con l'espandersi della calvizie il riporto viene allungato fino ad attraversare la rosea sommità del capo con sottili strisce o con un velo vaporoso.

Il riporto non sostituisce i capelli perduti. Infatti si vede benissimo che il riporto non sono capelli. Non è un falso come la parrucca o il toupet. Il riporto mostra chiaramente che la persona è calva.

La società che offriva al riportato la protezione di una percezione socialmente controllata, nella quale il suo riporto era 'capelli', è scomparsa, vittima di una cultura spietata della perfezione corporea. Viviamo una vera crisi del riporto, che ha spinto molti semicalvi a passare alla rasatura, rinunciando a quel poco di capello che avevano. Prima era il contrario: la rasatura era vista quasi come un atto di arroganza, una ostentazione. Ma come, buttare via i pochi capelli che ci sono per non far vedere che si è un po' calvi?

Il passaggio dal riporto alla rasatura segna quindi una società meno tollerante delle piccole imperfezioni fisiche (al punto che il singolo si amputa dei pochi capelli pur di nascondere il suo handicap, che non può cancellare); oggi un neo peloso sul volto richiede l'immediato intervento chirurgico, ieri si portava per tutta la vita; meno solidale, meno disposta alla copertura collettiva della dignità dell'uomo maturo nascondendo i suoi difetti; più individualista, nella quale la difesa, il presidio e la responsabilità della propria immagine sono a carico solo del singolo. Oggi indossare un corpo rispettoso dei canoni estetici è un obbligo sociale quanto lo era nel '700 portare la parrucca.

La rasatura segna inoltre virilità, perché è nel cliché virile lo sprezzo dei maquillage e delle mascherature.

Di fatto non è così: la rasatura richiede più cura del riporto: togliete al rasato il suo rasoio per una settimana e tornerà ad essere un povero pelatino (se non è totalmente calvo).

Il rasato mostra di trovarsi a suo agio tra gli elementi naturali: la pioggia non gli bagna i capelli, il vento non li scompone; il sole lo abbronza; si lava la testa con una passata di mano. In realtà la mancanza di capelli crea problemi di sudorazione e insolazioni.

Il riportato vive invece nel timore della natura: la pioggia lo riduce a un pulcino bagnato, il sole rivela ancor meglio la sua mascheratura. Ma soprattutto è terrorizzato dal colpo di vento, che senza preavviso scoperchia il riporto sventolando la misera tendina come una bandiera.

La rasatura corrisponde a un'immagine di natura, una naturalità codificata, formalizzata, estetizzata. La stessa visione per cui Tarzan vive nella jungla con un gonnellino di pelle di leopardo e una ragazza di New York naufragata su un atollo se ne va in giro in tanga e scalza, con i capelli sempre puliti, come se fosse da subito in grado di resistere al sole, alle asperità del suolo e alle carenze igieniche.





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venerdì 20 novembre 2015

TATUAGGI IN TESTA



Probabilmente sono una delle zone meno popolari, come per esempio anche il viso, dove il disegno rimane sempre visibile, a meno che non lo copriamo con un casco o un berretto o qualcosa di simile. Non tutti i tatuatori acconsentono a tatuare qualcuno sulla testa. Questa scelta deriva dalla grande quantità di pregiudizi che un disegno del genere può portare con sé, dato che la gente comune potrebbe pensare di avere a che fare con un criminale o con un ex detenuto.

É chiaro che per tatuarsi la testa si deve essere calvi, oppure bisogna rasarci i capelli, quindi a rigor di logica, saranno gli uomini a scegliere questo tipo. Solitamente si arriva a colorare questa zona dopo aver esaurito le altre parti del corpo, infatti molte persone che possiedono questo tipo di tattoo, hanno la pelle già abbastanza ricoperta dall'inchiostro.

I disegni non seguono delle regole concrete e possono andare dai più discreti ai più stravaganti, anche se i primi sono come le "mosche bianche", dato che solitamente questi disegni sono ben vistosi e di grandi dimensioni. A differenza di altre zone del corpo, a seconda della parte della testa che ci tatuiamo, è possibile che il disegno sia visibile soltanto attraverso i riflessi di uno specchio, pertanto non esiste il problema di stancarci rapidamente del tattoo scelto.

Avere un tatuaggio sulla testa può renderci bersaglio di molti pregiudizi da parte della gente che ci circonda, lo stesso succede alle persone che decidono di tatuarsi il viso, perciò dobbiamo essere molto sicuri di volere quel disegno su quella parte del corpo.

Alle donne piacciono i tatuaggi, e questo trend sembra ormai inarrestabile. Dopo caviglie, spalle e persino la patata, l'ultima moda in questo settore è quella di dedicare una parte del proprio cranio a disegni.



Per il suo sessantesimo compleanno, un gallese si è fatto tatuare in testa 60 fagioli, ma è stato per una buona causa. Barry Kirk, soprannominato “Captain Beany” (traducibile “Capitan Fagioloso”) non è peraltro nuovo a stranezze che coinvolgono i fagioli: nel 1986 ha passato 100 ore in una vasca da bagno piena proprio di fagioli, guadagnandosi un record del mondo.

In quell’occasione, oltre al record Barry è riuscito anche a raccogliere una bella cifra in beneficenza, tanto che lasciò il suo lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla raccolta di fondi. Per il suo sessantesimo compleanno era alla ricerca di un’idea originale, e dato la sua passione per i fagioli ha avuto l’idea del tatuaggio, dove ogni singolo fagiolo è stato sponsorizzato da dei donatori, devolvendo poi i proventi in beneficenza.

Captain Beany ha chiesto ai donatori di contribuire con 60 sterline a fagiolo, e in cambio ha fatto tatuare le loro iniziali al fagiolo stesso. In questo modo è riuscito a raccogliere 3.600 sterline, che ha poi donato a Marlie-Grace Roberts, una bambina di tre anni affetta da paralisi cerebrale. “Barry è venuto a noi per raccontarci la folle idea e abbiamo deciso di sostenerlo”, ha raccontato la signora Roberts. “Ora lo consideriamo un membro della nostra famiglia. È veramente un uomo straordinario”.






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